Incubus, 8: La fine dell’incubo

Sei anni dopo l’impalpabile e improponibile “If Not Now, When?”, Brandon Boyd e compagnia cantante ritrovano la loro essenza primordiale. Bentornati.

Ammetto candidamente che alcuni anni fa, per la precisione in occasione dell’uscita di “If Not Now, When?”, avevo forti dubbi sull’utilità degli Incubus in questo mondo musicale: complici una probabile stanchezza e il tentativo di cavalcare l’onda dello stile etereo e minimalista di quegli anni (parliamo del 2011), Brandon Boyd e soci avevano dato alle stampe un disco impalpabile, buono come sottofondo alle noiose attese dei giovani compagni di nobildonne e nobiluomini nei camerini di Zara e Conbipel. Anni luce perfino dai pezzi “sciupafemmine-style” tipo “Are You In?”.

Bene, a distanza di 6 anni, finalmente posso dire che questi non più giovani ragazzi (ma sempre fustacchioni che possono tranquillamente rubare frotte di fidanzate a noi comuni esseri mortali senza per questo recriminare e lagnarci troppo) hanno tirato fuori un grande disco. “8”. Titolo semplice, che non fa pensare troppo a chissà quali significati. Un titolo essenziale, e che centra proprio l’essenza degli Incubus in tutto e per tutto. Ci sono riff tosti e veloci (“No Fun”), c’è il rock più melodico e meno testosteronico di “Glitterbomb” e “State Of The Art” che tuttavia trascina come un canto di sirene verso le altre tracce, “Loneliest” è perfetta, racchiude in sé perfettamente il concetto di essenzialità, lo coglie più questo brano che non l’intero “If Not Now, When?”.

“8” non è il ritorno degli Incubus, è il “ritrovamento” degli Incubus. Sei anni per ritrovare l’ispirazione e la varietà giusta per imbastire un’opera degna del loro nome, degna non del loro passato, ma della loro essenza, di ciò che possono davvero realizzare quando sono in forma, in pace con sé stessi, con una dannata voglia di creare qualcosa senza pensare troppo a quale direzione prendere. Già, perché l’album rispecchia tutte le sfaccettature della band americana, da quella ammiccante a quella più furente, da quella da ballata attorno a un falò di notte in una spiaggia della California a quella della cantina umida dove provare con il gruppo e sfogare un po’ di idee e, perché no, frustrazione.

Ritrovare l’essenza è compito arduo, ma loro ce l’hanno fatta. Gli Incubus ti scagliano in faccia un album praticamente perfetto, senza riempitivi messi lì per allungare il brodo: tutto ha una sua funzione, una sua ragion d’essere, una dignità per cui essere ascoltato.

Liberate memoria dal vostro emmepitrè, comperate il disco compatto, acquistate il vinile. Fate quello che vi pare, ma fate vostro “8”. La qualità deve essere vostra, la qualità vi premierà.


ABBIAMO PARLATO DI…

Incubus – 8
Alternative Rock
Island Records, 2017

01. No Fun
02. Nimble Bastard
03. State of the Art
04. Glitterbomb
05. Undefeated
06. Loneliest
07. When I Became A Man
08. Familiar Faces
09. Love in a Time of Surveillance
10. Make No Sound in the Digital Forest
11. Throw Out the Map

Andrea Mariano

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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About Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi’s 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199… dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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