Le confessioni di Motta, tra ciò che dovrebbe “Vivere o Morire”

Il nuovo disco del cantautore toscano è spensierato ma cinico, il manifesto perfetto del suo legame con la propria musica.

Dall’ascolto di “Vivere o morire” traspare serenità, Francesco Motta è consapevole di essersi lasciato alle spalle buona parte delle tormentate vicissitudini vissute prima dei suoi trent’anni. Un percorso di crescita artistica, il successo ed il meritato riconoscimento arrivati troppo più tardi del dovuto ed un progetto musicale -quello dei Criminal Jokers- tramontato troppo presto. Parte della rabbia e del caos frenetico è svanita o, meglio, trasformata in una profonda analisi interiore del cantautore pisano, una maturità data dalla propria presa di coscienza. Provare a replicare la bellezza artistica di “La fine dei vent’anni” non era affatto compito banale, l’unico modo per compiere passi in avanti sarebbe stato quello di sottoporsi ad un grande lavoro introspettivo.

Godibili i due singoli, diametralmente opposti. L’atmosfera di Ed è quasi come essere felice sorprendeva in eleganza, scoprirlo in apertura del disco non lascia stupiti: un brano particolare e dal rinnovato sound, che mostra diverse sfumature di sé ad ogni ascolto e ne aggiunge di nuove grazie all’investitura del ruolo di introduzione. La nostra ultima canzone era, invece, destinata per propria natura ad essere un singolo, spensierata, dal chorus facilmente ricordabile e quindi cantato nel traffico romano in macchina, mentre viene trasmesso radiofonicamente in heavy rotation.

Nonostante la bontà dei brani proposti nell’attesa di “Vivere o morire”, sono proprio i restanti che rendono il disco un lavoro solido, maturo e di spessore. Ringraziato all’infinito ma mai abbastanza (come direbbe lui) Riccardo Senigallia per il prezioso regalo di parte dei testi di “La fine dei vent’anni”, stavolta Motta scrive da solo e scrive di sé in modo estremamente intimistico. Dedica anche nel nuovo disco un brano al proprio babbo (sempre come direbbe lui), in questo caso è Mi parli di te, una lettera scritta a cuore aperto di padre in figlio, che mostra ancora una volta il profondo legame tra i due consanguinei. E’ l’arpeggio da brividi di Chissà dove sarai che accompagna l’autore nella disamina delle sue storie sentimentali, struggenti e complesse ma ormai superate.

“Vivere o morire” sembra essere la liberazione dalle paure, dall’ansia dei momenti passati e dai propri fantasmi, psicanalizzati e lasciati alle spalle. Ed esce a distanza di soli due anni dal precedente disco. In netto anticipo rispetto a quanto pronosticato da Francesco Motta, quando alla fine del tour estivo affermava con sarcasmo che per il prossimo disco sarebbe stato necessario attendere almeno la fine dei trent’anni. Si direbbe quindi che anche la paura del lento ed inesorabile scorrere del tempo sia stata esorcizzata, gli anni dei mancati riconoscimenti ormai superati. La consapevolezza di poter essere grandi, perseverare e riuscire ad esserlo. Per ogni errore, per ogni tempo sbagliato e per ogni nota cambiata, da stavolta è diverso.

Matteo Galdi

Matteo Galdi

Ho un brano adatto per ogni momento della giornata, ho ogni ricordo importante o periodo della mia vita legati ad una band o un disco. Suono il basso in una band metal, di quelle che fanno i riti satanici. Amo scrivere, amo la musica ed i concerti, amo l'arte in tutte le sue forme. Ad esempio infatti amo la carbonara ed il tiro a giro alla Del Piero.
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About Matteo Galdi

Ho un brano adatto per ogni momento della giornata, ho ogni ricordo importante o periodo della mia vita legati ad una band o un disco. Suono il basso in una band metal, di quelle che fanno i riti satanici. Amo scrivere, amo la musica ed i concerti, amo l'arte in tutte le sue forme. Ad esempio infatti amo la carbonara ed il tiro a giro alla Del Piero.

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