Of Monsters and Men: la febbre e gli svarioni irrimediabili

Un salto nel vuoto del lounge-pop più inutile: con Fever Dream gli islandesi ci salutano forse per sempre

Gli Of Monsters And Men facevano parte della fortunata intersezione di due generazioni d’oro differenti: il folkino pop dei primi anni Dieci, quello autentico e freschissimo, di quando i Lumineers non erano ancora una band che faceva il tutto esaurito all’Alcatraz in cinque minuti; poi l’orda di finissimi musicisti islandesi, che all’eredità ormai consolidata del pop di Bjork e dello shoegaze dei Sigur Ros aggiungeva la freschezza dell’indie e un occhio alle classifiche. Poco più che ventenni si presero la Billboard con un tormentone alla lunga nauseante, Little Talks, inscritto in maniera imprevedibile (ai tempi) tra l’annuale Enrique Iglesias e buonanima Katy Perry.

A.D. 2019 e gli OMAM – che con Beneath The Skin si erano per lo più confermati e che poi si erano presi una pausa di 4 anni manco fossero i Tool – fanno il loro “grande” ritorno con una roba dalla copertina rosa shocking che risponde al nome di Fever Dream. Tirano fuori anche due singoletti in ampio anticipo rispetto all’album, Alligator e Wild Roses, che da vecchio quasi-fan mando in riproduzione un migliaio di volte ciascuno con fiducia e aspettativa: la transizione a nuovi elementi pare radicale quasi quanto quella dei Mumford & Sons, quando annunciarono pomposamente il loro suicidio, con Believe. Ma gli elementi nuovi dei due pezzi tutto sommato ingranano: sopra i bending insistiti della prima e sulle vocine sintetizzate della seconda la cara vecchia Nanna sfodera prestazioni di caratura notevole, tirando fuori dal cassetto da neo-trentenne anche una inedita sensualità.

Il guaio di Fever Dream è che i due anticipati singoli sono una delle peggiori truffe mai architettate ai danni di ignari ascoltatori indie: immagino (e mi sento male) lo stato di salute odierno di chi ha preordinato l’album sulla base di essi, che non dev’essere troppo distante da quello sperimentato da chi si abbonò all’Inter per il 2018-2019 confidando di vedere in campo Vidal e Modric. I due singoli esauriscono quasi completamente le nuove velleità arena-rock della band (a parte qualcosa sulla conclusiva ed estremamente anticlimatica Soothsayer) e soprattutto le interessanti promesse da pornodonna della cantante, che per le rimanenti nove tracce finisce timidamente in un ruolo abbastanza subordinato al suo co-vocalist. Il piccolo pianetino, che non è mai stato Prince in quanto ad abilità al microfono e che tutt’al più andava bene per i controcanti, deve aver fatto due conti e concluso che abbandonando del tutto le acustiche (esatto: hanno abbandonato del tutto le acustiche) dal vivo avrebbe suonato per finta come un Sergio Pizzorno con un tasso alcolemico più basso. Il risultato è stata una parziale fagocitazione delle linee vocali femminili, che insieme al drumming esplosivo rimaneva fra gli ultimi elementi piacevoli della fu-folk band.

Ma quel che è ancora più angosciante è che l’ostinata direzione easy listening intrapresa dal gruppo (che si è addirittura prodotto l’album in uno studio proprietario: tanto valeva comprarsi un box e piantarci l’erba) porta con sé una quantità industriale di ritornelli dance scandalosi (di cui volendo si potrebbe salvare soltanto Vulture, Vulture e un pochino RòRòRò), con un inserimento a cazzissimo di glitch e vocine effettate che suona come un featuring di Zara Larsson su un disco dei Mum. E in più, malgrado la sua sfavillante giovialità, tutta la tracklist mi ha da subito lasciato un retrogusto vagamente inquietante, che non saprei descrivere meglio di quanto fanno gli OMAM stessi verso la fine con la cafonata suprema, Wars, praticamente una cover da discount di Get Lucky: se una volta Raggi mi dava l’impressione di un amico scout che raccontava storielle ingenue e semplici, adesso non riesco a smetterlo di immaginarlo come un viscidone in mocassino al bancone di un lounge bar, Gin Tonic nella mano sinistra e droga dello stupro nella destra.

Fever Dream, per non perdersi troppo in chiacchere fronzoli, è un disco del cazzo, un’accozzaglia di idee inutili e ormai fuori tempo massimo, per nulla immemorabile e invendibile alle classifiche. Un album che risulterebbe anche encomiabile se l’idea di partenza fosse stata quella di produrre una caricatura dell’ultimo lavoro della oggi milf e bionda Carly Rae Jepsen. Così purtroppo non è, perché gli OMAM sui loro social sono più pomposi di Ibrahimovic e blaterano di coraggio, scoperte di nuove sonorità, reinvenzioni. Quindi au revoir, ragazzi: tenetevi il vostro lounge-pop da hipster, io quando avrò voglia di un degno guilty pleasure mi affiderò ai professionisti e mi ascolterò Dua Lipa.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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