Pain of Salvation: la dolorosa rinascita di In The Passing Light of Day

Tra sussurri autobiografici e redivivo metal, Daniel Gildenlöw ritrova la pace e le sue origini.

L’unica costante, nella storia dei Pain of Salvation, è stata in realtà l’assenza di costanti: tra nu-metal, gospel, heavy, prog ultratecnico, grunge, l’ensemble metamorfico imperniato attorno alla figura di Daniel Gildenlöw si è mosso liquidamente tra correnti e generi, adesso innovando, adesso facendo da portabandiera del vintage e dell’essenzialità. Lasciando in sintesi sempre totalmente incapaci di sapere cosa aspettarsi. Una cosa è sicura: “In the Passing Light of Day” è il lavoro più travagliato e complesso della storia della band. È un disco che emana complessità. È complesso ascoltarlo. Figuriamoci parlarne. Lo è perché dalla precedente “vera” release (no, per me compilation, unplugged, cover e ristampe non lo saranno mai) sono passati sei anni e sono cambiate tantissime cose. In primis nell’ambiente, nel gusto di chi il prog rock/metal lo fa e l’ascolta, specialmente sul versante est dell’Atlantico: se torni dopo più di un lustro di silenzio sembri un Neanderthal capitato per caso in una metropoli odierna, che cerca di far sue le usanze della strana gente che lo circonda. Per dire, ascoltando qualche pezzo dei nuovi PoS viene quasi da proferire blasfemie quali “ah ma sembrano i Leprous”. È come se Van Basten tornasse a giocare e gli dicessero che fa gol alla Higuain.

Ma le cose sono accadute, e sono cambiate, anche -purtroppo- all’interno della stessa band. E cose ben più significative del tipico fisiologico ricambio generazionale attorno all’indiscussa figura del leader, che di rilevante in tempi recenti ha portato in dote il biondissimo e scheletrico Ragnar ZSolberg, alla seconda chitarra e secondo (a volte primo) microfono. Un martedì del 2014, quasi per caso durante un tour, Gildenlöw si accorge di stare male. Molto male. A rischio non c’è soltanto una carriera, ma una vita umana. Il musicista trascorre svariati mesi tra corsie ospedaliere, flebo, interventi, macchinari e camici bianchi. Più volte e in svariati posti documentata, l’esperienza lo cambia e fa partire un processo di rinascita e di riscoperta, di cui “In the Passing Light of Day” vuole essere il primo, sentito testimone.

Si sentono, le ruote delle lettighe, i passi affrettati dei medici, le frequenze cardiache. Si fanno largo tra i breakdown della prima metà dell’album -quella che gronda paura, insicurezza e morte – come elementi di una crudele realtà che prendono vita e dilaniano la loro stessa rappresentazione in musica. L’effetto è inatteso, straziante. “On a Tuesday”, forse la canzone più pesante della storia della band (ciao, “Diffidentia”), si eleva pian piano come una specie di esperienza extracorporale, e dopo la cronaca fedele delle proprie condizioni cliniche, raccontata a ritmi serrati e a denti stretti e in mezzo a un inferno metal, lascia spazio a impaurite urla di speranza a piena voce, e poi a una selva di interferenze elettroniche e di synthoni da far invidia a Hans Zimmer (l’unico elemento veramente nuovo nel portfolio della band). Se la seconda lunga suite, “Full Throttle Tribe”, ricama ed elucubra sulle stesse tematiche con modalità analoghe ma risultati trascurabili, “Reasons” invece porta all’estremo la disgregazione dei tempi musicali e dei precari equilibri strofa-ritornello, apparecchiando con sottofondi cantati a occhi chiusi di Zsolberg la furia nu-rappata di Gildenlow, per l’occasione servita sotto forma di un ordinatissimo elenco numerato.

È “Angels of Broken Things” che assurge a vero spartiacque dell’album: un brano che barcolla tra bassi ipertesi e vocals singhiozzate, per poi rivelare la sua vera natura di intro ad un assolo per il quale l’aggettivo “eroico” non sarebbe uno spreco. Poi ci si rilassa, si (ri)scoprono lidi musicali più moderati e più calmi, morbide voci dai toni cantautorali sparse su corde pizzicate, amplificatori pronti a emettere suoni compressi e graffiati. Dove “The Taming of a Beast” e “If this is the end” si incanalano piacevolmente su una condivisa struttura stasi-esplosione di stampo heavy rock, la conclusiva title track tira le fila dell’intero album facendone rivivere i principali saliscendi emotivi, questa volta dal punto di vista personalissimo di chi si trova a scrivere una lettera (forse l’ultima, forse no) all’amore della propria vita.

Quel che alla fin fine manca a “In The Passing Light of Day” per essere il capolavoro che molti vorrebbero far credere è quel passaggio “wow”, incisivo, memorabile. Quella non esecrabile immediatezza che alla fine cerca anche: non è tutto un sovrapporsi di bisbiglii, casino e dissonanze sclerotiche. Il punto è che le fortune sono alterne e che spesso si gira a vuoto, tanto che uno dei due ritornelli più memorabili del disco l’ha composto in realtà Zsolberg cinque anni fa: quello del singolo “Meaningless”, che canta lui stesso, toccando note altissime anche per svariate specie dalle abitudini migratorie. L’altro, sulla già citata title track, è tanto romantico da far venire le lacrime agli occhi, ma è riproposto in loop per quindici minuti in alternanza con un vasto campionario di passaggi superflui. Al decimo studio album, e con la polvere della parentesi Road Salt quasi del tutto alle spalle, i Pain of Salvation ritrovano (definitivamente?) la loro forma ottimale nelle proprie radici, in un prog dal sound moderno ma saldamente ancorato agli stilemi di quasi vent’anni fa. Una formula ricca ed emozionante ma sempre, in molti suoi aspetti, troppo cervellotica e fumosa per un’immediata e totale immedesimazione.


ABBIAMO PARLATO DI…

Pain of Salvation – In The Passing Light of Day
Prog Metal
InsideOut, 2017

01. On a Tuesday
02. Tongue of God
03. Meaningless
04. Silent Gold
05. Full Throttle Tribe
06. Reasons
07. Angels of Broken Things
08. The Taming of a Beast
09. If This Is The End
10. In The Passing Light of Day

 

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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