Paper Parachute: l’esplosiva sensualità di Ninet Tayeb

La nuova carriera “occidentale” della voce femminile preferita di Steven Wilson.

Per i pochi che non lo sappiano, è bene chiarirlo: Steven Wilson è una specie di Re Mida del rock. Fa un po’ quello che fanno J-Ax e Fedez con gli YouTubers dalle nostre parti. Però lo fa con musica di effettiva qualità, nell’universo tanto colorato e al tempo stesso malinconico del prog. Prende sotto la sua munifica ala artisti anche semisconosciuti e zac: diventano celebrità. Pensare a The Anchoress, assoluta carneade dedita a un semplicissimo indie pop, lanciata da KScope alla vittoria dei Prog Awards davanti a band di mezze dozzine di virtuosi. Funziona così: sono i wilsoniani superpoteri. Ninet Tayeb, appunto, la conosco soltanto (e credo sia lo stesso per molti altri) grazie a Steven Wilson. Grazie al fatto che l’abbia voluta come voce femminile su quel femminilissimo capolavoro che è hand.cannot.erase e sul suo mezzo-seguito 4 1/2, lasciandole dimostrare che anche canzoni da buchi nelle braccia in mansarda, affidate a una voce adeguata, possono tramutarsi in canzoni da mettere in riproduzione a luci spente, mentre ci si riproduce.

Ninet è israeliana, prima d’allora aveva vinto Kokhav Nolad (l’edizione locale di Pop Idol) e svariati Best Israeli Musician agli MTV European Music Awards, aveva pubblicato a quelle latitudini quattro album di cui ovviamente qui nessuno ne sapeva niente. Giustificata così la sua strana presenza sui miei radar (da ora non si parlerà più di Steven. Ciao Steven) passo alla storia recente: a 33 anni (che è un’età che in Israele deve fare scattare la molla per le grandi mosse) va a far musica a Los Angeles e abbraccia una netta occidentalizzazione della propria produzione solista, finora sempre un po’ in lingua natale, sempre abbastanza ancorata a sonorità mediorientali. Lancia una campagna di crowdfunding per finanziarsi l’album di questo nuovo esordio; è una delle solite pagliacciate che offrono gli artisti ai pledgers senza nemmeno sperarci, eppure c’è gente che arriva veramente a pagare 200$ per farsi mezz’ora di Skype con lei. Alla fine questo finanziatissimo “Paper Parachute” arriva. Ed è un capolavoro.

In “Paper Parachute” ci sono solamente otto canzoni, ma è un disco al cui interno c’è praticamente di tutto; un songwriting raffinato, su pezzi che fanno un tale saliscendi emotivo da sembrare essere composti spudoratamente a braccio. Ci sono tracce dall’animo sconfinatamente vulnerabile, ballate amarissime biascicate in ottave basse (“Dreams are meant to be shattered, love is meant to be left alone“) appoggiate su gracilissimi scheletri di chitarre acustiche, o deliziose love songs fatte di strati multipli di vocalizzi accompagnati da garbati pizzichi al volino. Smancerie e delicatezze, sussurri rochi e voci rotte dalle lacrime, ma sempre vibranti di quella sottocutanea tensione, pronta sempre a palesarsi nel modo più esplosivo possibile. Ninet infatti non è esattamente un indifeso usignolo, non è -nonostante specialmente i pezzi sul finale potrebbero farlo pensare- una variante esotica di PJ Harvey, o una mora di Florence Welch, o una vestita peggio (ma di più) di Lana Del Rey. O quantomeno, di queste e di altri voci iconiche prende in parte in prestito elementi e approcci, ma ne è una versione potenziata e incendiaria, talvolta violenta nei suoi strilli, talaltra palesemente (e immagino consapevolmente) ammiccante e sessualizzata. “Subservient” va avanti per tutta la sua durata con un andamento sghembo, provocante e ammaliatore, il bridge in infinito crescendo di “Child” va accelerando e raccogliendo intensità attraverso due minuti di orgasmica munificenza di ansimi. Mentirei sapendo di mentire, se negassi la sua clamorosa suggestività.

Cosa ancor più significativa, che sommerge di ciliegine una torta che la sola voce renderebbe già tremendamente invitante, è il fatto che “Paper Parachute” sembra raramente un album costruito a uso e consumo di una cantante solista. Ha appunto una costruzione musicale anch’essa notevole, una produzione rotonda che non si tira indietro dal mettere -quando meritano- in primo piano chitarre più o meno distorte o strumenti più o meno inusuali. Ed è quasi solo sulla strumentazione che emergono le distanti origini geografiche dell’opera. Specialmente quando in “Superstar”, in uno dei momenti più energici dell’intera tracklist, tra riffoni hard rock moderni e pizzichi su cose strane sembrerebbe di stare ascoltando il primo singolo degli Audioslave di Gerusalemme.

In soldoni: un disco inattaccabile, dall’opener fino all’ultimo secondo (oddio, la bonus è un po’ inutile… penultimo). E’ un disco che mi ha spinto a tornare sui precedenti passi di un’artista notevole (occhi e orecchie aperte su “Sympathetic Nervous System”) e che mi ha fatto inserire una nuova voce nel mio personale elenco di wonder women musicanti. Per onor di cronaca in generale devo riconoscere di avere ricevuto feedback largamente migliori quando ho sparso link delle tracce di Monet tra miei conoscenti uomini. Significherà qualcosa? Probabile. Mi interessa? No.


 ABBIAMO PARLATO DI…

Ninet – Paper Parachute
Alternative / Indie
Autoproduzione (digital), 2017

01. Paper Parachute
02. Child
03. Superstar
04. Subservient
05. Elinor
06. Vague
07. Temporary Satisfaction
08. Ocean
09. She’s Lost Control (Bonus)

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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