Steel Panther: Lower The Bar, Higher The Fun

steel pantherE guardo il mondo da un glory hole. E non mi annoio neanche un po’.

Ridendo e scherzando, sono quasi quindici anni che la festaccia degli Steel Panther va avanti, tra sventolone che vivono solo per bramare membri, Roland McDonald riempiti di borra, fiumi di squirting, lacrime al sapor di bukkake e GoPro infilate su per il meno sacro dei buchi. Ma ancora oggi, giunti al quarto e più che mai esplicito album, “Lower The Bar”, la bandiera del sano e screanzato divertimento è ancora lì che sventola sprezzante, alla gran faccia dei critici che pensavano che sarebbero spariti nel giro di qualche canzone cafona e dei bigotti che li additavano come delle insulse parodie di vecchi totem vestiti di spandex zebrati e borchie.

Certo, diamoci un contegno: pensare che questi quattro pervertiti siano davvero una vera e propria band hair metal sarebbe un po’ come porre sullo stesso livello “Apri Gli Occhi” di Amenabar e il suo gracile remake “Vanilla Sky”: vale a dire commettere un madornale errore, come direbbe un vecchio amico piedipiatti. È necessario realizzare che stiamo parlando semplicemente di una ciurma di cazzoni di livello pro che vivono esclusivamente di citazioni, rimandi e cliché. In poche parole, dei cloni di Bobby Beers che vanno in giro senza prendersi sul serio, trollando giornalisti e facendo casino in un modo che pivelli come Crashdiet e Reckless Love avrebbero solo potuto sognare.

Eppure, musicalmente parlando, non c’è nulla da dire. Se siete amanti di quel genere colorato che ha fatto fortuna sfrecciando a tutta birra per la città degli angeli su Corvette piene di figa cotonata, è quasi matematico che non possano non piacervi: a livello squisitamente strumentale, ne sono l’esatta prosecuzione, semplicemente estremizzata. La formula è sempre la stessa: testi (a dir poco) irriverenti, talento acrobatico sulle corde, tamarria muscolare, urletti à la Diamond Dave, sfrontatezza glam e tanta, tanta… ma tanta ignoranza, quasi ai picchi siderali della puntata più trash di Ciao Darwin.

Il candido marciume presente in “Lower The Bar” – tranquillamente definibile come il migliore album del combo losangelino, senza timore di grosse smentite – segue il filo rosso dei precedenti lavori, rimodellando semplicemente la materia con più scioltezza: si aggiungono questa volta pezzoni presi in prestito dai Cheap Trick (l’eterna “She’s Tight”, con l’ospitata dello stesso Zander), chiamate in causa di anime pie del Sunset Boulevard (“Anything Goes”), ballatone dal titolo inequivocabile (“That’s When You Came In”, già presente nel precedente acustico “Live From Lexxis’s Mum’s Garage”), rotolate heavy guidate da un basso trascinante (“Now The Fun Starts”) e fresche liriche in rima baciata, caricate di un significato poeticamente disarmante (“Pussy ain’t free, let me tell you, brother! You’ll pay for that shit one way or another!”).

steel panther

In campo, per l’ennesima volta non vi è nulla di veramente innovativo: ogni coro o riff è perfettamente debitore di Van Halen, Britny Fox, Warrant, Shotgun Messiah e compagnia bella (“Poontang Boomerang” è solo un esempio). Ma tutto è genuinamente potente, suonato coi controcoglioni, tanto da consolidare credibilmente quella ridotta fetta di autonomia che si sono conquistati nell’ultimo decennio. E, soprattutto, è divertente. Quindi amen, va bene così. Perché non ce la stiamo a raccontare, ragazzi miei: la musica ha (e avrà) sempre bisogno di una sana dose di immaturo divertimento, anche solo per una mezz’oretta. E non di quello malaticcio, fatto di pillole ad Ibiza o robaccia simile. Sto parlando di quello ruggente e felino, quello di una volta, primordiale e sensuale, quello racchiuso negli album fotografici  delle milf della porta accanto e delle groupie più nostalgiche. Nei giorni della caduta degli dei, se sono quattro debosciati truccati come delle sagome di vecchie battone rock a tenerlo in vita, prima che torni inesorabilmente nel baratro dell’eutanasia, ben venga. Anche perché, come diceva la più saggia tra le perle attribuite a Jim Morrison, non importa chi ti succhia il cazzo… l’importante è che te lo succhino.


ABBIAMO PARLATO DI…

steel panther lower the bar

Steel Panther – Lower The Bar
Glam Metal
Kobalt Music Recordings, 2017

01. Goin’ In The Back Door
02. Anything Goes
03. Poontang Boomerang
04. That’s When You Came In
05. Wrong Side Of The Tracks (Out Of Beverly Hills)
06. Now The Fun Starts
07. Pussy Ain’t Free
08. Wasted Too Much Time
09. I Got What You Want
10. Walk Of Shame
11. She’s Tight

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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