Sting e i mezzi tentativi di ritorno al passato

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Sting torna con “57th & 9th” a fare un disco rock… a metà.

 

Se c’è una cosa che mi fa incazzare davvero – ancora più del secondary ticketing – sono gli album anticipati nell’uscita da un cazzutissimo singolo che si lasciano prospettare come dei terremoti in musica e che poi si rivelano al momento della verità per quello che realmente sono ossia dei colossali pusillanimi agli esatti antipodi di attitudine, come nelle peggiori storie di trailer pompati ad arte e ciofeche cinematografiche ai livelli cataclismatici di Noah. O Superman Returns. Lo trovo un vigliacco raggiro, oltre che una vera mancanza di rispetto per chi ti segue e ancora caparbiamente non scarica, ma compra i tuoi dischi. Per ora l’apice di sangue amaro lo avevo raggiunto con “New” di McCartney, qualche triste settembre fa. Oggi in qualche modo si presta a questo meschino giochetto, con mia grande amarezza, anche Sting.

Onde evitare fraintendimenti, chiariamo subito: il dodicesimo parto da solista del signorotto del Palagio, “57th & 9th”, NON è un album indecente. Ma non è neanche così di buona qualità, né coinvolgente come ci si poteva legittimamente aspettare secondo criteri di coerenza dopo l’ascolto delle prime canzoni diffuse in anteprima, quali la graffiante “Petrol Head” (definirla una “Demolition Man moderna” non sarebbe poi così fuori luogo) o la diretta ed efficace “I Can’t Stop Thinking About You” (questa invece una “Truth Hits Everybody” cantata curiosamente in tonalità Bryan Adams). E di certo non indossa i panni del grazioso “ritorno al rock” di cui avrete letto sui giornalacci musicali da almeno sei mesi a questa parte. O meglio, li infila soltanto per un verso, a metà.
Per il resto è semplicemente e freddamente Sting, così come lo avevamo lasciato, sempre imborghesito e intellettualmente impegnato.

Se c’è della manifesta ingenuità in coloro che (come me) si sono lasciati infinocchiare dall’hype pensando di ritrovarsi davvero a girare nello stereo l’erede ultra-tecnologico di “Ghost In The Machine”, c’è altrettanto sicuramente del marcio da parte dei mittenti nella scelta di mostrare in anticipo al pubblico canzoni dalle venature indiscutibilmente Police, quando poi tutto il resto del lavoro vira verso composizioni che rappresentano il peggio dello Sting odierno come il romanzo militare “Pretty Young Soldier” o la ballata della crisi siriana “Inshallah” che possono portare a diverse riflessioni, qualche sbadiglio e al (per fortuna) pallido e anemico ricordo di “Desert Rose”. Una sorta di pubblicità ingannevole.
A condividere il puro orientamento rock di un tempo in realtà non vi è infatti neanche la metà delle tracce (quattro su dieci, se contiamo le sterzate nei chorus di “50,000” che molto ricordano qualche perla del lontano “Synchronicity” e, in parte, l’incedere mid-tempo di “One Fine Day” dedicata ai disastrosi cambiamenti climatici), perdendosi in un fiume di pezzi pop a sé stanti, buttati a caso in scaletta, molto diversi tra di loro nel contenuto e nel risultato. E tutto scorre meccanicamente tra alti e bassi, in una mediocrità che odora di forte spreco di opportunità e che davvero poco si addice ad un compositore del calibro del cantastorie di Wallsend.
L’ incoerenza alla base del disco è evidente, agli stessi livelli del vecchio caso di “Brand New Day”. E proprio come esso, anche “57th & 9th” è molto probabilmente destinato al dimenticatoio, al netto dei singoli di punta.

Che dire, dopo le varie scivolate più drammatiche nel pop più disprezzabile, un mezzo-disco di degne sonorità è pur sempre qualcosa. Si prende quel che si può, no? Certo che se tiene conto che l’artista che firma i pezzi è lo stesso che ha dato vita a poesie teatrali come “So Lonely”, “Englishman In New York” e “If I Ever Loose My Faith in You”, qualche alzata di sopracciglio è più che giustificata. Meglio prenderlo come un tentativo, un abbozzo. Spero non un contentino per i fans più esigenti.
Pare comunque che ci voglia ancora tempo per ritrovare quella scintilla di ispirazione smarrita parzialmente nelle colate di mercurio e nei cali di temperatura degli anni ’90, dopo i lunghi vagabondaggi tra le splendide terre del jazz e le fredde montagne dell’eccessivo sperimentalismo. Mi piace pensare che un giorno l’ex-professore nabokoviano la ritroverà. Che tornerà ad ululare tra i venti d’inverno senza essere preso per pazzo. Perché l’inverno prima o poi dovrà arrivare. E quando infine giungerà, potrò finalmente buttare via questo tiepido soft-rock e riabbracciare quello Sting meno mestierante e più sincero. Ma non ancora. Non ancora.


ABBIAMO PARLATO DI…
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Sting, 57th & 9th
Pop Rock
Cherrytree, Interscope, A&M, 2016

01. I Can’t Stop Thinking About You
02. 50,000
03. Down, Down, Down
04. One Fine Day
05. Pretty Young Soldier
06. Petrol Head
07. Heading South On The Great North Road
08. If You Can’t Love Me
09. Inshallah
10. The Empty Chair

 

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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