The Weeknd: lettere in musica di bile nera

My Dear Melancholy,: il ritorno di The Weeknd è firmato con un Ep fortemente introverso e depressivo.

“Spero che tu sappia che questo cazzo è ancora un’opzione”. Quanta poesia, quale lirismo. In questo elegiaco verso di gergo oxfordiano contenuto nella skrillexiana Wasted Times è riassunta l’intera natura drammatica del nuovo Ep del povero Abel Makkonen Tesfaye (in arte The Weeknd), lasciato col cuore spezzato in mezzo ad una strada da quel mignottone (scusate, prendo le difese) di Selena Gomez, troppo occupata a produrre Tredici e altre cafonate di simil rango. Ma cos’altro avreste detto voi se la vostra (ormai ex-)fiamma super sexy di cui siete ancora molto probabilmente presi malissimo fosse scappata con Justin Bieber? Prima o poi si renderà conto della cazzata che ha fatto, facciamole sapere che c’è chi l’aspetta al ritorno, no? Questo sarà stato probabilmente il ragionamento malato. Male male, comunque. Ma la realtà purtroppo è questa, nuda e cruda: in fondo, siamo tutti sudditi di qualcun’altro e non c’è granché che possiamo fare fino a quando il nostro cuore brucia atrocemente.

Che dire, il nostro giovine incrocio tra Jamie Foxx e Gennaro Savastano ha cominciato il 2018 non nel migliore dei modi, in compagnia della miglior peggior amica degli artisti (la soverchiante malinconia) e delle semplici carta e penna (con inchiostro di purissima bile nera) per buttare giù in musica il proprio dolore. Ecco dunque rilasciato a sorpresa -praticamente con disinteresse, senza alcuna campagna pubblicitaria- “My Dear Melancholy”, una straziante lettera (da qui il titolo, con tanto di virgola e a capo), spezzata in 6 tracce dolorosamente omogenee in cui trovano posto solo e soltanto moltissime allusioni personali (esempio: “Ho quasi tagliato un pezzo di me per la tua vita”, relativa alla storiaccia del rene offerto alla damigella bisognosa). Troppe, forse, persino per un arido come il sottoscritto. Preferisco glissare sul contenuto sporcato di romanticismo trafitto, che è meglio per tutti. Musicalmente parlando, invece, determinate cose son obbligatoriamente da dire.

Se “Starboy”, in primis, optava -con successo, tutto sommato- per uno scintillante connubio tra hip hop e rigido portamento pop anni ’80 in cui delle discrete perle musicali (False Alarm, I Feel It Coming) finivano per annacquarsi in un tiepido mare di tracce meno riuscite, l’extended play odierno risulta invece un lavoro sicuramente più compatto. Compatto, certo, e anche fortemente intimo. Ma indubbiamente meno affascinante. Più oscuro, più introverso, sì. Più innocuo, anche. Meno ricercato, di sicuro. Come se pesassero più (e fossero abbastanza) le parole questa volta, accompagnate “soltanto” dai trucchetti sintetici (e ben assestati, non c’è che dire) dei millemila produttori nuovamente chiamati all’azione (Gesaffelstein, DaHeala, Mike Will Made It, il già citato Skrillex). Insomma, un’opera notturna fortemente artificiosa, in cui a brillare ci sono soltanto quella Call Out My Name d’apertura che veleggia in un buon chorus, rubando il lavoro a Sam Smith, e -più vagamente- Hurt You, prodotta con l’unico Daft Punk a quanto pare rimasto disponibile (Guy-Manuel  de Homem-Christo). Per il resto, manca inequivocabilmente in scaletta una hit che colpisce al cuore, una Die For You -per intenderci- che tiri su dal mood esageratamente depressivo.
Il risultato non è comunque malvagio, badate. Si rischia “soltanto” qualche sbadiglio. Passiamoci sopra, per il momento, mi verrebbe da dire. Del resto, non tutti si chiamano John Mayer e sono in grado di tirar fuori capolavori dalle pugnalate d’amore. Passerà Abel, fattene una ragione. Dovesse ricapitare però, solo cerca di essere meno monotematico.


Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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