Thirty Seconds To Mars: America con diritto di Leto

Un album complesso che racconta l’America più universale, senza infamia e senza lode.

Del cinema americano, Michelangelo Antonioni era solito affermare che anche il più scadente film made in USA riesce comunque a raccontare l’America. Ed è assolutamente vero. Tale assunto vale, a determinate condizioni, anche per il lato musicale. Uno di questi presupposti è chiamarsi Jared Leto, figlio prodigio a stelle e strisce sempre carico di lustrini e matita nera, uno stacanovista dello show business che è abituato a riuscire in tutto quello che si cimenta. Bello, ipnotici occhi azzurri, talentuoso. Angel Face, direbbe qualcuno. Che sia la carriera di attore, produttore, modello o frontman, pochi sono gli ostacoli insormontabili. Il target ambizioso del giorno è però qualcosa di ben oltre lo standard, per il quinto album in carriera, anni luce dalle tendenze orchestrali del precedente “Love, Lust, Faith and Dreams” (di addirittura cinque anni fa). Qualcosa di ben distante persino dal rock e dalle origini. Qualcosa di respiro universale.

Quello di “America”, il nuovo progetto dei Thirty Seconds To Mars, è infatti un viaggio camaleontico che parte dagli Stati Uniti, fino ad estendersi ad ogni città del mondo: ritrae e descrive, in primis, non tanto l’America di Trump, quanto proprio quella di Leto – quella della fede, dell’orgoglio e della speranza, che disconosce la violenza e il razzismo, in fondo, facenti parte da sempre del suo DNA. Rappresenta, in poche parole, cosa significhi per un americano la propria Nazione, elevando quel sogno a qualcosa di planetario, che possa aspirare ad unirci tutti sotto il messaggio di join together racchiuso in ogni lirica in scaletta. Da qui, un vortice di dodici tracce senza filo conduttore e moltissimi artwork alternativi tra spring break e pazzie, posizioni sessuali gettonatissime, Google e altri padroni della nostra vita, Lebron, Oprah e Jimmy Fallon, Bitcoin e fake news, sport adrenalinici, tutto ciò che contorna  la nostra esistenza, americani o non.

Dico ora la verità. Non sono un accolito dei fratelli Leto, ero venuto qui -anzi- pregustando il sangue, sospinto dal discreto numero di critiche di diversi fanboy delusi. Non che mi piaccia denigrare il lavoro degli altri – sebbene sia una delle poche cose in cui io sia buono (di solito metto su il video di Rude dei Magic! per scaldarmi). Eppure, posso tranquillamente acquietarmi. “America”, con il suo drastico switch di sonorità, non è comunque un album scadente. Ma nemmeno eccellente. Non è un fallimento, ma nemmeno un successo. E’ un trionfo di mediaticità, di condivisione, di intenzioni positive, che non mi sento assolutamente di abbattere. I singoli d’apertura (Walk On Water, Rescue Me), del resto, fanno discretamente il loro lavoro da arena rock supportati da una produzione atipicamente EDM, facendo passare inosservato la prolissità delle tracce più squisitamente vecchio stile invece (Dangerous Night, Live Like A Dream), probabilmente i punti più stanchi e difficili da digerire del percorso. Paradossalmente, il brivido arriva proprio nelle commercialate più dichiarate, come quel solo di chitarra sporco su One Track Mind assieme a A$AP Rocky. Menzione d’onore, poi, per la doppietta di pop oscuro Love Is Madness (con quello schianto di Halsey) – Great Wide Open e la piacevole scivolata Remedy, veri highlight di un lavoro che per essere correttamente fruito è assolutamente (davvero) necessario cambiare completamente di prospettiva – pena il rischiosissimo campanilismo “non è rocche!” e limitrofi.

Non sono un critico, badate, né sono Lester Bangs. Riporto solo le mie sensazioni di ascolto e le mie strambe riflessioni a riguardo. Era stato comunque proprio Leslie a dire saggiamente che è sempre e costantemente obbligatorio guardare verso l’orizzonte e la sagoma sfocata del futuro, se si vuole cercare di capire dove la musica stia andando a parare. Jared Leto lo fa. Di rimando io, attraverso i suoi occhi (i suddetti ipnotici blu, sì), posso dire che -bene o male che sia- “America” ha un chiaro pregio: quello di essere la fotografia nitida dell’erede del defunto rock che oggi pare sempre più in voga nella terra dei pellegrini: un fresco Frankestein fatto di elettronismi e fantasmi di chitarra sintetica che spinge ad accomunare più persone possibili sotto la sua ombra. Insomma, degli Imagine Dragons cazzutelli che strizzano l’occhio alle vecchie diapositive degli Who, e poi, di nascosto, alle festacce dei Chainsmokers. Può piacere o meno. Ma tant’è.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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