Wasteland: il rumoroso aftermath dei Riverside

L’impervia traversata oltre il settimo album della band polacca.

“This is the manliest album I’ve ever written”, chiosava Mariusz Duda qualche mese fa, per presentare Wasteland (o Was7eland che scrivere vogliate). Mi chiedevo cosa intendesse dire, pensando tra me e me che comunque, in un mondo di pasionarie triggerabili e soprattutto con un side-project intitolato come un blog Tumblr di una tredicenne, “manly” è proprio un aggettivo del cazzo per pubblicizzare la propria nuova opera. Eppure, terminato l’ascolto numero N di questi compatti (oddio, non del tutto: ma ci ritorniamo) cinquanta minuti di Riverside, “manly” ci sta per davvero, e descrive alla perfezione le sensazioni che queste note mi procurano, innalzandosi innumerevoli volte dal malinconico al marziale, fino all’inspirational.

Se il predecessore Love, Fear and The Time Machine, da molti (me incluso) considerato il White Album dei Riverside, era con le sue tenui tinte la causa principale della tremenda definizione che un mio amico conoscente aveva loro affibbiato (“musica da ascoltare mentre piangi abbracciato al pigiamino del fidanzato”), Wasteland è irrorato di un drammatismo stoico ed elegantemente paternale, di quello che immagino trasudare dallo sguardo atterrito dell’uomo senza nome di Cormac McCarthy (ispirazione manifesta) o di un Rick Grimes (mia pindarica associazione). Alla fine di un “vero” concept album, con l’esplicito racconto di bombe e pistolettate, di rifugi antiatomici e di accampamenti, Duda si riserva la facoltà d’astrarre un messaggio universale di strenua perseveranza, di inesauribile forza. Qualsiasi sia lo schifo che si ha alle spalle, che siano nefandezze atmosferiche da pseudo-fantascienza o le meno sceniche ma ugualmente angoscianti vicissitudini regalate dalla vita vera, non c’è altro da fare che raccogliere ciò che si ha e andare avanti. C’è sempre da mettere sotto i tacchi altra strada.

Wasteland non è uno stravolgimento stilistico o una nuova origine, come si legge un po’ ovunque, come la stessa band aveva in realtà suggerito tirando in ballo più e più volte il primo discone Second Life Syndrome. Non è neanche una sovrapposizione sulle coordinate stilistiche di Lunatic Soul, sebbene a scongiurare l’evenienza intervenga prevalentemente l’assenza delle chitarre elettriche nella band secondaria, e i confini sui pezzi acustici si facciano in effetti sempre più labili. Wasteland è piuttosto un’istantanea su quanto i Riverside sono stati prima della loro personale tempesta: un disordinato riepilogo di tante delle sfaccettature (fondamentalmente tutte, meno quella elettronica) di una band che del prog rock moderno ha battuto – quasi mai per prima, ma sempre con risultati più che egregi – gran parte dei possibili sentieri. Con un paio di interessanti variazioni sul tema, certo: ma quello è sacrosanto ed ampiamente preventivabile, se pubblichi dischi a cadenza triennale e soprattutto se non ti chiami Anathema.

Lungo le nove tracce appaiono, fra le altre cose, muraglie di riff circolari a metà strada tra il metal dei Pain of Salvation e la rabbiosa radio-friendliness dei Muse, che si sciolgono inevitabilmente in mogi ed evocativi ritornelli ed anche, sulla cervellotica Acid Rain, in una ammaliante coda strumentale dalle sonorità insolitamente folk. Ci sono le fioriture di organetti e gli svolazzi di theremin del sempre più protagonista Michal Lapaj (questa volta anche compositore, per la chisura piano e voce) vaganti tra le suggestioni morriconiane della sorprendente title track. C’è la voce di Duda che scende di ottave come a voler bagnarsi dell’autorità di un Roger Waters, e che altrove si sovrappone a se stessa in innumerevoli, memorabilissimi cori. Ci sono elettroacustiche a ponte piezoelettrico che fanno subito Unforgiven, frammenti di piccolo bass che mimano chitarre estremamente fuzzate, e infine assoli di un paio di ospiti: Mateusz Owczarek che si toglie lo sfizio di shreddare sulla coda di Vale of Tears, e Maciej Meller che con maggiore timidezza cerca di far riemergere – per quanto possibile – morbidi echi delle chitarre del mai troppo compianto Piotr Grudzinski.

Fortemente fedele alla storia che vuole raccontare, Wasteland finisce per essere un album insospettabilmente caotico e rumoroso, per una band abituata – almeno in tempi recenti – a giocare principalmente di fioretto, più sulle sfumature che sui contrasti netti. Un’opera, ad essere onesti, parecchio lontana dai predecessori, ed alla quale non è difficile trovare difetti anche piuttosto grossi, principalmente dovuti a una tracklist fortemente disomogenea e decisamente male assemblata: principale esempio la delicatezza di River Down Below, probabilmente il miglior pezzo, stritolata tra due sbruffonate prog da 8+ minuti di cui una, The Struggle For Survival, quasi completamente trascurabile. Certo è che nel genere in cui si muovono, e all’interno del quale non hanno paura di prodursi in leggere ma decise sperimentazioni, i polacchi continuano a dimostrare d’avere pochissimi pari. E una lievissima flessione qualitativa, a valle di un significativo percorso di riassestamento umano prima ancora che artistico, non può che passare in secondo piano davanti all’evidenza che i Riverside di storie da raccontare sembrano averne ancora tante.


ABBIAMO PARLATO DI…

Riverside – Wasteland
Progressive Rock
InsideOut, 2018

01. The Day After
02. Acid Rain
03. Vale of Tears
04. Guardian Angel
05. Lament
06. The Struggle For Survival
07. River Down Below
08. Wasteland
09. The Night Before

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *