15 anni fa: quando punk voleva dire Avril Lavigne

avril lavigneUltime reminiscenze estive di cronache a tinte punk.

Ogni tanto, quando tento di intavolare la solita pantomima di approccio con una universitaria i cui caldi interessi inglobano anche la musica, salta fuori il domandone su cosa si ascoltasse da bocia e quale fu il primo cd acquistato, giusto per rimembrare a noi stessi quella malsana abitudine oggi sconosciuta di barattare soldi per supporti musicali rotondi. Quando capita, mi limito di solito a rispondere con un vago sorrisetto snob Mother’s Milk, quasi per far vedere che anche a dodici anni suonati qualcosa di giusto già la intravedevo. Ma non è vero. Fu il secondo. Bene dai, ma non benissimo.
Per comprensibili ragioni mi trovo praticamente sempre nella spiacevole posizione di mentire, per non giocarmi anche l’ennesimo barlume di credibilità e le ultime chance di preclusione dal caro e vecchio due di picche. No no, fu molto peggio. Chiariamoci, non mi pento di nulla. Ma se c’è una diapositiva imbarazzante stampata nella mia mente, sono sicuramente io dodicenne, con i brufoli al posto della barba, maglietta di Eddie Guerrero e Total 90 ai piedi, a buttare nello splendido ipermercato dantesco qualcosa come l’equivalente di cinque pacchetti delle prime Diana Blu per Let Go di Avril Lavigne. Proprio lei, Avril Ramona Lavigne, la stessa fighetta dagli occhi color cielo dell’Alabama che, proprio quindici estati fa, sbancò tutto anche nella nostra penisola e finì per cavalcare come un giovine Andy Irons assieme ai fottuti Green Day quell’uragano modaiolo fatto di cravatte a scacchi e smalto nero che guardava ai Ramones senza sapere manco chi cazzo fossero e che degenerò rapidamente in un calderone depravato di abomini tagliuzzati e squinternati del livello di maschiaggine di dARI e Tokio Hotel, di cui (per fortuna) oggi in pochi conservano memoria e che molti (vigliaccamente) rinnegano.

Sì, oggi non mi va di nasconderlo. Prima di iniziare a sprecare i miei giorni facendo flessioni per assomigliare vagamente al cugino strambo di Anthony Kiedis (optai presto per i denti rotti e la maria per abbordare il target esteticamente più modesto di Flea), passavo le sere ad ascoltare soltanto quei primi tre singoloni in loop, pensando alla compagna di scuola dalle premature tendenze comuniste per cui avevo perso la testa (di cazzo) e al perché non riuscissi a sfondare la barriera della chat Msn. Complicated, Sk8er Boi e l’inno della sindrome di Stoccolma I’m With You (“Take me by the hand, take me somewhere new, I don’t know who you are but I’m with you”) in eterna heavy rotation – manco fosse Crush dei Bon Jovi. Ogni tanto anche Naked in aggiunta, giusto per non atrofizzare il tasto Forward.

Mi sentivo uno sfacciato ribelle, un diverso orgoglioso, un fedelissimo della youth gone wild più tenera. Insomma, mi sentivo punk. Tutti viaggiavano con Gabry Ponte e gli Eiffel 65. Se andava bene, Eminem e J-Ax. Io veneravo già le chitarre elettriche, seppur suonate da ragazzini più incapaci dei Gazosa. Poi mi toccò crescere, ascoltare la solita nenia -peggio delle rotture sulla traduzione del titolo italiano di Eternal Sunshine Of The Spotless Mind– che Avril Lavigne fosse merda (e meno che mai punk) e finii pure per credergli. Oggi però, che ho collezionato abbastanza sale in zucca, sono abbastanza savio per riuscire a vedere, col senno di poi, quella che fu (ed è ancora) la dura verità: cazzo, se era punk Avril Lavigne.

avril lavigne punk
Ok, piano. Musicalmente, le sue erano in gran parte cazzatelle pop con, tra le file, filler a catinelle. Ma del resto, pensiamoci bene, prima di storcere troppo il naso: la matrice del punk era pur sempre quella ossia strutture bubblegum a tre accordi, armonie semplici e riff ripetitivi. Ad ogni modo, cosa faceva davvero la differenza era qualcos’altro: l’attitudine, in poche parole. Parlo del primo album, eh; quello di cui vi sto narrando, l’esordio, puro e acerbo. Non di quelle puttanate da Girlfriend in poi o le ballatone scritte da un Butch Walker con i creditori pignoratizi alle calcagna. Quella primordiale attitudine era punk.
Basta semplicemente rifletterci anche di sfuggita: il punk non è (soltanto) un genere musicale e chi lo nega è senza speranze. Anzi, c’entra proprio davvero poco col saper suonare. E’ prima di tutto volontà, è negazione e rifiuto, è scelta. Non è solo creste colorate, chiodi Perfecto e Doc Marten’s. Come non è solo un giro grezzo e veloce che ricorda Anarchy in the U.K. Non è soltanto Clash, Black Flag, Descendents, Hüsker Dü o Bad Brains. O, neanche -per i più fighetti- Circle Jerks, Fear, Big Boys, Dickies o Dicks.

Kurt Cobain era solito dire che il punk rock fosse semplicemente libertà. Nikki Sixx invece, più pragmaticamente, martellava le orecchie dei flashati che si proclamavano invano del movimento. Ma non avrebbe martellato le orecchie di Avril Lavigne. E sapete perché? Innanzitutto, perché l’ho visto ad uno dei suoi primi concerti, tra il mare di Converse. E poi perché la guagliona canadese -prima di sposare un (secondo) cazzone (il tizio dei Nickelback) che avrebbe potuto andare più dignitosamente in giro con il pisello in mano come gli Steel Panther ed ergersi a paladini del rock ignorante piuttosto che del rock ignorato e buono soltanto per campagne pro-molestia sessuale (“No” is a dirty word / Never gonna say it first / “No” is just a thought that never crosses my mind)-, scriveva (o si faceva scrivere) pezzi che (in qualche modo, vai a capire come) riuscivano a comunicare qualcosa per chi si sentiva fuori dal coro. E, ragazzi miei, quello alla fine vuol dire essere punk: attirare con il proprio ululato incazzato (o, quantomeno, contrariato) altri cani sciolti disgustati dal branco principale e fare un gran casino assieme. Sic est.

avril lavigne punk

Non riesco a convincervi, eh? Troppo banale? Va bene, concordiamo tutti sul fatto che sono un mucchio di stronzate, sparate per giustificare la mia confessione a ciel sereno. Però, a dir la verità, io parzialmente ci credo davvero. E voi comunque avete cliccato e siete arrivati fin qui. Vuol dire che, in ogni caso, eravate anche voi tra quei lupi affamati e solitari allora -e tuttora- in cerca di qualcosa. Permettetemi dunque, in segno di rispetto, di non prendervi più per il culo, congedandovi e mandandomi a quel paese dopo mille cianciate con qualcosa di concreto, una perla in dono che nessuno prima d’ora era riuscito a carpire: (rullo di tamburi)… il prezioso retroscena nascosto di Complicated, riguardante proprio il maritino mr. how-you-remind-me, e ripresa poi in un suo “capolavoro” successivo. Insomma, una splendida e differente visione di una famosa storia mondana, che un po’ incarna lo stereotipo della forma mentis diametralmente opposta tra luridi maschietti e gentil donzelle. Ossequi.

Complicated – Avril Lavigne
I like you the way you are
When we’re drivin’ in your car
And you’re talking to me one on one
But you’ve become…
Somebody else ‘round everyone else
You’re watching your back like you can’t relax
You’re tryin’ to be cool
You look like a fool to me

(Traduzione per le capre)

 

Animals – Nickelback
I, I’m driving black on black
Just got my license back
I got this feeling in my veins this train is coming off the track
I’ll ask polite if the devil needs a ride
Because the angel on my right ain’t hanging out with me tonight
I’m driving past your house while you were sneaking out
I got the car door opened up so you can jump in on the run
Your mom don’t know that you were missing
She’d be pissed if she could see the parts of you that I’ve been kissing
Screamin’

No, we’re never gonna quit
Ain’t nothing wrong with it
Just acting like we’re animals
No, no matter where we go
‘Cause everybody knows
We’re just a couple of animals

(Traduzione per chi ha studiato coi somaritani)

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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