C’era davvero bisogno dei Greta Van Fleet?

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Dubbi ed elucubrazioni sul fenomeno rock del momento

Il passato può vestirsi di vari e significativamente opposti indumenti: una morbida coperta che tiene caldo quando fuori piove e non è consigliabile uscire; un drappo lucente, memoria delle glorie che furono; una corazza, un po’ ammaccata eppure ancora ben resistente, da indossare durante le battaglie quotidiane; una veste scura, opaca, che grava sulle spalle col suo peso e irrita la pelle al semplice contatto con il ruvido tessuto di cui è intrecciata. Il passato ci accompagna, ci modella e, spesso, è difficile da celare agli sguardi indiscreti. Nel caso dei Greta Van Fleet, il passato è, inequivocabilmente, una coperta troppo corta.

Per coloro che ne ignorano il nome e, magari, anche l’esistenza, i Greta Van Fleet sono la cosiddetta “next big thing” nel mondo dell’hard rock: quattro giovani statunitensi, età compresa tra i 19 e i 22 anni, tre di loro fratelli (di cui due gemelli), il quarto componente un amico di famiglia di “vecchia” data. Hanno pubblicato due EP e un LP, Anthem of the Peaceful Army, quest’ultimo uscito giusto qualche giorno fa e anticipato da un paio di singoli che hanno contribuito ad accrescere le aspettative tra i nostalgici di chitarroni e voci spaccavetri. Perché è proprio questo che la band propone, in barba alle tendenze e alla giovane età, condendo il tutto con testi che si rifanno al flower power di sessantottina memoria e un’estetica a metà tra lo pseudo-accattone e l’esotico orientaleggiante. Tale miscela è stata salutata come manna dal cielo dagli appassionati e non c’è molto di cui stupirsi, visto che l’hard rock è, probabilmente, il genere musicale maggiormente ancorato al passato e il meno capace di rinnovarsi, sia dal punto di vista costumistico che sonoro.

Non c’è molto di cui stupirsi neanche quando, allo scoccare del riff inaugurale del primo EP, la mente costruisce un ponte istantaneo tra 2018 e 1969, tra Greta Van Fleet e Led Zeppelin. Non è un mistero, infatti, che i quattro ragazzi del Michigan abbiano eletto gli dei britannici del rock a propri numi tutelari, proponendo diversi loro brani agli albori della propria attività musicale; tuttavia, c’è una bella differenza, inevitabilmente percepibile, tra onesto tributo e copiosa appropriazione delle altrui idee e sonorità, e tale differenza si palesa sistematicamente nella musica dei Greta Van Fleet: nella voce del frontman Josh Kiszka, nello stile dei tre strumentisti, nelle scelte sonore operate in studio di registrazione (chissà quanto volute dai ragazzi, chissà quanto frutto di strategie discografiche ben delineate), nella tavolozza compositiva alla quale attingono per dare vita a ciascun brano e persino in certi dettagli estetici e iconografici (le piume che ornano il capo del cantante, per esempio; quasi una qualche, misteriosa entità protettrice del Rock le abbia trasmigrate tra i suoi capelli direttamente dal logo con il quale Robert Plant s’identificava sulla copertina di Led Zeppelin IV, che tanti lembi di pelle è andato a decorare, in forma di tatuaggio, in compagnia di quelli corrispondenti a Page, Jonesey e Bonzo).

Tutti questi punti di contatto, e oserei dire di parziale ma evidente compenetrazione, non mancano di mostrarsi durante le loro esibizioni dal vivo, condite da lunghe dilatazioni di alcuni dei brani in perfetto Zeppelin-style, neanche si trattasse di pedisseque esecuzioni di Dazed and Confused o Whole Lotta Love. Non può stupire che quanto finora esposto si traduca, nel mare magnum della rete, in articoli che usano la tracklist di Led Zeppelin I per elencare “le nove migliori canzoni dei Greta Van Fleet” o in video in cui ultrasessantenni perplessi non riescono a distinguere le due band in più di un’occasione, sebbene abbiano visto, ascoltato e preso parte in prima persona all’ascesa delle leggende albioniche. Lo stesso Robert Plant, intervistato in merito, ha detto di apprezzare la loro musica ma, senza mezzi termini, non ha mancato di aggiungere che “sono Led Zeppelin I” e che il cantante “ha preso in prestito la voce da qualcuno che conosce molto bene”.

Eppure, e sottolineo eppure, questi quattro ragazzi sono passati, nel giro di poco, dai locali della loro zona al palco del Coachella e stanno registrando tutto esaurito in serie, sia negli States che in Europa. Com’è possibile? A scanso di equivoci, bisogna innanzitutto dire che sono bravi, molto, sia individualmente che come ensemble (altrimenti gente come Robert Plant non si scomoderebbe nel nominarli, non credete?), e che il talento, la dedizione e i sapienti consigli del produttore giusto (che ne ha rafforzato i pregi e ripulito le ingenuità) li hanno portati dove sono ora; e i brani, oltre a fare la felicità della schiera di passatisti che non vogliono arrendersi alla fioritura di nuove tendenze musicali e all’appassimento delle vecchie, sono perlopiù ben scritti e di facile presa, come richiesto da quelle radio rock generaliste che ti montano la compilation preparatoria all’uscita del venerdì o sabato sera; insomma, il delitto perfetto.

Non si tratta del primo caso di automatica associazione tra due band di epoche differenti, com’è ovvio che sia visto che la musica, e un po’ tutta l’arte in generale, non può prescindere dalle influenze né dall’ispirazione che ne deriva; non dimentichiamo che gli stessi Led Zeppelin hanno pescato a piene mani dal repertorio blues a loro immediatamente antecedente e sono stati il naturale proseguimento degli appena scioltisi Yardbirds; ma il rock, in quell’epoca, rappresentava un genere attuale, all’avanguardia non solo dal punto di vista prettamente musicale, ma anche sociale, mentre oggi sta inesorabilmente percorrendo il viale del tramonto e, più che nelle piazze (reali o virtuali che siano), avrebbe una migliore collocazione nei musei e nei mercatini d’antiquariato (e chi vi scrive va matto per il rock, sia chiaro).

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Che fare per tenere vivo il genere e mungere le ultime stille di latte da quella fetta di mercato rimasta ancorata al genere? Diamo loro in pasto delle succulente reunion (quando possibile) oppure cerchiamo cloni da lanciare sul mercato, che riportino gli appassionati a spendere e a gonfiare i nostri conti in banca. Ecco quindi che manipoli di sessantenni tornano sul palco e riempiono palazzetti e stadi; ecco gli Airbourne, copia-carbone degli AC/DC che però, di fronte allo sfondamento della barriera del mainstream da parte degli originali (non avete notato anche voi una crescita esponenziale del numero dei loro fan?) si sono dovuti “accontentare” di un’onesta carriera che continuano a portare avanti con discreto successo (a fronte di alcune leggere “correzioni in corsa” che ne hanno, in parte, personalizzato suono e proposta musicale – ma, di nuovo: cosa non è stato già detto nel rock?).

Al momento, nulla sembra suggerire un distanziamento dei Greta Van Fleet dai loro idoli; anzi, sembrano stati programmati a tal punto come una forza revivalista nel panorama della cultura popolare occidentale (e, a proposito di programmare, consiglio l’impietosa recensione del loro LP su Pitchfork) che, sarò forse schiavo delle mie convinzioni, ma a me il loro logo ricorda qualcosina che ci sguazza parecchio, nel titillamento nostalgico studiato a tavolino; ma stiamo parlando di una band a cavallo dei vent’anni, con tutto il tempo e i mezzi per maturare una voce propria. La speranza è che la potente macchina promozionale statunitense continui comunque a spingerli e che essi abbandonino presto l’ambizione di diventare “i Led Zeppelin della generazione Z”, come qualcuno si è affrettato a etichettarli (certe definizioni sono decisamente spassose: come chiameranno la prossima generazione, inizieranno a usare i numeri oppure ripiegheranno sulle coppie di lettere?), e che possano essere ricordati, piuttosto, per avere saputo lasciare un’impronta netta e ben distinguibile sulla musica popolare del ventunesimo secolo.

Per concludere, vi lascio come non sarebbe mai consigliabile fare, ovvero rispondendo alla domanda contenuta nel titolo con un’altra domanda: dove sarebbero oggi i Greta Van Fleet se, in seguito al lungo corteggiamento, che c’è stato e forse prosegue tuttora, e alle valanghe di soldi offerti, i Led Zeppelin avessero infine accettato di riunirsi?

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