Cosa salvare del 2017 – Musica

Onesti e tramandabili residui del 2017 musicale.

Come il suo caro predecessore, il 2017 ci sta per lasciare portandosi una sua scia di tragiche scomparse e con l’aria abbondantemente ammordata da una quantità di tormentoni di cui non sentivamo il bisogno. Abbiamo però sfogliato le nostre playlist e abbiamo trovato una discreta quantità di roba che ci piacerà riascoltare nei prossimi anni, quando avremo voglia di raffinatezza o anche di estrema ignoranza. Fatela vostra se non la conoscete, andate in giro e fate i fighi conoscitori di musica.


album Il disco: Laura Marling – Semper Femina

Le donne: tentare di capirle è un’impresa eroica, raccontarle un privilegio per pochi. E che dire di una donna che, dopo aver fatto quattro chiacchiere sulla natura femminile con artiste e colleghe del calibro di PJ Harvey e Patti Smith, immortalando il tutto in una serie di podcast gratuiti, sceglie di votare un’intera raccolta di canzoni alla causa. Nella sobrietà e nel minimalismo del suo folk, non privo di connotati sensuali ed erotici, “Semper Femina” richiama alla mente passeggiate metropolitane, lenzuola stropicciate, gite al faro, timide risate. E lo fa attraverso la devastante potenza evocativa – del suono, della parola, dell’immagine – che è di Joni Mitchell, Virginia Woolf e Frida Kahlo. Tra le grandi donne dell’arte contemporanea, Laura Marling è davvero in ottima compagnia.

music_note La canzone: Sam Smith – Burning

Sam Smith lo ha ammesso senza pudore: la fine di un amore può ridurre una persona a uno straccio, spingerla a farsi del male, magari fumando più di venti sigarette al giorno. Sarà per questa sua disarmante sincerità, palpabilissima nella classe di una ballad per soli piano e voce in stile “Someone Like You” (Adele insegna, come sempre), che il mio personale Grammy per la canzone dell’anno va a “Burning”. Non un elogio all’autolesionismo ma una confessione a cuore aperto, uno sguardo malinconico a sogni e possibilità che, per volontà nostra o altrui, sono stati lasciati svanire nell’aria, come l’ultima boccata di sigaretta prima di chiudere gli occhi. Mi tocca dirlo: nel dolore di un addio c’è una bellezza senza confini.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Lorde – Melodrama

David Bowie aveva scommesso tutto su di lei, io un po’ meno. Ebbene, l’uscita di “Melodrama”, un tunnel di colori e sensazioni contrastanti che è un po’ come una sbronza adolescenziale, mi ha costretto a ricredermi in merito alla sincerità e al potenziale di un progetto artistico che, rispetto all’album d’esordio, ha preso una direzione ben precisa, sintetizzando in una manciata di pezzi la storia della musica pop degli ultimi 30 anni. Scusami David, per aver dubitato della tua parola. Scusami anche tu Lorde, per non averti capita fino a questo momento.

favorite La Cafonata: Ed Sheeran – Shape Of You

Prendere i ritmi più modaioli e tamarri del momento e, su di essi, plasmare una hit da classifica suonata ed arrangiata come dio comanda. Chi altri, se non il Re Mida del pop, poteva riuscire in una simile impresa? Sono convinto che sia necessario essere un po’ cafoni per fare quello che fa Ed Sheeran nella vita, fregandosene dei rigidi confini tra un genere musicale e l’altro e riuscendo a piacere tanto all’aspirante rapper quindicenne quanto alla casalinga disperata. Nel mezzo ci sono pure io, caro Ed, che vado in brodo di giuggiole per ogni canzone che pubblichi. Ma il duetto in italiano con Bocelli non te lo perdono, sappilo.


album Il disco: Baustelle – L’amore e la violenza

Spesso sbraito e mi lamento, ma è doveroso ammettere giunti fin qui che, di lavori notevoli, l’anno che si appresta ad oscurarsi verso il tramonto ne è risultato rigurgitante. Prima tra tutte le fornitrici, a mio squisito modo di vedere, si colloca a questo giro in modo impronosticabile la nostra logora e malandata madrepatria, principalmente (ma non solo) per via di questo diamante sgrezzato dal pregio immenso di far intravedere nuovamente, tra il fiorire di una rosa e la decadenza, per qualche vivido ed intenso minuto di musica sinfonica (oserei dire leggera, se Battiato me lo consente), le torri dei nostri avi, e la gloria, il lauro e il ferro ond’eran carchi. Ringrazio a nome dell’Unesco Francesco, Rachele e Claudio. E Betty. Chiunque essa sia, che ancora mica l’ho capito.

music_note La canzone: Harry Styles – Sign Of The Times

Ricordo di essermi sentito vertiginosamente disgustato quando lo vidi attraversare le sacre strisce di Abbey Road assieme ai suoi amichetti e di essermi espresso in modo (ehm)… negativo nei loro confronti. Ma brancolavo nel buio, come un Grignani qualunque lasciato senza guinzaglio all’open bar. Non avevo ancora capito chi fosse Styles. Non potevo sapere che era un prigioniero in attesa della sua vera grande occasione. Nessuno poteva saperlo. Ebbene eccolo, con una ballad di qualità ancestrale, un piccolo Jagger ribollente con in saccoccia una canzone talmente potente da far spiccare il volo. Ora, dinnanzi a cotanta maestosità, taccio, in segno di rispetto. Glielo devo.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Desperate Journalist

Wolf Alice, il già citato Harry Styles, Rag n’ Bone Man, Ninet Tayeb, Måneskin (sì, l’ho scritto, amen), la lista è discretamente lunga. Ma chi mi ha sul serio fatto uscire gli occhi dalle fottute orbite in stile The Mask (con comprensibile ululato annesso) sono stati questi londinesi figli della Regina, giunti oggi all’onestissimo second coming. Discepoli di Robert Smith e Johnny Marr, fidatemi di me, ascoltatevi questa perla di rara naturalezza, e rivedrete più sfavillante che mai quella celebre luce intramontabile.

favorite La Cafonata: Francesco Gabbani – Occidentali’s Karma

Ha travolto quella catapecchia di Sanremo. Ci ha portato in Europa a sognare insieme ad altre baracconate di livello sideral-ignorante. E, come delle scimmie, abbiamo ballato, in un modo ancor più indecente del popopopopopopo berlinese. Sì, il pudore rimase ovviamente a casa, assieme agli astemi in coma etilico per l’infelicità. Ma è stato bello così. E’ stato giusto così. Fu per amor patrio. E poi, per una volta, ma che ce frega, ma che ce importa. Ci sarà tempo per dimenticare tutto. Con un amen.


album Il disco: Queens of the Stone Age – Villains

Assolutamente di parte, ci mancherebbe altro. Eppure il mio giudizio si fonda su quelli che sono constatazioni non oggettive, ma soggettive, talmente vicine all’oggettività da essere soggettivamente oggettive. Cosa intendo dire? Che nei miei gusti un simile album non poteva non essere l’album dell’anno. Una band dalle mille facce, in grado di evolversi nel tempo e rendere il suo prodotto decisamente più commercializzabile, ma senza mai perdere la sua essenza stoner. Gradito il ritorno sulle “scene” di Boneface, che caratterizza l’intera produzione di Villains, proseguendo sulle orme di Like Clockwork…

music_note La canzone: Foo Fighters – The Sky Is a Neighborhood

Concrete & Gold è stato quell’album aspettato per anni, per poi uscire senza suscitare in me l’emozione dei precedenti. Una passione che forse va scemando per la band di Dave Grohl, resa ormai eccessivamente commerciale a causa di iniziative di dubbio gusto in cui è stata coinvolta (ogni riferimento non è puramente casuale). Però, devo ammetterlo, questa Sky is a Neighborhood è un signor pezzo: me ne sono innamorato tre giorni fa all’ennesimo passaggio radiofonico. Forse le cose belle si riescono ad apprezzare solo nel tempo.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Public Service Broadcasting

I PSB sono strani, ed anche tanto. Strano però non sempre ha valenza negativa, perché per “strano” può intendersi semplicemente “qualcosa di poco usuale che genera stupore, sbigottimento”. Ecco, i Public Service Broadcasting si sono rivelati essere una più che gradita sorpresa, grazie al loro, appunto, inusuale modo di fare musica. Già da qualche anno sulle scene, non è cosa facile riuscire a confermarsi offrendo un prodotto vintage, ma allo stesso tempo innovativo. Every Valley è una pepita d’oro raccolta su un fiume di rifiuti plastici, quali sono gli ormai vetusti Compact-disk.

favorite La Cafonata: Le focaccine dell’Esselunga

Nonostante il suo essere un non-brano, le Focaccine dell’Esselunga ha per mesi occupato un posto tra le tendenze di Spotify. Si tratta di una di quelle robe talmente ignoranti da assumere rilevanza nazionale, facendo parlare di sé ed acquisendo consensi. Perché le cose, quelle belle, sono di due tipi: o eccessivamente belle o eccessivamente brutte. Quelle anonime rimarranno tali per sempre.


album Il disco: Steven Wilson – To The Bone

Nel ristretto mondo del prog e, all’interno di esso, nella nicchia di prog moderno europeo, ci sono almeno altri due album che in termini di piacevolezza e di gusto compositivo sono superiori all’ultimo del buon stefano: l’ossessivo ed elettronico Fractured di Lunatic Soul, il roboante ed epico War is Over dei Von Hertzen Brothers. Ma To The Bone ha un suo innegabile ed enorme valore aggiunto di opera di assoluta rottura, un “sucate forte” urlato dal leader indiscusso di un’intera corrente ad almeno una buona metà dei suoi più fedeli seguaci. Permanating, nei confronti dei progster tradizionalisti per i quali tutto dovrebbe essere pieno di moog e soprattutto noiosissimo, è una gratuita efferatezza. Io l’avevo detto che sarebbe diventato pop, che avrebbe tirato fuori una ruffianata peggio di Tommaso Paradiso. E Steven mi ha dato ragione, permettendomi di andare in giro per le fanpage a trattare gli intransigenti con la stessa boria che si sfodera contro mamme pancine e sciechimisti. Sono un fenomeno. Per i prossimi pronostici continuate a leggermi. Pvt per i numeri del superenalotto.

music_note La canzone: Fratelli Gallagher – Chinatown / Dead in the Water

A meno che non abbiate un’esistenza particolarmente ascetica, anche voi avete passato questi ultimi giorni in convivenza forzata con vostri parenti più o meno stretti. E non avete forse sodalizzato con i cari fratelli Gallagher? Vero, saranno anche degli inveterati pezzi di merda, ma le loro beghe -seppur gonfiate dalla visibilità e dai conti in banca- non hanno la stessa, genuina natura degli occhi iniettati di sangue dei vostri zii dopo un piatto particolarmente ricco a sette e mezzo? Nelle ultime settimane, grazie ai Gallagher, ho avuto quasi in loop due capolavori: Chinatown, l’interpretazione di Liam del bi-folk rock moderno, e Dead in the Water, una meravigliosa e struggente ballata live-only di Noel. Natale in fondo riunisce tutti, e le immagino pubblicate insieme, su un 45 giri, con scritto sull’etichetta del lato A “Ma avrebbero ancora senso gli Oasis oggi?” e, su quella del lato B, “sì”.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Wolf Alice

Più che una sorpresa in assoluto, la sorpresa di una gradita conferma. La sorpresa di non avere brutte sorprese. I Wolf Alice arrivano al secondo album, limano qualche turba postadolescenziale (a parte gli shit! shit! shit! arf arf arf di Yuk Foo) e tirano fuori un mucchio di tracce coerenti, solidissime, vagamente psichedeliche. E poi guardiamoci in faccia: poco ci importa degli altri cazzoni che compongono la band, qua stiamo essenzialmente parlando di Ellie Rowsell, voce incredibile e presenza scenica mostruosa, capace di rendere interessanti anche i singoli di Natale di spotify. Qui, anche se non è del 2017, una prova live di come la venticinquenne mezza-bionda sia davvero il next level: se non vi convince, non so che dirvi. Guardatevi le partite.

favorite La Cafonata: Thegiornalisti – Riccione

Il video di Riccione è stato l’unico motivo per farmi fermare su VH1 durante istanti di inutile annoiato zapping. Ho messo Riccione in playlist per lunghi viaggi in macchina, a ripetizione, mentre cercavo il mare come un’aquila reale. L’ho condivisa svariate volte, ogni volta una scusa differente, sul mio profilo Facebook, in mezzo ai buongiornissimi di giovani vecchi. Con la scusa di impegni e dolci compagnie sono andato ad Alexanderplatz solo per mangiarmi mezzo panino sotto il cielo di Berlino. Ora che è finito il 2017 tiro via la maschera del goliardico finto-apprezzatore di cafonate, e sono pronto a dirlo e ad accettarne le conseguenze. Per me, Riccione, è un capolavoro.


album Il disco: Ulver – The assassination of Julius Caesar

Disco dell’anno senza dubbio, avrei scelto anche l’oscura “So falls the world” come brano dell’anno ed il live degli Ulver al Quirinetta a Roma come “concerto dell’anno”, se di redazione non avessero deciso di levare suddetta sottocategoria. Un live irripetibile che sicuramente ha condizionato il giudizio di molti sull’ultimo disco in questione, suonato per intero data l’occasione: un concept su Roma, sulla maestosità dell’impero romano e sul suo decadimento.
Garm che avvolto nell’ombra – quasi quanto ai tempi di “Kveldssanger” – torna a cantare dopo la parentesi strumentale dei tempi più recenti, tra dischi di musica elettronica e colonne sonore. L’eleganza nell’inserire un particolare del “Ratto di Proserpina” del Bernini come immagine del disco, opera d’arte sonora che in quanto a maestosità si avvicina alla scultura che ben lo rappresenta. “The assassination of Julius Caesar” è un disco granitico, nero come la pece, misterioso ed affascinante.

music_note La canzone: Nine Inch Nails – The Background World

Con “The background world” Trent Reznor torna a fare l’arrabbiato. Frigge tutto nelle cuffie, ma fa tutto parte del programma. Il brano è posto in chiusura dell’EP pubblicato dai Nine Inch Nails “Ad violence”, che di violento non ha assolutamente nulla e scorre via tra potenziali scarti e b-sides dell’artista. Se non fosse che durante la composizione dell’ultimo pezzo qualcosa in quello studio di registrazione della “The null corporation” ha deciso di impossessarsi del sintetizzatore. “The background world” dura undici minuti, ed almeno la metà di essi sono deliri sonori. Geniale.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Archspire – Relentless mutation

Technical Death Metal made in Vancouver da infarto. Più della metà dei brani andrebbero rallentati almeno del cinquanta percento per capire cosa realmente succeda all’interno degli stessi. E invece – a trecento bpm – è un maelstrom sonoro: qualità, quantità, assenza di filler e velocità estrema. “Relentless Mutation” è un capolavoro estremo appunto, gli Archspire al secondo disco fanno davvero il botto. A partire dalla title track, brano dai due volti: lento ed estraniante prima, violento e brutale poi senza intermezzo alcuno. Dalla scelta del primo singolo estratto “Involuntary Doppelgänger” – presentazione perfetta della band e di come suonerà il disco – all’artwork, gli Archspire curano tutto nel dettaglio. Tutto è organizzato e curato alla perfezione: la quantità di note, di colpi di doppiacassa, di metrica incastrata, di sezione ritmica ed armonica perfettamente in sincrono sparate nelle casse. Tutto questo nell’attimo di un battito di ciglia.

favorite La Cafonata: Carl Brave X Franco 126 – Sempre in due

A volte la musica impegnativa rompe il cazzo. Non puoi tornare dall’Ex dogana alle 6 di mattina e continuare ad ascoltare il disco progressive post metal strumentale che avevi lasciato nello stereo della macchina. Stai con amici, vai andate a prendere la colazione dopo una serata sotto cassa, quello di cui hai bisogno è un po’ di indie. Indie romano: la musicapescopà, come direbbe “Indiesagio”. La mia scelta però ricade su un pezzo non proprio indie (che poi chi ascolta indie per scopare è proprio colui che non scopa mai).
Diciamo trap anche se non proprio trap. “Sempre in due” è una piccola perla, una cafonata elegante però. Il testo bello, e cantarla con i finestrini abbassati fa godere. Non ho scelto Coez perché non abbastanza cafone. E “Oroscopo” è uscita l’anno scorso…


album Il disco: The National – Sleep Well, Beast

Difficile, difficilissimo. Stavo per scrivere “Villains” dei QOTSA, ma alla fine ha vinto la mia parte più profonda, quella che ogni tanto dimentico di avere perché non riesco a vederla nemmeno con la torcia led a 12milioni di lumen. “Sleep Well, Beast” è una coltellata sotto effetto di barbiturici mentre si è tuttavia lucidi, e proprio per questo, forse, tocca un po’ di note importanti e imprevedibili. Non per tutti, anche perché potreste rivalutare come incredibilmente comico e divertente Trainspotting e relative scene agghiaccianti.

music_note La canzone: Guns N’ Roses – Black Hole Sun (Soundgarden cover)

Sì, sono un vecchio di merda. Sono stati pubblicati dischi spettacolari quest’anno, ma il mio cuoricino da animale estinto è tornato a fermarsi quando il 10 giugno a Imola, mentre mi divertivo come un idiota a perdere dalle tasche token su token perché saltavo come – per l’appunto – un idiota, quando è partito quell’arpeggio iniziale, quando è comparso lo Space Neddle di Seattle sui megaschermi e Garfield alias Axl Rose ha iniziato a cantare come omaggio a Chris Cornell, sono rimasto pietrificato. Per l’emozione. Quindi sì, sono un vecchio estinto di merda che si emoziona per queste cose. E non vi chiedo nemmeno scusa, brutti giovani di sto cazzo.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Omar Pedrini, Ne Obliviscaris e ROS

Il primo perché, nonostante tutto e tutti, continua dritto per la sua strada e ha sfornato un disco onestissimo e genuino verso cui bisogna solo aver rispetto, i secondi perché erano mesi e mesi e mesi che un disco metal “pesante” e complesso non mi gasava (voce del verbo “gasarsi”, corrispettivo grezzo dell’italiano “sorprendersi, eccitarsi, entusiasmarsi”). Due mondi assolutamente distanti, ma la qualità è una cosa bella, a prescindere dall’ambiente. Ah, sì, i ROS: insieme ai Maneskin, sono forse quelli che hanno davvero le carte in regola per far qualcosa di serio in Italia. Sono serio, eh.

favorite La cafonata: Christian De Sica – Merry Christian

De Sica ha da sempre una passiona smodata per il musical e il canto. Può permetterselo, perché onestamente ha una gran voce, nessun dubbio. Cantare canzoni di Natale è scontato quanto l’outlet del negozio in chiusura d’attività. Ma va bene ed è bene. Tranne sta cafonata del titolo e della betoniera di Photoshop 1997 sul volto in copertina. Delicatissimo.

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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