Cosa Salvare del 2018 – Musica

Onesti e tramandabili residui del 2018 musicale.

Un altro anno va a farsi benedire e noi, per fortuna o purtroppo, ci troviamo a tirarne le fila anche da un punto di vista artistico. Storditi dalla sospetta assenza di un tormentone ispanico gigante alla Despacito, abbiamo esplorato tutti gli altri generi musicali per trovare cosa è successo di bellissimoo o quantomeno di importante.


Giulio Beneventi

album Il disco: Salmo – Playlist

Avei potuto essere nostalgico e dire Springsteen, avei potuto essere sul serio indie ed osannare in modo ancor più ingiustificato i Baustelle o, ancora, essere ignorante senza ritegno e buttare lì a caso scimmie artiche o draghi immaginari, avrei potuto persino fare il falso intellettuale da strapazzo e sentenziare con erre rigorosamente moscia Thom Yorke. Ma non sarei stato in nessun caso sincero. E avete sfiga che il fioretto di quest’anno, fallito quello di smettere di fumare e drogarmi, era proprio la sincerità (se leggi, grazie Arisa). Quindi, eccoci. Poi Maurizio quest’anno è stato l’unico altrettanto sincero. Il solo che ha avuto le palle di andare contro tutto e tutti, persino contro i grandi fan (“oddio il feat. con Ebbasta, traditore”), e riuscire a fare il botto (cit. Pesce Innamorato). Poi dai, c’è tra le tante anche la collaborazione con Fibra. E allora di cosa stiamo ancora a blaterare? Ma state zitti (altra cit.).

music_note La canzone: Paul McCartney – Come On To Me

Sarà che sono di parte a livelli titanici da più o meno sempre, sarà complice l’emozionante carpool karaoke che mi ha strappato mille nuove lacrime, saranno le settimane egiziane passate insieme a fare i boccaloni, ma quest’anno non ho assolutamente dubbi sulla composizione da porre sul gradino più alto del podio. Non un capolavoro, non un’opera grandiosamente memorabile. Nah, solo un anthem. Un inno maccartiano. Ed una vera e propria (l’ennesima) dimostrazione che il buon Paul, Beatles o meno, è sempre il migliore, colui che (in Bob Dylan veritas) tira fuori sorprendenti melodie persino dalle scoregge. Scussate se è poco (ora in Abantuono veritas).

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Tom Odell

Candidamente, lo ammetto: ho sempre snobbato e discretamente disprezzato il mio coscritto biondo del West Sussex sin dal suo esordio di qualche anno fa. Non che lo avessi ascoltato più di tanto, per carità. Non mi ispirava per nulla, ecco la verità. Poi mi ricordava un qualcosa come il cuginetto sfigato di Macaulay Culkin rimasto a corto di pillole. A questo giro, al terzo (quello della maturità, direbbe la regola aurea) invece Tommybello mi sbatte in faccia con scioltezza, come uno schiaffetto romantico sulla guancia à la Ron Jeremy, un lavorone di nobile lignaggio che quasi ricollega la nuova Jubilee Road con la vecchia strada di mattoni gialli, con una decina di composizioni di talento cristallino che solo uno Zevon dei bei tempi avrebbe potuto impacchettare. Che dire, se non citando il Poeta Brave (visto che siamo in vena di cit.) che ha scalzato all’ultimo in questa mia tossica playlist: chapeau, chapeau, chapeau.

favorite La Cafonata: Thegiornalisti – Felicità Puttana

Chi altro, se non il Principe Libero del poppaccio italiano? Colui che è riuscito a incanalare un portamento barzotto à la De Sica nel sistema circolatorio depresso del moscio indie italiano. Ma sì, proprio lui, il vate barbuto che questa estate ci ha permesso con quattro accordi e vocali interminabili di ficcare anche da incapaci sbronzi su un ritmo scopereccio anni ’80, il maschio alpha-romano per eccellenza a cavallo tra Huey Lewis e i Righeira, il navigato e pluridecorato sommelier della figa nostrana. Grazie Maestro Paradiso, il 2018 è stato un buon anno soprattutto grazie a te. Cuore.

 


Francesco Benvenuto

album Il disco: Tenacious D – Apocalypto

Dai su, siamo sinceri: tutti abbiamo un gruppo preferito, uno di quelli con il quale si cresce e si mettono su alle fondamenta della propria cultura musicale. Il mio è sicuramente il duo dei Tenacious D. Il 2018 ha segnato il loro ritorno sulle scene dopo diversi anni di silenzio, soltanto musicale però. Jack Black fortunatamente ha avuto il suo bel da fare al cinema, avendo preso parte a diverse pellicole di qualità discutibile, ma sempre coinvolgenti ed irriverenti. Apocalypto ha ricalcato dunque queste orme, questo sentiero già tracciato; un binomio, quello “cinema” e musica, che ha dato vita ad una serie animata sul web ed ad un album poco innovativo, ma pur sempre geniale. Vi staranno sul cazzo, li troverete inutili, ma non mi piace mentire: il mio album del 2018 è il loro.

music_note La canzone: Jack White – Over and Over and Over

Spesso mischio la merda con la cioccolata, quindi all’interno della mia personalissima lista del 2018 metto dentro anche Jack White, il quale ovviamente rientra nella parte della cioccolata. Probabilmente non è risucita a mantenere per molto tempo l’attenzione che avrebbe invece meritato, ma nel miscuglio di canzoni che hanno riempito gli ultimi 365 giorni non poteva essere lasciata in secondo piano. Il tocco di chitarra del capellone ex White Stripes farebbe bagnare le più frigide ragazzette di paese: al mondo ci vorrebbero più Jack White e meno, molti meno Tommaso Paradiso.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Postino – Latte di Soia

Il mio 2018 musicale non ha avuti grandissime sorprese. Sono un tipo molto schivo, che ama poco cambiare le proprie abitudini, ecco il motivo della mia stagnazione all’interno dello stesso alveo di gruppetti scemi: poca qualità, tante tante emozioni. Nonostante ciò in questi 365 giorni ho scoperto Postino, un giovine che nulla ha da di speciale, ma che è riuscito a colpirmi. Si sá: i gusti sono vari e spesso possono risultare strani agli occhi degli altri, ma la musica che non esagero nel definire commerciale ogni tanto riesce a far presa anche nei mie confronti. In una società strettamente connessa e decisamente influenzata ed influenzabile prende piede un implicito e sottile lavoro di mistificazione di artisti che fino a pochi anni fa avrebbero fatto faticare a far presa persino sulla loro cerchia di amici. Per questo Postino è la mia sorpresa del 2018.

favorite La Cafonata: Maneskin – Morirò da Re

Quest’anno li ha visti protagonisti ovunque, sono arrivati in ogni cazzo di radio italiana, su ogni maledettissimo palco, di loro si è parlato forse troppo. Probabilmente tutta questa loro esaltazione ricevuta dalle masse ha infuso in me un certo senso di vomito. Per carità i Måneskin sono anche bravi, hanno stupito tutti, ma si tratta pur sempre di una commercialata per tirar su due spicci. Mi dispiace perché un percorso di crescita più graduale avrebbe probabilmente favorito la loro maturazione musicale: così si tratta semplicemente di una cafonata, di roba improvvisata. Chissà se nel 2019 ci sarà ancora spazio per degli adolescenti in piena botta non di droghe, ma di ormoni.

 


Riccardo Coppola

album Il disco: Father John Misty – God’s Favorite Customer

Ho fatto una di quelle fighettate su Instagram in cui elencavo le 10 canzoni dell’anno 2018. Di God’s Favourite Customer la più alta, l’opener Hangout at the Gallows, era soltanto al sesto posto. Ma è questo il punto di forza assoluto dell’ennesima opera di Joshua Tillman sotto il suo ecclesiastico nickname: è un’amalgama perfetta di classiconi da pianobar, irrigata da una dinoccolata eleganza per la quale si può scomodare anche Sir Elton John. Da menzionare anche una chiusura degna di un gol di Cristiano Ronaldo subentrato dalla panchina, tra gli struggimenti espliciti di The Songwriter e l’amarezza sottocutanea della title track e di We’re Only People.

music_note La canzone: Ben Howard – Nica Libres At Dusk

Allegata a una testata figurata a tutti coloro che nel 2018 si definiscono amanti dell’indie perché ascoltano porcherie made in itali, e poi sono fondamentalmente delle versioni sbiadite e radical chic dei rapper degli anni ’90. Chiamiamo le cose col loro nome, ricordiamoci cos’era l’indie quando gli Arcade Fire ancora avevano senso e celebriamo il buon Ben, che facendo suonare la sua chitarra come uno stormo di gabbiani e cantando il minimo sindacale mette ancora una volta i puntini sulle i su come scrivere capolavori del genere. Ed Sheeran per intellettuali.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: I progger solitari

In un anno che a chi finge di fare gli intellettuali ha regalato i bassi-papero dei Tesseract (Sonder, gran disco) e i brodini di Dream Theater degli Haken (Vector, una porcheria) il genere è stato puntellato e arricchito dai lavori di chi si è messo in proprio. Come Thomas Giles, che ha smesso di urlare sui suoi BTBAM per dar luce a quell’esempio di classe che è Don’t Touch The Outside (anche avvalendosi di collaborazioni tripla A come quelle di Krystoffer Rygg e di Einar Solberg). Come l’ex Mansun Paul Draper e i suoi prodromi dell’esordio da solista, sotto forma di un EP acustico di gran pregio e un live altrettanto convincente. Come Mariusz Duda in pieno killer instinct, che prima ancora di uscire con un nuovo Riverside ha ben pensato di pubblicare un ulteriore EP come Lunatic Soul, chiuso dalla gemma in 5/4 Untamed.

favorite La Cafonata: Dua Lipa qualsiasi cosa ma in particolare Want To

L’apprezzamento della propria donna per Dua Lipa è una delle più grandi fortune che possano capitarti, essendo al tempo stesso la garanzia di essere ben aggiornate su bestialità bitchy e la possibilità di poterne guardare i video senza essere vittima di sclerate. Anche le mogli dei direttori marketing della Jaguar devono apprezzare l’anglo-kosovara ed ecco dunque la superba Want To, a detta loro l’unica canzone declinabile in milioni di versioni diverse a seconda dello stile di guida (?) di chi la ascolta. L’importante è che quegli spasmi sessuali camuffati da “ok” e “yeah” restino sempre al loro posto.

 


Giada Corneli

album Il disco: Calcutta – Evergreen

Calcutta ha colpito ancora. Evergreen ha segnato la crescita artistica del buon Edoardo, che dopo Mainstream ha creato un piccolo capolavoro: brani come Saliva, Kiwi e Briciole mi sono rimasti nel cuore fin dal primo ascolto. Difficile fare di meglio, good job Edo!

music_note La canzone: Nina Cried Power / Break It To Me

Decidere quale sia stata la canzone migliore del 2018 è praticamente impossibile, quindi ne ho selezionate due. Nina cried power, il concentrato di energia firmato Hozier e Mavis Staples e Break it to me, decisamente uno tra i migliori brani di Simulation Theory dei Muse. In loop su Spotify dalla loro uscita.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Cesare Cremonini

Si lo so, Cesare Cremonini per molti di voi non è una rivelazione, ma io non sono mai stata una sua grande fan. Con Possibili Scenari invece mi sono ricreduta totalmente. Una sola parola: Wow

favorite La Cafonata: Thegiornalisti – Felicità Puttana

Scopiazzo beceramente Giulio, ma inserire quell’oscenità pop nelle cafonate del 2018 credo sia d’obbligo. Non solo, l’incessante presenza di Tommaso Paradiso in qualsiasi programma tv, radio e concerto altrui credo abbia stufato anche i fan più assidui. Ho solo una cosa positiva da dire su Tommy: la parodia de Le Coliche è qualcosa di meraviglioso.

 


Matteo Galdi

album Il disco: Arctic Monkeys – Tranquillity Base Hotel & Casino

Spesso e volentieri i dischi più commerciali, i quali singoli sono in heavy rotation in radio, mi scivolano addosso. Magari – se di buona fattura – li ascolto volentieri e mi entrano in testa nel breve periodo, ma finiscono presto nel dimenticatoio. Gli adolescenziali nonché amati in adolescenza Arctic Monkeys hanno fatto breccia nel mio animo e nel mio stereo, “Tranquillity Base Hotel & Casino” è il mio disco più ascoltato nel 2018. Si, ok niente più brit rock, ma forse è meglio così, non mi ricordano più la band di un tempo che forse mi ammorberebbe ora. Sono cresciuti e sono maturati parecchio, totalmente diversi da quei quattro scappati di casa di Sheffield che urlavano “Mardy bum”. Atmosfere Wes Andersoniane e classe, originalità e freschezza. Un disco che mi ha davvero colpito e che mi sono ritrovato a cantare più del voluto, dal singolone “Four out of five” alla eleganza della title track. Sedetevi ad ascoltare “Tranquillity base hotel and casino seduti su una poltrona a sorseggiare whiskey con ghiaccio ed il vinile sul piatto.

music_note La canzone: Behemoth – Havohej Pantocrator

Ah i Behemoth, che band meravigliosa. “I loved You At Your Darkest” è però un mezzo flop, che non regge il confronto con la maestosità del superlativo “The Satanist”, uno dei più bei dischi di sempre nel genere. Un flop sonoro e di immagine, dato che il buon Nergal ha deciso di sputtanarsi a dovere e totalmente in modo gratuito su instagram tra cene vegane, concerti dei Guns and Roses in mezzo ad euforici sedicenni, trattamenti per la cura della pelle e manicure. Il principe dell’occulto stavolta è inciampato, facendo peraltro un gran tonfo.
Però quando almeno un brano si salva, e tale brano è composto dai Behemoth, non può non finire in classifica. “Havohej Pantocrator” è una ballata oscura, un lento intercedere tra esoterismo ed allegorie, in piena linea con quanto di buono sempre fatto dal quartetto polacco.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: In Vain – Currents

Progressive death metal, melodico ed avant garde al punto giusto. Gli In Vain hanno sempre fatto bene, hanno portato avanti il loro stile e le classiche sonorità della Norvegia più metal. E sono riconoscibili, tra le miliardi di band death metal che periodicamente nascono nella fredda scandinavia. “As the black horde storms” e “Seekers of the truth” sono delle gemme che mi hanno accompagnato durante lo scorso inverno, e ho ripreso entrambi i brani in questo freddo dicembre. Con mia grande sorpresa gli In Vain non sono finiti nel dimenticatoio. Segno che – dato il mio sopraffino e la mia ricerca del buon gusto – “Currents” è degno di essere menzionato.

favorite La Cafonata: Baest – Crosswhore

Death metal grezzo, riff distorti intricati e serrati, un drumming compatto e costante. Il singolo “Crosswhore” ha all’interno ogni elemento che mi esalta del death metal, ma ci sono rimasto male. Perché tu, band danese dalle indubbie potenzialità (una versione giovane e di belle speranze dei Bloodbath), non puoi permetterti di pubblicare il disco dopo un’attesa di 9 lunghi mesi dall’uscita del singolo. E se poi il disco una volta uscito è scialbo e piatto, dovreste vergognarvi. Però “Crosswhore” è un grandissimo pezzo. E per colpa dei Baest finisce in classifica come grezza e rozza “cafonata dell’anno”.

 


Andrea Mariano

album Il disco: Alice in Chains – Rainier Fog

Hanno impiegato 5 anni per tornare in pista. Cinque anni durante i quali Jerry Cantrell e’ diventato CIccio Alcool Cannoniere, salvo poi disintossicarsi e riprendere un po’ di forma umanoide. Cinque anni durante i quali e’ stato ricostruito il classico sound AIC, ammorbidendolo un po’ rispetto a Devil Put DInosaurs Here, ma rimanendo formidabile dal punto di vista emotivo e d’impatto. Un disco con nessun passo falso, giusto qualche sbavatura non importante. Un disco che ha messo alla prova un po’ questo grungettone-fuori-tempo-massimo. Masterpiece del 2018, uno di quei dischi onesti, verso cui non c’erano grandissime aspettative e che ha proprio per questo stupito e imressionato il triplo.

music_note La canzone: Chris Cornell – You Never Knew My Mind

Non c’e’ niete da dire. Solo tentare disperatamente di trattenere le lacrime.

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Giorgio Canali – Undici canzoni di merda con la pioggia dentro

Canzoni di merda no. Con la pioggia dentro si’. Pioggia che si trasforma in tempesta, delle volte. Pioggia di gin, spesso. Il miglior disco italiano dell-anno, tra i migliori dell-ultimo lustro, senza dubbio. E voi non ve lo cagate perche’ siete persone di merda e aride, senza manco una goccia di pioggia dentro.

favorite La Cafonata: Hardcore Superstar

Se proprio devo decidere una canzone, Baboon e’ la cafonata del 2018 per eccellenza. Grezza, festaiola, laida e cafona all’inveerosimile. Ma gli Hardcore Superstar sono cafoni, e proprio per questo ci piacciono. Cafonata dell-anno, in senso buono, in senso completo, [ anche il loro ultimo album. Baboon, comunque, e’ il non plus ultra di cafonata festaiola a base di Fink Brau e vodka scrausa dell’Eurospin. Quanta poesia. Christian De Sica approved.

 


Jacopo Morosini

album Il disco: Suede – The Blue Hour

Prevedibile? Abbastanza. Ingiusto? Neanche un po’. Ammetto che la scelta mi è costata un po’, visti i disconi usciti nel corso di quest’anno, ma The Blue Hour si è insediato nelle mie viscere prepotentemente, oltre che nelle mie orecchie. Cos’altro potevo scegliere, allora, se non una band come i Suede, che è stata in grado di reinventarsi numerose volte ma senza mai perdere quel charm che li ha da sempre caratterizzati, quel nucleo imprescindibile che trasforma un termine generico come “Alternative Rock” in qualcosa di più? Brett e soci ne hanno fatta di strada, sono invecchiati, ma sono sempre riusciti a lasciare qualcosa di incredibile nel cuore dei fan, senza vivere nell’ombra dei loro capolavori usciti decenni prima. E questo terzo disco post-reunion, oltre ad essere una graditissima conferma, è la loro vetta artistica dai tempi di Dog Man Star. Un concept album tetro, orchestrato magistralmente, attraversato da arrangiamenti tanto drammatici, quanto affascinanti. Poi, per me, era già un 10/10 preannunciato, ma io sono di parte.

music_note La canzone: The Smashing Pumpkins – Silvery Sometimes (Ghosts)

Un po’ come i sopracitati Suede, anche i TSP sono un gruppo che ha vissuto due vite: la prima negli anni ‘90, la seconda dal 2006 in poi. La prima gloriosa, la seconda un po’ meno. Decisamente molto più scialba… e, diciamocelo, anche molto disonesta. Tutto per colpa di quel genio bastardo che è William Patrick Corgan. Poi, però, nel 2018 una speranza si riaccende: tornano due dei membri storici e pace fatta. Giunti a questo punto non so a quanti potesse importare ancora. Ma ecco che arrivano anche i primi singoli ‘tutti insieme e appassionatamente’ e, tra questi, Silvery Sometimes. In parole povere, una delle canzoni più belle del gruppo, una 1979 in versione ‘00, un brano diviso in due tra nostalgia canaglia e speranza per il futuro. In altre parole, la dimostrazione che l’unione fa la forza. Vero Corgan? Lezione imparata? Chissà…

sentiment_very_satisfied La Sorpresa: Jack White – Ghost

Il primo è stato più sorpresa dei secondi, in realtà. Sì, perché in fondo ero abbastanza certo che i Ghost tirassero fuori un bel disco, ma non così tanto. Stavolta la band svedese ha giocato a fare un po’ gli ABBA, un po’ i Queen e un po’ i Pink Floyd della situazione, con la rock opera Prequelle, che spazia tra numerosissimi generi e cerca di distaccarsi un po’ dalle radici stoner ed heavy metal degli esordi. Il risultato è che, finito il disco, ne vorrete ancora, vista la sua durata un tantino stringata. E allora è qui che entra in gioco Jack White, con il suo Boarding House Reach, un disco perfetto e a mani basse la sua migliore prova solista. Concettualmente simile a Prequelle, per il semplice fatto che anche questa è una rock opera, ma modernizzata, che attinge a generi ancora più disparati, tanto da non sembrare nemmeno Jack White. Un disco geniale, pieno di idee che non mi sarei mai aspettato e che mi ha permesso di vedere uno dei miei chitarristi preferiti sotto una luce del tutto diversa. Il risultato è che anche stavolta ne voglio ancora.

favorite La Cafonata: St. Vincent – Fast Slow Disco

Una tamarrata così, se la possono sognare anche quelli che nel (quasi) 2019 fanno ancora i DJ alle serate revival della disco anni 2000. Non so se organizzino questo genere di cose, spero di no. Anche se fosse, St. Vincent li ha battuti alla stra-grande. Sia chiaro, Fast Slow Disco è solo una versione “riarrangiata” di Slow Disco, brano del suo ultimo album. Una canzone meravigliosa che, però, ha assunto una veste totalmente diversa… e inaspettata. Da una struggente e malinconica ballad, siamo passati ad un brano disco vero e proprio. Una roba che potrebbero passare in una qualche stretta e buia discoteca, o anzi, in un gay club. Non è un caso che il video della canzone sia ambientato proprio lì. Un’idea senz’altro particolare ed interessante al contempo, non c’è che dire. I miei complimenti per St. Vicnent si sprecano, fidatevi. Vi sfido a trovare qualcun altro che, come lei, riesca a passare da comparsa in un album mastodontico come To Be Kind degli Swans, ad un brano come questo. Ah, Steven Wilson non conta.

 

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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