Greta Van Fleet, Olga Kurylenko e altre splendide gemelle

The Song Remains The Same – Un breve ed inusuale elogio della nuova generazione nietzschiana.

Si invecchia. O semplicemente si rinsavisce. Forse ci si ammorbidisce. Comunque si cambia. Anni or sono l’odierno scrivente era in prima linea, fermo ed incorruttibile, a scatarrare sui giovani di oggi assieme al compare Agnelli, come dei novelli De André e Villaggio non in grado di distinguere un campo verde da una fredda rotaia d’acciaio. Ora, guardateci: lui è a X-Factor, a smarrire gli ultimi barlumi di dignità rimasta e a fare un pacco brandizzato di soldi, che Dio lo benedica. Io sono qui invece, dalla parte insolita della barricata -l’altra-, colto ad incensare in questo momento storico surreale un nuovo gruppetto di esuberanti e sbarbati sbarbatelli. Pazzesco, lo so, ma meglio ribadirlo sin subito, così tagliamo la testa al fantomatico toro: i Greta Van Fleet per il sottoscritto sono un possente sì, per dirla à la talent show. Un enorme, mastodontico, siffrediano, zeppeliniano.

Proprio loro, i Greta Van Fleet, soltanto da questo mese con un vero e proprio album all’attivo e già un carico di critiche spietate sul groppone. Motivo? In poche parole: sono i Led Zeppelin I. Su un mini-dirigibile decollato da Detroit Rock City ci sono un mini-Jimmy Page con una buona macinatura di riff tamarri in saccoccia, un mini (ma mini-mini) Bonham apparentemente più sobrio, un bassista senza infamia, senza lode e con un bel faccino che ricopre il dieci (quindici, forse) per cento del ruolo di Jonesy e -questo sì- un vero e proprio ritratto vivente e ventenne del Plant dei bei tempi. Niente boccoli, nessuna posa statuaria, diverso accento, ma stessa fottuta voce divina. Provare per credere. Da qui, il finimondo. “Zero originalità, zero carisma”, “A morte”, “Schifo, ma come si permettono?”. Sin da quando questi teenager americani si sono presentati al globo terrestre col singolone Highway Tune che li ha portati da Shameless ai palchi che contano di mezzo mondo, si è parlato nei loro riguardi di insulso modus operandi, di sporca malafede, di inutile e spregevole nostalgia settantiana. Qualche mancato cristiano ha tirato in ballo roghi e preghiere di censura. Pitchfork li ha addirittura definiti vampiri e strumenti infingardi di business usati dai potenti per tirar su ascolti.

Sant’Iddio, rimango seriamente sbigottito. Io che, ripeto, sono stato e sono ancora uno stronzetto snob che guarda solo e soltanto al passato e al vecchiume putrefatto da tenere su un piedistallo, che (giustamente) non ci ha pensato più di tanto prima di distruggere i Måneskin, che vive denigrando i figli ricchi dei Fab Four e delle loro “opere e che nutre un forte pessimismo per il futuro prossimo del sistema musicale e delle sue fresche leve. Perché accanirsi in questo modo con ‘sti poveracci? Come se le zeppole a loro volta non avessero rubato a piene mani da chi venne prima. Certo, loro “inventarono” un genere, rimodellando la pasta del blues. I Greta invece si limitano ad adagiarcisi comodamente sopra, come fecero i vari Coverdale (in parte) e Great White (in toto) nei giorni delle cotonate. Su questo, credo, siamo tutti abbastanza d’accordo. Però ora, calmi tutti. A parer mio è doveroso tener conto di un paio di cose.

First of all, ci vuole indubbiamente talento e maestria per rimanere aderenti al modello di riferimento e creare qualcosa di nuovo ma allo stesso coerente, in linea. In altre parole, non è esattamente una passeggiata -come lo si vuol far passare- “suonare come gli Zeppelin” e comporre inediti decenti. Che parlano sempre di figa, assatanati baffuti, riti magici, fuoco, ghiaccio e figa, ok. Ma comunque decenti.  Di certo, non coincide con l’essere una tribute band vichinga. Fidatevi. Altrimenti si farebbero tutti i soldi, come se li stanno facendo i ragazzini. Inoltre -addentrandomi ora nel velocissimo (mica è una recensione, neh) merito del neonato esordio “Anthem Of The Peaceful Army” (orribile titolo, quasi quanto la copertina e il taglio di capelli del cantante, che poi più che il sosia di Plant è Di Maio col parrucchino), un orecchio sincero dovrebbe comunque ammettere che il galeotto tasso Zep-derivativus è sicuramente sceso ad un livello inferiore, rispetto alle prime uscite in singolo volutamente provocanti: basti ascoltare l’opener Age Of Man che osa quasi spazzolare il piatto degli Yes come meglio può, la ballad You’re The One che strizza più l’occhio a quel tramonto a cavallo tra Seventies e Eighties fatto di Nazareth e Styx, ancora Mountain Of The Sun e la delicata Anthem che cercano di evadere sull’onda di uno slide quasi southern rock.

“Lasciamoli suonare”

Poi, certo, The Cold Wind, When The Curtains Fall e Lover, Leaver sono lì a ricalcare gli Zep più esagitati ed achillei. Ma lo fanno bene, poco da dire. Lo fanno in modo soddisfacente, anche agli occhi di un fan devoto ma non preso da insane gelosie o strane teorie partorite nelle pause della maratona de Il Signore degli Anelli. Perché la verità è che questo “Anthem Of The Peaceful army” è oggettivamente un buon disco, di perfetta durata, prodotto alla perfezione, ben pensato e infiocchettato da dei (giovanissimi, vale la pena ripeterlo) musicisti che hanno studiato (e compreso) i classici. E non è cosa da poco. Il che equivale ad affermare che i GVF suonano e compongono bene, seppure in modo per nulla originale. Questo non vuol dire però che non siano autentici, tutt’altro: suonano con un’energia che quei grandi oggi, per ovvie ragioni, non hanno più; prendono quei pezzi di storia che pian piano stanno cadendo uno ad uno nell’oblio, soppiantati da (perdonate il francesismo) musica di merda usa-e-getta, li tengono in vita e li tramandano con rinnovato entusiasmo e coolness ad una nuova generazione in gran parte estranea, spingendola a riscoprire paradossalmente quel passato traghettato. Sul serio un evento del genere può essere negativo per il benedetto mondo del rock ormai esanime?

Questi tizi fanno un gran rumore, come si è capito, questo è innegabile. I loro spettacoli sono sold out, lo streaming impazza. E per una volta non è Baby K. Insomma, buon per loro, buon per noi. Poi, in conclusione, mi piace ricordare che gli Aerosmith nacquero come doppelgänger degli Stones; i Rush ai tempi di “By Rush” venivano additati come gli Zeppelin canadesi e nient’altro di più (i Rush!), i Kingdom Come quasi venivano derisi per motivi simili. Questo per dire, diamogli tempo: non potranno che crescere, queste pulci del Michigan; neanche una manciata di mesi e avranno sicuramente una dimensione tutta loro sempre più definita. Purtroppo, oserei dire, dato l’accattivante equilibrio che io personalmente avverto già sin da ora e che, sempre secondo me, rischierà soltanto di rovinarsi con eventuali imposte contaminazioni, finendo a fare i Rival Sons o i Wolfmother di turno col fuzz pesante. Ma almeno i bigotti saranno contenti.

La morale -pazzesco, pure una morale!- che possiamo trarre dalla favola appena iniziata dei Greta Van Fleet è che la vita è fatta proprio di favole: quella della buonanotte, per esempio, che è sempre la solita, ma che vorremmo sentire ad oltranza, anche da cresciutelli, se avessimo sempre a disposizione in contatto Skype mamma o papà. Questo perché l’esistenza è fatta, in altre parole, di Eterni Ritorni, di repetita iuvant, di somiglianze, di mode che scompaiono e poi riemergono, di amori che fanno dei giri immensi e poi ritornano, e così sarà sempre. Condannare le semi-copie e i nuovi mix di ciò che è antecedente vuole dire rinnegare quasi un elemento irrinunciabile dell’essere umano, del suo rapportarsi col Tempo e del suo riciclarsi in forme che necessitano di una certa dose di derivativismo per sopravvivere. Mi spingo a dire che non c’è nulla di male in questo, finché non si tratta di vero e proprio plagio, nota per nota, stacco dopo stacco. E qui, spero siamo di nuovo tutti ragionevolmente d’accordo, non ve n’è alcuno.

Che poi, ragionando per analogia in chiusura con esempi scientifici, se ti ritrovassi magicamente su un letto di una camera di hotel una fregna siderale che assomiglia clamorosamente a Catherine Zeta Jones, come quella santissima gnocca di Olga Kurylenko, tu non te la tromberesti comunque? Eccome, se te la trombi. E se non te la trombi, è solo perché non puoi o non riesci. Di qui la solita tiritera della volpe che non riesce ad arrivare all’uva. E le conseguenti critiche. All’uva. E ai Greta Van Fleet.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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