No-Man: Come Steven Wilson ha iniziato a pagare le bollette facendo solo il musicista

Breve guida alla genesi e agli album del primo vero gruppo dell’ex leader dei Porcupine Tree

Molti di voi conosceranno di sicuro Steven Wilson, quantomeno per esser stato sovente citato in questi spazi.

Molti di voi sapranno che è un musicista britannico, associato per lo più a quell’oscuro genere chiamato progressive rock, i cui fan negli ultimi anni ha deciso di far arrabbiare producendo un disco più accessibile contenente addirittura un singolo felice con cassa in quarti e ballerine indiane nel video promozionale.

È facile che sappiate che è diventato famoso come leader dei Porcupine Tree, probabilmente il gruppo più importante per la rinascita artistica e commerciale del prog negli anni ’90, e che ha il difetto di essere uno stakanovista a livelli cronici, monopolizzatore degli scaffali di ogni singolo negozio di dischi al mondo con i suoi remix di dischi storici e membro fondatore di un numero indefinito di side projects, tendenzialmente uno per ogni genere musicale mai teorizzato, tra cui i più famosi sono i Blackfield, gruppo pop con il cantante israeliano Aviv Geffen, e gli Storm Corrosion, progetto tra il folk e lo psichedelico in collaborazione con l’amico Mikael Åkerfeldt degli Opeth, di cui tra 2000 e 2003 è stato pure produttore.

Bene, tutto ciò, che siate fan o meno, voi non lo sapreste se non fosse per un altro progetto di Wilson, forse il meno conosciuto dalla massa ad esclusione degli pseudonimi solisti drone ed elettronici Bass Communion e I.E.M.

Stiamo parlando dei no-man, il gruppo grazie al quale Steven Wilson è diventato musicista professionista e con cui, ad inizio carriera, pensava avrebbe ottenuto successo.

Oggi un interessante terreno di sperimentazione pop underground tra Steven (strumenti) e Tim Bowness (voce), i no-man stanno per tornare questo venerdì col loro settimo album in studio, Love You To Bits, in uscita per Caroline International a undici anni dal suo predecessore Schoolyard Ghoats e, per l’occasione, si è pensato alla stesura di questa mini guida alla nascita del progetto e ai sei album sin qui prodotti.


LA NASCITA E L’ASCESA

La genesi dei no-man risale alla seconda metà degli anni ’80 quando, giovane e ben stipendiato impiegato in un’azienda di programmazione informatica col pallino per la musica, Steven inizia a collaborare con la rivista olandese Exposure per la produzione di tre compilation (Exposure del 1986, Double Exposure del 1987 e Expose It! del 1989) contenenti brani di giovani gruppi pop e rock underground da lui selezionati.

La prima di queste raccolte contiene il brano From A Toyshop Window, uno strumentale tra il progressive rock dei primi lavori di Steve Hackett, la dance di Donna Summer e il synth-pop degli anni ’80, da Steven scritto e registrato nella prima fondazione del suo No Man’s Land studio – ubicato nella cameretta della casa dei genitori a Hemel Hempstead, in cui scriverà quasi tutti i suoi capolavori fino al 2009 – e pubblicato sotto pseudonimo No Man Is An Island (except the Isle Of Man).

Impegnato nella ricerca di nuovi artisti per la seconda edizione della compilation, nell’estate del 1987 Wilson contatta prima per via epistolare e in seguito telefonicamente Tim Bowness, allora cantante di una giovane band di Liverpool chiamata Plenty, e in poco tempo i due diventano amici e collaboratori, producendo il giorno stesso del loro primo incontro tre brani, due dei quali – la ballata Faith’s Last Doubt e l’aggressiva e new wave Screaming Head Eternal – vengono inseriti in Double Exposure e Expose It! sempre a nome No Man Is An Island (except the Isle Of Man).

Il progetto, ormai una collaborazione, diventa presto un quartetto, con l’ingresso in formazione del violinista israeliano Ben Coleman e del chitarrista Stuart “The Still Owl” Blagden.

La direzione artistica scelta segue le orme dei primi brani scritti da Steven e Tim: un art pop sperimentale, in linea con le mode degli anni ’80 ma filtrato attraverso la naturale inclinazione dei quattro musicisti al rock più sofisticato del decennio precedente.
I quattro, nell’abbreviata forma No Man Is An Island, danno avvio ad un’estensiva attività dal vivo nei locali di Londra, pubblicando anche una serie di singoli ed EP che non riscuotono alcun successo, motivo per cui Blagden abbandona il gruppo lasciando gli oneri chitarristici a Wilson, fino ad allora meramente tastierista.

Con l’arrivo degli anni ’90, i tre superstiti decidono di accelerare il loro processo di ascesa nell’industria musicale, optando per un’ultima abbreviazione del nome, che diventa ora il più accessibile e catchy no-man, e lasciando contaminare il loro sound dall’hip-hop e dalla dub di artisti quali i Public Enemy, A Tribe Called Quest e King Tubby, che vengono fusi al lato più cantautorale del progetto nella cover in chiave proto trip-pop e con assoli di violino di Colours, brano di Donovan del 1965, che viene pubblicata nel luglio del 1990 a scopo puramente auto promozionale e che si rivelerà un successo, vincendo i premi di singolo della settimana per le riviste Melody Maker e Sounds e procurando al gruppo un contratto professionale con l’etichetta indipendente One Little Indian, la stessa della giovane Björk, con nientepopodimeno che la Sony impegnata nelle vendite negli Stati Uniti.

Nei primi due anni con l’etichetta i no-man pubblicano due singoli, Days In The Trees e Ocean Songs, entrambi finiti nella Indie Top 20 Hits inglese, e un mini album, Lovesighs – An Entertainment, contenente brani precedentemente inclusi in demo, singoli o EP, prima di imbarcarsi in un lungo tour inglese accompagnati alla batteria, al basso e alle tastiere da Steve Jansen, Mick Karn e Richard Barbieri, nient’altro che tre quarti dei Japan, uno dei gruppi in assoluto più importanti della scena new wave e synthpop di inizio anni ’80, in una scelta tanto artistica quanto commerciale decisamente vincente anche e soprattutto in ottica futura, considerando dove sarebbero finiti di lì a poco Wilson e Barbieri.

Alla fine di questo tour, conclusosi nel prestigioso The Marquee di Londra, i no-man verranno descritti dalla stampa di settore come “Il gruppo pop britannico più significante dai tempi degli Smith” e tra altissime aspettative torneranno nella cameretta d’infanzia di Wilson, per terminare le registrazioni del loro primo album.


LOVEBLOWS & LOVECRIES – A CONFESSION

Loveblows & Lovecries – A Confession è il primo album in studio dei No-Man, uscito nel maggio del 1993 dopo tre anni di lavoro.

Musicalmente caratterizzato da tracce ritmate, chitarre funk cariche di wah, pad atmosferici ed artistici violini, L&L si tratta del disco in assoluto più accessibile mai prodotto da Wilson, che qui si occupa di quasi tutti gli strumenti ad eccezione dei violini e delle voci, appannaggio rispettivamente di Coleman e Bowness, con i soli Jansen, Karn e Barbieri collaboratori esterni per un brano, Sweatheart Raw, il più maturo e riuscito del lotto assieme alla conclusiva Heaven’s Break, che musicalmente anticipa i lavori degli anni successivi, e al singolo Only Baby, tributo alla dance della premiata ditta Donna Summer – Giorgio Moroder.

Commercialmente il disco non riscuoterà il successo che band, etichetta discografica e stampa si aspettavano, ma verrà comunque supportato da un tour britannico con una formazione composta dai tre no-man e dagli omonimi ma non parenti Silas Maitland al basso e Chris Maitland alla batteria.

Questi saranno gli ultimi veri concerti della band fino al 2008.


FLOWERMOUTH

All’indomani del flop di L&L, la One Little India aveva informato i no-man che qualsivoglia ambizione artistica del trio non sarebbe stata da loro accettata se non attraverso la produzione di singoli pop energetici e commerciali che la ripagasse dell’investimento fatto tre anni prima.
In tutta risposta Bowness e Wilson – Coleman piano piano cominciava a defilarsi, sentendosi escluso dal gruppo – avevano deciso di chiudersi in studio per lavorare a Flowermouth, quello che – almeno per chi scrive – sarebbe diventato il capolavoro definitivo del progetto.
Ad aiutare i due in fase di registrazione è la figura più vicina ad un Dio mai venerato dall’ateissimo Wilson: sua maestà Robert Fripp.
Il leader dei King Crimson aveva ascoltato e apprezzato l’album d’esordio dei no-man al punto da contattarne il management dicendo che il disco era bellissimo, ma che sarebbe stato ancora meglio se ci avesse suonato lui. Conseguenza quasi immediata, Tim e Steven gli chiedono di partecipare alle loro nuove sessioni di registrazione, e Fripp finisce per suonare in sei dei nove brani di Flowermouth, coinvolgendo anche il collega ed amico Mel Collins, che suonerà sassofono e flauto in tre brani.

Flowermouth si presenta come un trait d’union tra il pop più accessibile del primo lavoro e le velleità più artistiche ed in un certo senso progressive dei dischi successivi.

Con una produzione ineccepibile e decisamente più matura, in Flowermouth si alternano momenti più upbeat quali You Grow More Beatiful – accompagnata in fase di promozione da un video cringe che Permanating in confronto è un film di Nolan – a pezzi più intimi e riflessivi come Animal Ghost e Watching Over Me, uno degli apici chitarristici di Wilson. I momenti migliori sono tuttavia destinati all’inizio e alla fine dell’album: Angel Gets Caught in the Beauty Trap è tra i brani più riusciti dell’intera carriera di Wilson, che ironicamente lo definisce un epico pezzo romantic-progressive-jazz-minimalist-ambient-art-pop di dieci minuti; Things Change, con gli oltre tre minuti di assolo di violino elettrico, è invece il più romantico tra i regali di addio che Coleman avrebbe potuto fare alla band.

Come si può notare da queste ultime descrizioni, la band era andata un attimo lontano dalle richieste commerciali della propria etichetta, che non a caso, dopo una serie di singoli ed EP pubblicati l’anno dopo, prende il contratto dei no-man e lo straccia.

Peccato, perché da circa un anno Bowness e Wilson avevano iniziato a lavorare ad un nuovo progetto che mettesse d’accordo loro e la One Little Indian: una sinfonia electro-dance musicalmente appetibile e concettualmente sofisticata dal titolo I Love You To Bits.

Sì, proprio quella che uscirà tra qualche giorno.


WILD OPERA

A cinque anni dalla firma del loro primo contratto discografico, nel 1995 i no-man sono sostanzialmente già un ex gruppo.

Ad una situazione contrattuale decisamente disastrosa, si aggiunge, specie per Bowness, un problema non da poco da affrontare: laddove i no-man faticavano ad avere successo nel mainstream, il progetto solista di Wilson Porcupine Tree era riuscito a ritagliarsi un posto d’onore nella scena underground, colmando il vuoto alla casella “Gruppi progressive rock interessanti” e iniziando a costruire un culto fedele ed appassionato attorno a sé. Wilson aveva quindi rivisto le sue prerogative e, all’indomani del fallimento commerciale di Flowermouth, aveva trasformato i Porcupine Tree in una vera e propria rock band, diventando il primo ed unico musicista della storia a mettere da parte un gruppo pop dance per andare a fare soldi e successo con uno prog.

Bowness, in un’intervista di pochi mesi fa, ha confermato come questo sia stato il periodo più difficile della collaborazione e dell’amicizia con Wilson che tuttavia, miracolosamente, era riuscita a rimanere in piedi.

Messa da parte la sinfonia electro dance, i due optano per un nuovo modus operandi. Non essendo più i no-man un gruppo full time, c’è bisogno di ottimizzare i tempi di scrittura e produzione: per questo i due si ritrovano saltuariamente nello studio di Wilson e improvvisano delle sedute della durata di poche ore in cui scrivono, registrano e producono il loro terzo album, Wild Opera, pubblicato nel 1996 dall’etichetta 3rd Stone Ltd. Wild Opera si presenta come il più oscuro lavoro del duo, con cenni di industrial dance, dub e una più ancora marcata inclinazione trip hop che si aggiungono al vocabolario art pop dei primi due lavori. I pezzi risentono della fretta con cui vengono scritti e registrati e mancano di profondità, di attenzione nei dettagli, di varietà. I primi a non apprezzare del tutto quanto prodotto sono gli stessi no-man, che durante una trasmissione radiofonica per pubblicizzare il lavoro propongono, delle versioni acustiche di brani tratti da Flowermouth.

Tuttavia Wild Opera non è esente da momenti felici quali Pretty Genius e Time Travel in Texas, colonne portanti delle scalette dei live tra 2008 e 2012, My Revenge on Seattle, una sorta di richiesta d’aiuto di Bowness tanto a Wilson che alla compagna da cui si stava separando, e Dry Cleaning Ray, che presterà il nome ad una collezione di remix e b-side pubblicata l’anno dopo.


RETURNING JESUS

Dopo l’uscita di Wild Opera e della compilation Dry Cleaning Ray tra 1996 e 1997, Bowness e Wilson sembrano mettere il progetto no-man in stand-by.

Wilson è sempre più impegnato con i Porcupine Tree, mentre Bowness, che non se la sente di intraprendere una carriera solista ma vuole pur sempre continuare a guadagnare nel mondo della musica, sfrutta lo sviluppo di internet fondando Burning Shed, uno store indipendente oggi responsabile delle vendite di tutti i più grandi gruppi prog/art pop, raggiungendo una rete di circa 100000 acquirenti in tutta Europa.
Nel 1998 escono Radio Sessions: 92–96, insieme di brani suonati dal vivo in radio emesso proprio da Burning Shed, e il singolo inedito Carolina Skeletons, mentre del 1999 è la versione restaurata dell’EP Speak, originariamente registrato a fine anni ’80, ma non sembra esserci traccia di un nuovo lavoro in studio.
Per il primo disco di inediti bisognerà aspettare il 2001, quando il duo torna sul mercato con Returning Jesus, una raccolta di brani ambiziosi che combinava influenze classiche, jazz, soul e ambient in modo originale ed emotivo. Si tratta del lavoro più complesso tanto musicalmente quanto, e soprattutto, dal punto di vista dell’ascolto: le percussioni sono quasi del tutto assenti, le chitarre minimali, le atmosfere dilatate quanto mai in precedenza. Una svolta stilistica totale e definitiva, nella più classica tradizione wilsoniana. E i brani migliori sono proprio quelli dove questo nuovo indirizzo viene maggiormente esaltato: Only Rain, Returning Jesus e Lighthouse diventeranno gli highlights dei concerti tanto dei i no-man quanto per Bowness solista, con la prima in particolare che può essere particolarmente interessante per i fan di Wilson in quanto è stata co-prodotta da David Kosten, il produttore del prossimo e attesissimo disco solista del musicista da Hemel Hempstead, in uscita nel 2020.


TOGETHER WE’RE STRANGER

Nella prima metà degli anni 2000, Steven Wilson è probabilmente il musicista più impegnato al mondo: i suoi Porcupine Tree sono ormai una band di caratura mondiale, lui uno dei produttori più apprezzati e più richiesti, i side project solisti Bass Communion, Cover Version e I.E.M. sono tutti attivi e produttivi e i Blackfield, la sua nuova creatura pop-rock, ottengono un enorme successo di critica e pubblico col loro album d’esordio. In tutto questo, nel 2003 i no-man pubblicano il loro quinto lavoro in studio, Together We’re Stranger.

Le prime quattro canzoni seguono la scia stilistica di Returning Jesus, e sono collegate per formare una suite di musica continua di 28 minuti con temi lirici e musicali ricorrenti, mentre le restanti tre presentano arrangiamenti dominati dalla chitarra acustica di Wilson e dal clarinetto di Theo Travis. Il disco contiene la title track Together We’re Stranger, scritta partendo dallo strumentale Drugged del progetto Bass Communion, All The Blue Changes, uno dei brani più famosi del duo da cui il titolo del best of del 2006, e The Break-up for Real, il cui giro di accordi sarà usato da Wilson come leitmotiv della suite The Incident dei Porcupine Tree.

Per la prima volta sono presenti tra i crediti il chitarrista Michael Bearpark, il bassista Peter Chilvers e il batterista Stephen Bennett, amici di vecchia data di Tim, suoi colleghi alla Burning Shed e futuri membri della band live dei no-man e di Bowness.


SCHOOLYARD GHOSTS

Il 16 giugno 2006, a dodici anni dalla loro ultima esibizione assieme, Bowness e Wilson tornano sul palco come no-man per eseguire tre brani in occasione di un evento celebrativo di Burning Shed. È un evento raro e quasi storico per il duo, che l’estate successiva dà avvio alle registrazioni di quello che nel 2008 sarebbe diventato Schoolyard Ghosts, loro sesto album. Visti gli impegni di Wilson con i Porcupine Tree e i Blackfield – i primi hanno appena pubblicato Fear of a Blank Planet, i secondi vengono dal tour mondiale in supporto al loro secondo album – gran parte del lavoro di scrittura, in un primo momento, è del solo Bowness, che riarrangia e registra col compagno una serie di brani a cui aveva lavorato da solo o in compagnia di Giancarlo Erra dei Nosound, con cui qualche anno prima aveva dato via al progetto Memories of Machine. Alcuni di questi brani (All Sweet Things, Beautiful Songs You Should Know e Mixtaped) finiranno per essere inclusi nel lavoro finale. In seguito, approfittando di un 2008 meno impegnato, Wilson si rende più partecipe alla scrittura, in particolare componendo il singolo Wherever There is Light e contribuendo alla stesura della lunga Truenorth.

Schoolyard Ghost riprende quanto fatto in Returning Jesus e Together We’re Stranger ma lo fa in maniera più diretta e matura, ottenendo diversi piazzamenti in classifiche di fine anno di riviste specializzate.

Più in generale, l’album entra nella storia per essere il primo lavoro pubblicato ufficialmente dalla KScope, etichetta specializzata in progressive e art rock contemporaneo e che fino ad allora era stata solo una branca della Snapper per i lavori secondari dei Porcupine Tree.
Al disco, per la prima volta dal 1993, segue un minitour promozionale in Europa, che si conclude alla Bush Hall di Londra, dove Ben Coleman si riunisce al duo per l’esecuzione di Things Change. Questa data viene anche immortalata per il DVD live Mixtape, in vendita dal 2009 e contenente in un secondo disco il documentario Returning, una delle fonti più esaustive e complete sulla carriere di Wilson e Bowness.


LA PAUSA E IL RITORNO

Mai nella loro carriera i no-man erano rimasti più di tre anni senza pubblicare del materiale inedito.

Eppure, all’indomani delle date promozionali di Schoolyard Ghosts, le uniche notizie dal duo riguardano concerti, album dal vivo e riedizioni di materiale già edito.

Nel 2011 registrano un nuovo live all’Assembly di Leamington Spa, pubblicandolo nel febbraio del 2012 col titolo Love and Endings, e tra agosto e settembre 2012 suonano cinque date tra Polonia, Germania, Olanda e Inghilterra.
A questo punto Bowness presenta a Wilson del nuovo materiale su cui lavorare ma Steven, ormai artista solista di grande successo, è costretto a declinare, caldeggiando tuttavia l’amico ad usare le nuove composizioni per un eventuale album a suo nome. Questo evento sancisce l’avvio del progetto solista di Tim Bowness, che tra 2014 e 2019 pubblicherà ben quattro album, di discreto successo critico e commerciale.

L’ultimo di questi lavori, Flowers At The Scene, viene prodotto da Bowness e Wilson, motivo per cui la produzione è accreditata direttamente ai no-man.

Avendo fatto tornare in auge il nome, entrambi affermano alla stampa che presto sarebbe arrivato un nuovo lavoro del progetto, confermando più avanti che si sarebbe trattato proprio della versione definitiva di I Love You to Bits, la sinfonia electro dance che avevano iniziato a produrre nel 1994. Composto di due lunghi brani di 17 e 18 minuti, il lavoro includerà assoli del chitarrista David Kollar e del tastierista Adam Holzman, e sancirà un ritorno alle sonorità più accessibili e ritmate delle origini, sebbene filtrate attraverso la maturità e la complessità concettuale degli ultimi lavori in coppia e solisti.

Bowness ha confermato inoltre che si è discusso di un ritorno sui palchi per promuovere l’album, notizia che non è da escludere, considerando che lo stesso Wilson non sarà impegnato col progetto solista – se non in studio – fino alla seconda metà del 2020.

Grazie a Domizia Parri per le fonti sulle origini e ad Evaristo Salvi di www.porcupinetree.it per il permesso di questa pubblicazione.

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