Sanremo 2019: Le pagelle

Giudizi equilibrati sugli artisti in gara e su qualche altro

“E anche quest’anno Sanremo ce lo siamo tolto dai coglioni”: con un’autocitazione ormai abituale abbiamo raccolto tutte le nostre opinioni, eleganti e rispettose, su chi ha infiammato il palco dell’Ariston prima del verdetto più gloriosamente politicizzato degli ultimi 70 anni.


Mahmood – 10 e poca scibolla

L’innegabile talento di chi musica le tragedie familiari in un ritornello che a un ascolto disattento sembra scritto da Bello Figo. Vince contro ogni pronostico (51 la quota di Eurobet) e si prende un macello di fischi che manco il Catania a Palermo con la scusa che doveva vincere la Bertè. La cosa migliore regalata dall’Egitto dopo le piramidi ed El Shaarawy, da sbattere in faccia ai nostri cari facoceri ministri che a grufolare le loro stronzate a riguardo c’hanno messo nemmeno il tempo della prima pubblicità. Lo aspettiamo in Narcos come prima comparsa che muore. PRIMAVERA ARABA

Ultimo – 0

A guardarlo in faccia sembra uno del Cervia di Ciccio Graziani che poi ha fatto fortuna spacciando. La canzone è sanremese al punto giusto, lui si abitua serata dopo serata alla sua annunciata vittoria tanto che i suoi lineamenti vengono trasfigurati in una mostruosa smorfia di sicurezza e presunzione. Alla fine la sua parabola diventa come quella di La La Land contro Moonlight, e ci sono sempre di mezzo i negri. Il voto è una media aritmetica, riportata nei numeri positivi, tra quello alla canzone (6) e quello alla sua spettacolare rosicata dopo la sua sacrosanta sconfitta (-80). BU!

Il volo – 3

Leggende narrano che in nottata hanno ricoperto di merda le pareti dell’albergo di Sanremo. Io, di certo, vorrei avere un decimo della loro boria per affrontare la vita in maggiore scioltezza. Il ciccio centrale sempre a fare le voci buone, mentre quello a sinistra fa sempre più il languido e quello a destra si dimostra sempre più inadeguato all’accoppiamento. Il secondo autentico prodotto di esportazione italiano per l’America, dopo Cosa Nostra. POTEVANO MORIRE

Loredana Bertè – 7

Loredana Bertè, stanca di essere il Leonardo DiCaprio della situazione (di pari bellezza) e di continuare a partecipare senza mai vincere, si gioca lo stesso asso nella manica e si presenta nelle vesti di orso con shampoo blu. Sciabolata morbida, ancora non va. PERSEVERANTE

Simone Cristicchi – 8.5

Se avesse un diavolo per capello, sarebbero cazzi amari, quasi come la canzone portata al festival. Invece è dinoccolato, moscio, sempre triste. Un pezzo d’autore, toccante al punto da poter scattare l’arresto per molestie. Lui in generale è invecchiato benissimo e ci fa sentire un pochino in colpa per tutto l’odio speso nei suoi confronti ai tempi di Biagio e della studentessa universitaria. SOFFICINO

Daniele Silvestri e Rancore – 9.5

Portano a Sanremo un flow interminabile e cinematografico, che non capirà nessuno. Calano un agnello dal cielo, attaccati ai banchi col cappuccio, contro l’omologazione di scuola, tecnologia, arte. Siete degli scoppiati. Vi amo. Alla fine vengono ricoperti di premi della critica e li accolgono con la gioia di un impiegato delle poste a inizio turno. CHARLIE DON’T SURF

Irama – 4.5

La versione 2019 di Mary è andata via, con il coro gospel al posto di quello brutto dei Gemelli Diversi. Strappalacrime e stracciaballe, paraculata da rigoroso podio come un film in bianco e nero per gli Oscar. QUELLA BESTIA NON È MIO PAPÀ

Arisa – 4

Pippa sembra fuori forma in questo fine festival. Un’esibizione da chi dice “Basta, fatemi andare a casa che so stanca”. Arisa Arisa, tu bene non stai proprio. Riguardati. 118

Achille Lauro – 8.5

Uno Young Signorino celibe, tatuaggi in faccia e pregiudizi del caso, che porta un pezzo rock nel senso più puro del termine. Dirompente e fuori dagli schemi. Lo affiancano sagacemente a Morgan così da farlo sembrare anche un cantante (o forse era stato Morgan a chiamarlo per la droga a gratis). Gli italiani non lo capiscono a sufficienza. C’EST LA VIE

Enrico Nigiotti –  2.

Gioca a fare il Grignani di turno, ma non ha il fegato di portarsi la sambuca sul palco. Si presenta con un tema di quarta elementare con accompagnamento a pedali e si lamenta poi se lo infilano in programmazione tarda. Lui vorrebbe andare a dormire alle 23:00 con tisana e cantucci. Di buono c’è che il suo fare da cucciolone sembra più naturale e meno viscido di quello di Renga. NIKOLA KALINIC

Ghemon – 6.5

Ovvero quando sei in ritardo e sali sul palco dell’Ariston con addosso la tenda della doccia. La canzone è bella, fatica un po’ a cantarla, con i Calibro 35 ha una svolta incredibile. Ma non è male e, proprio per questo, non fa un buon posizionamento. Onore a lui che nella serata finale si scassa il cazzo e si presenta col giaccone rubato ai vigili del fuoco. PRINCE DE ROMA

Ex Otago – 3

Fanno finta di suonare in maniera anche grossolana, hanno un frontman che ha un’espressività facciale battuta anche da Bocelli, fanno fare schifo anche a Savoretti che di solito schifo non fa. Restano una buona carta jolly per passare serate nei palazzetti a mettere lingue in bocca alle minorenni. Ma a che prezzo. WHATEVER HAPPENED TO THE DREAMERS

Motta – 6-

Alla prima uscita stona tanto da indurmi a stare zitto alle tipiche battute da parenti riguardo la sua essenza di dolce natalizio. Si riprende, specialmente in coppia con Nada, ma ha bisogno di una svolta (fuori da Sanremo) per non suicidarsi nell’essere un clone di se stesso (cfr. arpeggio di Quello che siamo diventati). A SANREMO PUOI

Francesco Renga – 2

Si affida a Bungalow che gli consegna una canzone ancor peggiore di quella della Tatangelo. Lui se ne fotte e segue imperterrito la sua strada di sguardi finti teneri ma invero inequivocabilmente viscidi. Verso la fine sbarella e se ne esce con polemiche del tutto evitabili e sessiste. Va bene avercela con il genere femminile dopo che Ambra t’ha mollato per Acciughina, ma le tonalità femminili sicuro sicuro non stimolino i punti giusti? BELLO, BRAVO, COGLIONE

Paola Turci – 4.5

Paolona è chiaramente vestita da uno che lavora sui set di film porno e la cosa è indiscutibilmente apprezzabile. Un po’ meno la (inusuale) quantità di volte in cui si strozza cercando di far alzare anche la sua voce. E VABBÈ

The Zen Circus – 8

Appino esordisce a Sanremo con la sua solita faccia gonfia di chi si è iniettato 85 grammi di cortisone, e certifica ancora una volta la necessità di nuove unità di misura per l’incredibile ampiezza delle sue vocali. Il pezzo è una bomba senza ritornello che cresce sera dopo sera, e che ovviamente non c’entra niente nel contesto in cui è inserito. INVASIONE DI CAMPO

Federica Carta e Shade – 3

Edgar Davids presta gli occhiali a un finto rapper che fa quattro mosse su un testo degno dei tempi d’oro di Windows Live Spaces e delle migliori poesie di Gio Evan. La classica canzone di cui non frega un cazzo a nessuno. AH AH AAAAH

Nek – 3

In pratica sono vent’anni che fa le stesse canzoni con le stesse parole messe in ordine diverso. I capelli sfidano ogni legge della fisica, nemmeno avessimo davanti un parente di Zanetti Javier. Il problema è che ha quasi 50 anni e anno dopo anno diventa uno zarro sempre più irrecuperabile. GEL

Nek ascoltato al contrario

Negrita – 6-

Si presentano come se dovessero cantare per gli MTV Unplugged, ma nessuno li avverte e loro continuano. Pau sembra un incrocio tra John Lennon senza capelli e Dylan Dog. Assieme a Ruggeri fanno una roba in stile Bivio che potrebbe portare o al totale sfacelo o alla totale esaltazione delle pelate + occhiali zarri. Trend setter per l’estate 2019, con una canzone direttamente dal catalogo Negrita 1994. Voto aggiuntivo a vita a Pau, ricordiamolo, per avere preso a cazzotti Andrea Scanzi anni fa. AD HONOREM

Patty Pravo e Briga- 2

Nella prima puntata Patty sfoggia un quasi node-look da paura (in tutti i sensi) e si chiede se sia arrivata a Sanremo per fare una passeggiata o per cantare, nelle sere successive conferma di essere andata per passeggiare. Nei duetti se la prende comoda entrando in scena quando cazzo le pare, va in giro con i dread e fa salotto con chiunque le capiti a tiro. Schwarznegger evidentemente ha usato clemenza. SU UN ALTRO PIANETA

Einar – 4 

Lui è impalpabile come l’atmosfera nello spazio, è un mezzo rapper ingessatissimo e imbarazzato, ha una canzone priva di ogni accenno di spina dorsale. Unico merito – e ulteriore spot per l’immigrazione – quello di avere un atteggiamento e una faccia cento volte preferibili al similmente giovane Ultimo, per testimoniare che i criminali in realtà li abbiamo a casa nostra. CUCCIOLONE

Nino D’angelo e Livio Cori – 10 per la perseveranza

Nino D’angelo l’hanno portato sul palco dell’Ariston dicendogli che c’era un cantiere da guardare, e si è trovato a cantare su una base per gli XX. Non hanno mai guardato in camera, non vedevano l’ora che finisse, hanno cercato di farli sparire nel mix. FAMM VREEEE


ALTRE PAGELLE CASUALI SPARSE A OSPITI E NON-CANTANTI

Claudio Baglioni – 6

Sempre le stesse gag da cinquantenne che sta imparando a usare Facebook, molto probabilmente era previsto l’annullamento del contratto se avesse ceduto alla tentazione di condurre con le mani dietro la schiena. Vederlo dabbare con almeno tre anni di ritardo è una orripilante imitazione di qualche distopia alla TheJackal. Canta sempre, canta tutto, è però in definitiva il nonno che tutti vorremmo. FUORI GARA

Virginia Raffaele – 7.5

Siamo sicuri che Pozzetto giunto a cantare la Figa (la vita, ehm) l’è bela non fosse lì per lei? Canta anche meglio di un buon 60% delle vocalist in gara, dando indirettamente ragione a quel misogino di Renga. FUORICLASSE

Claudio Bisio – 5

Nove volte su dieci di quello che dice non si capisce un cazzo. Sembra patire un po’ Sanremo e anche le sue battute sono decisamente invecchiate. Spalla comica sia per l’esuberanza della Raffaele sia per il costante far cadere le braccia di Baglioni. FUORI FORMA

Andrea Bocelli – 4

Non risponde al saluto con la manina di Bisio. MALEDUCATO

Elisa – voto 3

Porta una delle sue solite lagne, steccando anche. Si salva solo l’ignoranza dei suoi nuovi enormi tatuaggi. MAURICIO PINILLA

Eros Ramazzotti – voto 4

Ok che vita ce n’è Eros, ma a figa come siamo messi? PRIORITÀ

Fabio Rovazzi – 10

Il siparietto con Leali vale una settimana ad annaspare sperando in un po’ di spettacolo. Apprezzabile la lacrimevolezza finale fuori dal personaggio. SANREMO 2030

Pio e Amedeo – 8

“Facciamo un cartone animato dove sei giovane e ti schiacci Orietta Berti”. NO WORDS NEEDED

Claudio Santamaria – 2

Dai, Santamaria, sei un compagno, puoi evitare di sottoporti a certi siparietti. Non tanto perché squisitamente sessisti, come ogni edizione di Sanremo che si rispetti, ma perché proprio non fanno ridere. IMBARAZZANTE

Rocco Papaleo – 7

Fa un po’ il cazzo che vuole e si sbaciucchia chiunque, che siano uomini, donne, animali e suppellettili. I suoi monologhi non fanno né ridere né piangere e vagano nel nulla con encomiabile strafottenza. STOICO

Claudio Baglioni e Rocco Papaleo

Le due sceme del dopofestival – 0

Una viene direttamente da Alvin Superstar, un’altra fa l’intellettuale sull’altalena rubando tempi televisivi per mostrare stronzate scritte a pennarello tra cui un pregevole QUAL’È con l’apostrofo. Odiate e temute ogni notte. ALCOOL TEST

Pierfrancesco Favino – 4

Lo tirano fuori un’altra volta da Narnia per fargli fare una stronzata con Freddie Mercury X Mary Poppins X Sister Act. Speriamo l’abbiano pagato bene. POVERACCIO

Ornella Vanoni – 10

Arriva AGGRATIS per dimostrare che le droghe non hanno età. EROINA

Francesco Benvenuto – Non Pervenuto

Uno di noi era a Sanremo e non ha fatto uno straccio di foto di nascosto nei backstage, un selfie con Baglioni, un saluto audio con Bisio. Il vuoto. Il nulla. Che si fotta. POLTERGEIST

Andrea Mariano – 10

Uno di noi era a casa e ha fatto come ogni anno la cronaca di Sanremo più sentita e toccante di tutti i media italiani. Che Dio l’abbia in gloria. Peccato solo che non abbia apprezzato Mahmood perché è il nipote di Umberto Bossi. METTI SU MARIANO

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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