Shoot The Runner: la parabola del Leicester di Ranieri raccontata dai Kasabian

La storia in musica della più bella e al tempo stesso più triste storia calcistica del nuovo millennio.

La prima cosa che unisce musica e calcio è il loro essere tutto meno che scienze esatte. Non è detto che ogni parto di band super-blasonate si riveli essere un capolavoro, o anche soltanto un successo commerciale. Non è nemmeno detto che gli undici sulla carta imbattibili riescano a rispettare i pronostici e mettere tutti gli avversari in riga. Ci sono gli outsider. Una Adele, depressa ed esteticamente fuori canoni, può diventare una delle popstar più amate del pianeta Terra e superare negli UK Oasis e Michael Jackson. E il Leicester City, un’accozzaglia di scarse carneadi, affidato a Claudio Ranieri, può vincere la Premier League.

La seconda cosa che unisce musica e calcio è l’efficacia della prima nel descrivere il secondo. E il modo in cui, specialmente in Inghilterra, l’epica calcistica si leghi a doppio filo a iconiche band o canzoni. A Liverpool hanno i Beatles, o i Pink Floyd che prendono il loro inno e lo ficcano nel mezzo di Meddle. A Manchester, su sponda azzurrognola, hanno gli sfegatatissimi Oasis. A Leicester si devono accontentare degli altrettanto appassionati, e calciatori mancati, Kasabian. Quelli che sono presenza fissa su FIFA, e che con “Club Foot” hanno regalato a Mediaset il jingle di 5 secondi da mandare eternamente in loop sulla moviola.

Metabolizzato l’esonero del tecnico di Testaccio, che ha prima lasciato di stucco e poi fatto ribollire di cieca rabbia l’intero mondo del calcio, cogliamo la suggestione di ripercorrere la parabola del Leicester affidandoci alla musica e ai testi della band di Sergio Pizzorno e Tom Meighan.

Qualora abbiate Spotify (dai che lo avete) cliccate qui sotto per far partire la commovente playlist.

La storia da allenatore di Claudio Ranieri, al 2015, è costellata di alti e bassi e caratterizzata da una sfortuna nera: era già stato in Inghilterra, dove aveva allenato il Chelsea prima dell’avvento dei milioni di petroldollari di Abramovich, aveva visto sfumare uno storico scudetto nella Capitale. Negli ultimi mesi aveva finito per fare schifo con la nazionale greca, facendosi battere anche dagli operai delle Far Oer, che è un po’ come farsi sverniciare dai Dari in un concorso di miglior cover dei Led Zeppelin. Al Leicester, che aveva già agguantato la salvezza in rimonta e sul filo di lana l’anno prima, vedono il suo arrivo come la certezza di un addio non dignitoso alla Premier League. La vittoria del campionato da parte delle Foxes è quotata 5000 a 1. Meno probabile della scoperta del mostro di Loch Ness.

Il campionato del Leicester comincia bene ma non certo come una cavalcata trionfale, in sei giornate iniziali in cui il City ha fatto mille gol e ottenuto bottino pieno. Le Foxes però carburano a ridosso delle posizioni nobili, silenziose e indistinguibili da quelle formazioni piccole che compiono annualmente partenze discrete per poi retrocedere mestamente; oppure salvarsi con calma e nutrirsi di soli biscottoni a partire da aprile, come quelle band che fanno il botto col disco d’esordio e poi campano di rendita per 20 anni. Tipo i Kaiser Chiefs. Dopo cinque giornate, sono quinti con 8 punti. Jamie Vardy, ex operaio metalmeccanico, comincia nel frattempo a segnare a raffica. Ruberà poi il record di gol consecutivi appartenuto a Ruud Van Nistelrooy.

La bolla City esplode presto e la squadra di Pellegrini sparisce dai radar. Nel frattempo il Leicester comincia a rompere le scatole a squadre di grande calibro (a fine stagione, avrà vinto almeno una volta con la British Legion fatta da Arsenal, City, United, Tottenham, Chelsea, Liverpool). Il 21 novembre, si trovano in cima alla classifica. Un po’ come quelle squadre piccole che dopo un po’ si trovano in vetta, tipo il Magonza, il Levante. Il Chievo. Già. Fomentate da addetti ai lavori increduli, dai tifosi da tutti il mondo, da Ranieri che li infervora con i pezzi dei Kasabian, le Foxes concludono una trionfale trafila di vittorie in questi insoliti “scontri diretti”. Come quei gruppi usciti dai garage che nei festival suonano cento volte meglio degli headliners. A febbraio vanno a macinare a domicilio proprio il City, con una doppietta di Huth, un difensore centrale.

Una stanca Apnoea comincia però ad aggredire le Foxes, che subito dopo il City perdono con l’Arsenal e si incartano in una trafila apparentemente infinita di punticini inutili contro squadre mediocri (alcuni tramutati in vittorie per puro culo, nei minuti di recupero), affrontate forse con superficialità. Il fiato sul collo dello stesso Arsenal e del Tottenham comincia a minacciare di riportare il Leicester coi piedi per terra, e ad aprile gli Spurs sembrano poter riprendersi in volata la vetta (distante ora 3, ora 5 punti). Ranieri, in un’insolita paraculata, ribadisce che comunque il Leicester giocherà la Champions, e decide che il suono dei campanellini è Dilly Ding Dilly Dong.

Ma la pressione non disunisce il Leicester, che torna on Fire, a inanellare vittorie; piuttosto, demolisce il Tottenham, che appare deciso a non abbandonare il ruolo di squadra mai vincente della Premier. Mahrez si trasforma da tipica incostante ala nordafricana in Leo Messi. Come se Kurt Cobain a un tratto diventasse David Gilmour. Il Chelsea, ironia della sorte, fa un inaspettato favore a Claudione e pone la pietra tombale sulle aspirazioni di rimonta della squadra di Pochettino. A fine aprile il Leicester ha un migliaio di punti sulla seconda, e il campionato è vinto con svariate giornate di anticipo: è la più incredibile favola della storia della Premier League.

L’Empire di Claudione dura però pochissimo. Giusto il tempo del festone celebrato, manco a dirlo, da Pizzorno, Meighan e soci. Alla fine dei bagordi post-trionfo, e dopo un’estate di corteggiamenti da parte delle grandi di tutto il continente, le stelle del Leicester decidono di restare. E’ una cosa strana nel mondo del calcio, come se Klinghoffer avesse declinato l’invito a suonare nei Red Hot Chili Peppers per continuare a fare soltanto stronzate psichedeliche coi Dot Hacker. La dirigenza si sente in una botte di ferro, e fa un calciomercato scelleratamente conservativo: arrivano soltanto un paio di scartine incapaci di spostare gli equilibri. La magia non si ripete. Lontano dai palcoscenici della Champions, dove arrivano alla fase a eliminazione diretta, le Foxes sembrano una cover band scarsa di loro stessi. Arrivano sconfitte in serie, arriva lo spettro della retrocessione, arriva lo spettro dell’esonero.

Quando le cose si fanno difficili, e il terzultimo posto ad appena un punto di distanza, l’intero spogliatoio del Leicester diventa una polveriera. Come un salotto con un paio di fratelli Gallagher e un paio di dozzine di birre. Ex-eroi dimostrano la natura che si celava dietro i loro Switchblade Smileschiedendo la testa dell’allenatore che li ha portati a scrivere pagine immortali della storia del calcio. Ranieri viene ignobilmente esonerato con un ritorno di Champions ancora da giocare, pagando per responsabilità evidentemente non sue.

I tizi dal nome impronunciabile che possiedono il Leicester sono rammaricati e tristi, dicono. Claudione l’ha presa parecchio male, dicono.

Noi che abbiamo tanto tifato per questa squadra improbabile con una volpe gialla nello scudetto e le maglie di un indefinito blu violaceo, e che amiamo trovare pretesti di campanilismo in tutto, chiudiamo con un augurio: Leicester, per favore, retrocedi.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

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