Spotify Wrapped 2017. Grazie per le figure di melma

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Secondo Spotify è tempo di bilanci. Qualcuno la pagherà cara.

Un altro anno sta per concludersi. Un anno burrascoso, o bello, o meraviglioso, o di merda. Fatto sta che noi e voi diventiamo più vecchi e per non sentirci tali pigiamo il nostro bel ditone sull’icona di Spotify e ascoltiamo musica che ci compatisce e ci rasserena.

Un altro anno sta per concludersi, dicevamo. Come nelle più classiche tradizioni, si stila un elenco di ciò che è accaduto, un resoconto dei 364 giorni precedenti e buttiamo giù le somme con cui evincere se abbiamo passato un periodo da ricordare o un magistrale anno di merda. Da qualche giorno Spotify, il nostro amato Spotify, ci sta amorevolmente ammorbando con un messaggio che recita più o meno così: “Un anno di musica: scopri cosa hai ascoltato e cosa ti sei perso, quanti minuti hai passato insieme ai tuoi artisti preferiti!”.

Un’ansia che non provavamo dalle catene di Sant’Antonio in cui spadroneggiavano Alcatel per il popolino e Nokia 3210 per i pheegee.

In redazione è scattata tuttavia la malsana curiosità per i dati numerici e per cosa o chi abbiamo effettivamente ascoltato. Chissà, un metallaro convinto di essersi riempito le orecchie a suon di Gorgoroth e Meshuggah si suicida dopo aver visto che in realtà l’artista da lui più ascoltato è Francesco Fragola, un giovane scopre che Dalla e Vecchioni hanno scavalcato Thegiornalisti e Levante. Scene grottesche, insomma.


Giulio Beneventi
“Spotify mi ha detto che onesto è bello”

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Clicco trepidante, ben conscio che è infine giunto il momento del coming out. Ne sono contento, in fondo. Condivido sui social, senza neanche guardare i risultati. Tanto so già quali saranno. Non ce la facevo davvero più a nascondere il fatto che mi coccoli nel mio intimo ogni sera ballando come Carlton (o il Papu, dipende dai giorni) sulle note di Coez o che riesca a fare più di 5 km correndo soltanto mano nella mano con Avicii. Per cosa, poi? Sì, basta. È ora. Usciamo all’aperto, luce del sole. Onesto, fammi dare un’occhiata soddisfatta. Ehi, ma che cazzo? Merda, mi sono dimenticato della mia fissa eterna per quella tossica di Betty e delle sbandate estive in botta di alcol e [omissis per questioni legali]. Vabbè amen, era destino. Affronto il 2018 da cazzone libero, onesto e senza vergogna. Sei bella che la musica non c’èèèèèèèèèè.


Andrea Mariano
“Spotify mi ha detto che sono un vecchio di merda”

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Nottetempo ho ricevuto un fax. Recatomi presso il punto DHL più vicino, ho pagato le 9.500 lire necessarie per la stampa della missiva giunta direttamente dai sistemi informatici dell’azienda Spotify che recita quanto segue: “Dai risultati Spotify si evince chiaramente come il Mariano non abbia ancora superato la linea di demarcazione tra il II Millennio e la nuova era tecnologico-culturale. In pratica è un uomo di Neanderthal destinato all’estinzione. Ma lui non lo sa e vive bene così. Pare abbia biascicato qualcosa di simile a un ‘Buon 1998 a tutti!’ uscendo dalla redazione poco prima di iniziare le ferie.”. Rimango basito e perplesso. Credo che in redazione ci sia una talpa, dato che quel mio augurio, pur ammettendo fin troppo futurista e futuribile, è stato per l’appunto esternato in sede lavorativa. E comunque il 1998 darà grandi soddisfazioni. Me lo sento.


Riccardo Coppola
“Spotify mi ha suggerito di lasciar crescere le unghie per arrampicarmi meglio sugli specchi”

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Ci sono tre artisti prog su cinque, poi i Wolf Alice, che in realtà nell’ultimo album hanno una bella suite che quasi travalica il confine tra il suddetto genere e l’affine psichedelia. Poi c’è Francesco Gabbani, che ha portato Spotify a cambiare il mio genere preferito in Modern Rock, probabilmente per vergogna, per non fare rivoltare nella tomba Barrett, Lake, Emerson -non il Puma- e tanti altri. Forse dovrei pure dirgli grazie: il Modern Rock (nonostante già l’ostentazione “modern” abbia lo stantio profumo dei sessantenni con le gazzelle) ha ascoltatori in media di 26 anni, il Prog di 41. Ma no, voglio essere vecchio dentro. E dai cazzo, anche Gabbani può essere considerato prog: moderno, certo, anticonvenzionale, un po’ come mr steven Wilson che m’aspettavo distruggesse la classifica e invece nemmeno c’è (ok, avevo un rip sulla SD del telefono e l’ho ascoltato per l’intera e-state su Play Musica). Magellano è un concept sul viaggio, meglio ancora di Tales from The Topographic Ocean. È una feroce critica alla società, nell’epoca dei social e non della vita di strada di The Lamb Dies Down On Broadway. Un giorno, quando le etichette saranno più flessibili e la gente meno tradizionalista, qualcuno mi darà ragione e non dovrò più giustificare questo guilty pleasure. Voglio convincermi che questa mia versione sia vera a tutti i costi.


Marco Belafatti
“Spotify mi ha ricordato quanto è bello ascoltare quartetti d’archi nella mia cameretta”

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La mania di etichettare, catalogare, indicizzare lo scibile immaginabile: che bella cosa! Quando credi di aver ormai appurato che il tuo “genere musicale più ascoltato” è l’indie folk scandinavo, arriva Spotify a dirti che in realtà hai sbagliato tutto. Il chamber pop regna sovrano nelle tue playlist. E se la definizione di “pop” è chiara praticamente a chiunque, rimane da capire cosa significhi quel “chamber”. Forse è musica da ascoltare in totale solitudine nella propria cameretta? Ok, allora ci siamo. Oppure sono musicisti d’estrazione classica che hanno deciso di mettersi a fare cover di Coldplay ed Enya? Ah no, quelli sono i 2Cellos e, tanto per chiarirci, me li sono ascoltati solo per urlare al mondo intero che gli Apocalyptica facevano più o meno quello che fanno loro già da qualche anno, solo che non se li è mai cagati nessuno. Detto questo, il 2017 è stata un’annata tutto sommato onesta, come direbbe il nostro Giulio, e le cose migliori non me le sono neanche ascoltate su Spotify. Iconcina verde, sei stata fregata.


Matteo Galdi
“Spotify mi ha mostrato quanto la doppiacassa scandisca le mie giornate, ma nei momenti più bui ‘There is a light that never goes out’”

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Campeggia in bella mostra, in primissimo piano la scritta METAL. Un “metal” indefinito. Che sia black, death o quello schifo del metalcore a Spotify non interessa. Poi però colpo di scena: accanto al genere più ascoltato scritto almeno dieci volte più grande di tutto il resto ecco una bella foto degli Smiths, il gruppo che ho ascoltato maggiormente. Ammetto che il tutto mi rispecchia, almeno nella non-coerenza musicale e nella fossilizzazione. Nulla da dire sui brani più ascoltati: sono quelli e sono perfetti da ascoltare in ogni momento della giornata, chi non vorrebbe rilassarsi ascoltando il caldo growl di Åkerfeldt?


Francesco Benvenuto
“Spotify mi ha detto che in pochi clicks riesco a trovare moltissima musica demmerda”

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… Il problema sorge nel momento in cui me ne appassiono, fino a farla diventare quella da me più ascoltata in questo 2017. Un anno musicalmente vario ha svelato quel lato nascosto di me, quello che disgusta la musica detta di qualità per ricercare quella raffinata. Una raffinatezza espressa in maniera egregia da Giancane ed i suoi, anzi nostri, cari vecchi di merda; per non parlare dei Queens of the Stone Age, vecchie glorie del mio bagaglio musicale, ma che grazie alla loro ode all’arte del fottere, seguono la scia di classe che raggiunge il suo apice con Brunori. Visti i presupposti sanciti da Spotify, probabilmente il 2018 lo passerò ascoltando I Cani. Non gli animali, purtroppo.

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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