Storie di tristezza: Calcutta e la Playlist da 5K

Fare soldi con quattro click e fare schifo gratis: Bologna è una donna cretina.

Ho un amico bolognese che sostiene che Calcutta sia un compagnone, ma che esca ogni sabato sera insieme a degli individui poco raccomandabili. Io non so immaginarmeli gli amici di Calcutta. Forse le ho sempre viste come delle persone furbe e un po’ opportuniste, accerchianti la figura dello sfigatello stonato con la faccia paciocca che si strappa il cuore e canta i suoi patetici struggimenti. Calcutta per me era il buono, il protagonista del mio film mentale di riscatto e rivalsa. Era il mio Babe maialino coraggioso. E invece no. La cronaca ogni tanto ti risveglia in modo clamorosamente doloroso, come un genitore che stufo dei tuoi tentennamenti decide di smettere di alzarti dolcemente le tapparelle per prenderti a colpi di batticarne sugli zigomi. Calcutta non è uno che si trova soldi per caso tra le mani e poi ci compra tante caramelle. Calcutta non è il mio eroe ingenuo e buono. Calcutta in un mio film mentale sarebbe, che so, Magneto.

I FATTI. Il comune di Bologna ha bisogno di una playlist da filodiffondere in piazza la notte di Capodanno. Non vuole un tizio da mettere su un palco, come fanno a Palermo chiamando ogni anno personaggi inutili e imbolsiti della stregua di Gigi D’Alessio o Marco Carta. Là in comune vogliono una playlist, ma la vogliono fatta bene, mica da uno qualsiasi: bisogna essere skillati anche per questo. E chiamano un artistone di spicco: Calcutta. Il nostro eroe né buono né cattivo (giusti per citare altri emiliani storici) spara un prezzo da far impallidire Deloitte o Ernst & Young: 5000€. O forse di più e poi hanno contrattato. O forse di meno e poi il comune di Bologna ha rilanciato senza motivo, come il PSG nelle trattative di mercato. Fatto sta che alla fine si sono messi d’accordo per 5000€, e i rappresentanti del comune saranno tornati alle case a raccontare il loro colpaccio pressoché così:

“Ho piazzato la piazza per San Silvestro a soli 5000 quest’anno”

“E chi viene tesoro?”

“Nessuno.”

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Una recente foto di Calcutta

Calcutta si mette di impegno, è impermeabile alle critiche e anzi le usa come vento da cavalcare abilmente. Pubblica la playlist (o meglio la pubblica il canale di Bomba dischi, potrebbe averla fatta chiunque) e la chiama finemente “ho fatto una Playlist in centro a Bologna ma era solo per 5k”, variante indie del “la tua invidia è la mia fortuna” dei peggiori camionisti. È pure una playlist fatta a cazzissimo, con un paio di canzoni di amici suoi a cui fare pubblicità (Giorgio Poi, quel coglione incognito di Liberato), un po’ di roba hipster presa svogliatamente dai preferiti, Paul McCartney messo là perché porco**io dai è ancora Natale. Calcutta ci avrà messo si e no 5 minuti. Per 5000€, cifra con cui, se sei sfigato, paghi venti serate di gruppi dotati di vero talento, di quattro persone ciascuno, per suonare due ore e portarsi la loro strumentazione. O in generale: il lavoro di Calcutta è valutato 60.000€ all’ora.

ADESSO. Lungi da me criticare Calcutta. Lo stimo, è bravo, è giusto sia in prima fila nel genere che rappresenta. Ha fatto più danni della grandine perché il mondo adesso è pieno di elementi disumani che “cantano” esattamente come lui e pensano che accostare parole a minchia sia sempre geniale, a prescindere: ma non gliene faccio una colpa, non più di quanto la farei a Ricardo Quaresma se a un certo punto tutti gli esterni sinistri avessero deciso di crossare solo di esterno destro. Calcutta fa il suo lavoro e ha fatto il suo prezzo, come i designer che qualche anno fa hanno inclinato un pochettino il logo di Alitalia per 200K. E affanculo in generale la mitologia indie, affanculo la somiglianza coi fan, che nel 99% dei casi sono giovincelli che con 5000€ ci coprono le spese (di bevute e trasporto) di almeno centocinquanta sabati. Boys, questi tirano su più grano di quelli che escono dai talent, ma sembrano ideologicamente giustificati a prescindere dal fatto di essere “indie”.

Hats off per Baggio

In generale, in realtà, il raccapriccio che ha amorfamente permeato questo mio delirio è tutto, solamente, rivolto nei confronti del committente. Che, in senso lato, siamo tutti noi. Dal Comune è arrivata una giustificazione alla faccenda che sarebbe più agghiacciante rispetto a “sono soldi nostri, possiamo pure spenderli in coca e mignotte”: quel prezzo serve anche per pubblicizzare l’evento sui social di Calcutta e Bomba Dischi. EH, cazzo. La risposta mi lascia talmente incapace di articolare pensieri intellegibili che preferisco parlare per elenchi puntati:

– La scelta precisa è quella di lasciare il Crescentone vuoto, abolendo il dj set (che gli anni precedenti era costato 3.500€ in meno) per affidarsi al potere aggregativo del nulla.

– Ci si lamenta per gli sprechi del Comune quando poi si paga per avere Cacao Meravigliao a mezzanotte, quando bastava mettere un maxi-schermo con la trasmissione di Amadeus sulla RAI.

– Il fatto che un Comune consideri un investimento (e cretino chi non capisce) essere promosso su Facebook da Bomba Dischi la dice davvero lunga sulla dissoluzione intellettiva della società moderna.

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La concorrenza

Ma alla fine, però, come chiosa finale a un articolo smisurato e smisuratamente inutile, preferisco deviare il mio target dalle istituzioni -che sono quelle che sono, anche in termini di buon gusto- per parlare alla gente. Perché in giro ci sarà qualcuno che considera una figata stare al freddo in una piazza ascoltando le canzoni che ha scelto Calcutta, perché le ha scelte Calcutta. La piazza sarà piena. Del tipo:

“Oh adesso arriva McCartney”

“Cazzo fa un freddo cane, se ce lo ascoltiamo a casa?”

“Non sarebbe la stessa cosa. Questa l’ha scelta Calcutta. A casa la sceglieresti tu. E tu chi cazzo sei?”

È questa latrante idolatria che ha reso una corrente comunque ben distinta e interessante una specie di inner circle di inconsci incapaci, con mille emuli sovrapponibili a Coez, quel Coez che macina sold-out nemmeno fosse Bob Dylan o più semplicemente Motta. Tra tutti i consimili Calcutta è un fenomeno, e non in quanto predicatore nel deserto ma perché effettivamente munito di un gusto che agli altri manca. Ma vogliamo veramente arrivare al punto di considerare verbo del nuovo Messia una sua buffonata di playlist?

Fine. Un altro mio caro amico sostiene che, alla fine, l’indie pop è musica buona per andare a donne. Potrebbe essere vero. Potrebbe essere per questo che ancora non mi faccio coinvolgere.

Però per me, con quello scopo, era meglio Barry White. A chi non piace Barry White?

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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