To be Oasis or not to be Oasis: la civil war dei Gallagher

Liam e Noel, “As you Were” e “Who Built The Moon?”, il tradizionalismo e il casino

Scontri tra titani, stracittadine multimediali che si giocano con uscite quasi contemporanee: dopo anni di filmacci Marvel contro filmacci DC, di PES contro FIFA, anche la musica ottiene il suo magico derby di dischi pubblicati a distanza troppo ravvicinata per essere casuale. Protagonisti i Gallagher, i galantuomini di Manchester, quei due tenerissimi pezzi di pane che dai tempi della morte degli Oasis continuano a turno a ribadire quanto vorrebbero che crepasse fisicamente anche l’altro, e che si sono costruiti attorno una immortale patina di hype in merito alla reunion, ormai mitizzata dai fan e non solo alla stregua di un trionfalissimo ritorno di Cristo.

Ma non siamo ancora alla fine dei giorni, bensì soltanto nel 2017, e proseguiamo tappa dopo tappa: la guerra ancora è ancora lontana dalla conclusione e Liam e Noel decidono di impugnare armi di fattezze plastiche e di sbattersi sulle guance, come sonore cinghiate, due album di inediti. Uno a testa, a un paio di mesi di distanza. Il primo della carriera solista di Liam, dopo quelle dimenticatissime cazzate cantate a nome Beady Eye (qualcuno ricorda qualcosa a parte il capezzolo sulla copertina di BE?); il terzo per gli uccelli che volano alto di Noel, in realtà a pochissima distanza dal precedente elogio della nostalgia Chasing Yesterday.

3, 2, 1, boxe.

“solo record are youfucking tripping dickead I’m not a cunt LG X.”
Liam Gallagher, odio su Twitter, gennaio 2016

Liam è quello che è uscito per primo, che aveva il vantaggio di aprire questa non annunciata ma evidente faida. Ci mette il faccione imbronciato sulla copertina, e ci mancherebbe, utilizzando un Instagram filter seppiato che sia già evidenza di quanto il materiale all’interno sia invecchiato. Liam si butta nella sua avventura da solista senza cambiare la sua anima di una virgola, con quegli orpelli come l’armonica e il fuzzone sul basso, o il folketto da Lumineers di Chinatown, che cercano di mascherare maldestramente la mancante voglia di svestire l’outfit di una vita, come un paio di Vans celesti messe sotto un pantalone di velluto marrone. As You Were, e mai titolo fu più azzeccato, è a tratti un disco di outtake degli Oasis, ma anche in quanto tale è un disco serio, sincero. In alcuni tratti LG, che dei brothers è probabilmente sempre stato quello dalla voce più scarsa meno particolare, raggiunge qualche nota più acuta tanto da ricordare pericolosamente Billie Joe Armstrong: vocalmente parlando, è come se calasse Freddie Mercury dentro un cd di MC Hammer. O come se Adele urlasse dentro un secchio, stando alla tecnica e onesta recensione del fratello.

Risultati immagini per liam gallagher as you were

“I don’t give a fuck whether he puts his album out the same day as mine. I will thank him for promoting my record, though, and it’s not even out yet.”
Noel Gallagher, odio su Vulture, ottobre 2017

Noel, al contrario, sceglie un approccio totalmente differente, decidendo con “Who built the moon?” di non celebrare il passato, ma essenzialmente se stesso. Confusionario e confusissimo, carico di strumentali e dei contributi di una quarantina di artisti diversi, l’album sembra la soundtrack di un’autobiografia ambientata per metà nel Far West e per metà negli anni ’70. L’opener sembra scritta da una cricca di navajo sotto peyote che avevano appena sentito The Great Gig In The sky (e invece chiama in causa Kanye West); a un certo punto sbrilluccicano annunci da altoparlante in francese subito prima di spudorati plagi citazionismi dei Beatles di Come Together (Be Careful What You Wish For); Holy Mountain è una cafonata incredibile, ma divertente, apparentemente ingegnerizzata per essere cantata in faccia -inclusi i suoi insensati coretti di sole u- a tutti gli ingessatissimi rivali del music business (ossia un buon 98% di esso). C’è anche una certa compostezza alla Paul Weller (presente tra i contributors) dietro un muro sonoro che è impastato come se registrato in un garage di due metri per due. C’è alla fine una ballata acustica emozionantissima, intitolata Dead in The Water e proposta in take live, che potrebbe tranquillamente essere tra le due o tre migliori cose che Noel abbia mai scritto.

Alla fine, dopo quasi due ore di musica di livello sempre più che discreto, può dirsi -con un margine di dubbio lasciato al gusto personale- che i due stronzi chiudano la partita in pareggio. Esattamente quanto quella verbale, che probabilmente continuano a portare avanti all’infinito ben consci di promuoversi e di incicciottirsi le tasche a vicenda. Liam, da testardo necrofilo che è, punta sulla conclamata necrofilia di milioni di fan che continuano a svegliarsi con Wonderwall, e aiutato da una torma di co-compositori offre comunque un mazzo di pezzi onesti, gradevolmente anacronistici. Noel, che probabilmente stima i suoi fedelissimi appena più degli ascoltatori dei Radiohead (che comunque, a detta sua, non esistono), si impegna principalmente a dimostrare di avercelo smisuratamente più lungo, incidendo su disco un macello sconclusionato e dalla bassissima digeribilità, ma apprezzabile nel suo essere primo punto di rottura dell’intera storia familiare. Di quella famiglia Gallagher, finora legata all’innovazione quanto Daniele De Rossi alla calma e il Movimento 5 stelle alla politica.

Probabilmente, un giorno, reunion sarà. Ma onore al merito d’entrambi, per offrire un investimento che abbia senso non soltanto come diversivo alla raccolta di fondi per poterli rivedere un giorno sui palchi, fermi come vecchie spocchiose statue di sale dietro i microfoni. “As You Were” e “Who Built The Moon?” non faranno la storia di niente, ma anche nel 2017 hanno entrambi senso d’esistere. È forse poco?

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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