I ventuno dischi del decennio

Un decennio di capolavori… Ma noi abbiamo scelto altro

Il 2019 porta con sé la possibilità di estendere le immancabili listone di fine anno all’intero decennio – visto che la maggioranza ha deciso per qualche ragione che la decade comincia nel 2010 e non nel 2011. Invidiando la folle sicurezza di testate internazionali come NME che riesce a dire che AM degli Arctic Monkeys è il disco del decennio, noi tutti non abbiamo neanche provato a metterci d’accordo e a stilare una classifica: segue una lista disordinata delle top tre di tutti noi vecchi, ancora ancorati a generi morti e sepolti e che parliamo ancora di dischi quando parliamo di stream su Spotify. In preparazione ad un decennio orribile di indie pop e di trap.


Andrea Mariano

Soundgarden – King Animal (2012)

“Facciamo la Top 10 dei dischi del decennio”. “Ok!”. “Anzi, facciamo Top 3!”. Top 3 del decennio? Io, eterno indeciso? Dannazione. Stavo per citare al vertice un album fenomenale, che tuttavia vedrete scippato al primo posto della Top 3 di Riccado. Il cuore va prima di tutto. E anche se onestamente sono stati pubblicati altri dischi obiettivamente più belli e forse emotivamente più importanti, devo citare “King Animal” dei Soundgarden. Chris per il sottoscritto è stato sempre un punto di riferimento (non solo musicalmente), la sua dipartita continua a lasciare qualche segno. E il ritorno dei Soundgarden dopo 15 anni è stato uno dei come-back migliori che una band possa mai donare al mondo. Postilla: recuperate anche quella piccola gemma di “In Deep Owl” di Hunter Benedict Shepherd.

Alice in Chains – Rainier Fog (2018)

Ammetto che avrei voluto citare anche “The Devil Put Dinosaurs Here”, ma “Rainier Fog” ha dalla sua una maggiore accessibilità (che non è da considerarsi più molle, anzi). È un disco di grande passione, ancora una volta catarsi, cupezza e bellezza tra l’anacronismo e il senzatempo. Tutti paroloni per dire che a distanza di tempo gli Alice In Chains riescono ancora ad emozionare questo stronzo.

Arctic Monkeys – AM (2013)

Ammetto candidamente: gli Arctic Monkeys mi stanno sulle palle. A pelle non li sopporto. E loro con l’ultimo, tedioso album “Tranquility Base Hotel & Casino” continuano a perpetrare questa mia sensazione. Dobbiamo però essere obiettivi. DEVO essere obiettivo: “AM” del 2013 è un disco eccezionale (anche perché sono le mie iniziali, lol), di grande forza e maturità. Soprattutto, mi piace. E se mi piace qualcosa di qualcuno che mi sta tremendamente sui coglioni, è giusto che si ammetti la qualità del nemico. Però l’ultimo fa davvero cagare.


Francesco Benvenuto

Sound City – Real to Reel (2013)

Dieci anni sono passati dall’inizio d questo decennio. Dieci anni in cui sono successe decisamente un sacco di cose: la vittoria della Champions League da parte dell’Inter, le due finali perse della Juventus e l’uscita di Real to Reel. Gli anni tra il 2010 ed il 2020 sono stati molto proficui per Dave Grohl, artista che è riuscito a dar vita a numerosi progetti paralleli rispetto a quello che lo vede da tempo impegnato come frontman dei Foo Fighters. Il documentario Sound City – e l’album che ne è susseguito – sono da inquadrare come due delle cose musicalmente più interessanti dell’ultimo decennio. Undici brani, tra i quali si fatica a trovarne uno brutto, ed un numero incredibile di ospiti: Stevie Nicks, Alain Johannes, Corey Taylor, Trent Reznor. Un tale combinazione di talenti musicali non poteva che riscuotere successo. Cut Me Some Slack ha inoltre riproposto l’originaria composizione dei Nirvana, con l’aggiunta di colui che da anni viene dato per morto perché rappresentato scalzo sulla copertina di Abbey Road: Paul McCartney. Insomma album da pollice in sù, uno di quelli da ascoltare anche durante la prossima decade.

The Black Keys – El Camino (2011)

La recente uscita dello spin-off di Breaking Bad mi ha permesso di ricordare che nel trascorso decennio il titolo El Camino era stato già utilizzato in altre occasioni. Quello dei The Black Keys è decisamente uno dei migliori album alternative rock usciti da dieci anni a questa parte. Chi non ha ancora in mente il video di Lonely Boy? Siate sinceri. Chi non ha ancora in mente il numero tendente ad infinito di imitazioni pubblicate su YouTube? Ecco. È con Avicii in sottofondo che scrivo queste poche parole a memoria di tempi e musiche ormai andate, con la malinconia nel cuore e i ricordi a riempire una mente già fin troppo occupata.

Adele – 21 (2011)

Nel tentativo di spaziare tra i generi in questo mio trittico dei migliori album del decennio, non posso trattenermi dal menzionare Adele ed il suo 21. Il tratto malinconico di questo lavoro si adatta perfettamente allo sconforto che dà la maturata consapevolezza del tempo trascorso. Cos’è successo per Adele in questo tempo? Beh, è entrata nei trenta, ma è ancora un gran bel pezzo di ragazza, di cantante, di voce, di tutto. Fortunatamente non è la classica artista che si lascia prendere dalla frenesia di pubblicare: pochi album, ma buoni. Meglio così, per tutti. Stando alle ultimi news, la cantante inglese sembrerebbe in procinto di pubblicare roba buona nel 2020.


Giada Corneli

Kasabian – Velociraptor! (2011)

Lo ammetto, realizzare la mia personalissima top tre di questo decennio è stato davvero difficile, ma sul primo posto non ho mai avuto alcun tipo di dubbio.
Ho ascoltato per la prima volta i Kasabian ai tempi di L.S.F in Fifa 2004, quando ancora dodicenne (!) non sapevo assolutamente chi fossero, e ne sono rimasta assolutamente affascinata.
Il mio interesse è aumentato dopo l’ascolto di brani come Shoot the Runner, Club Foot e Underdog, ma è con “Velociraptor!” che è davvero esploso il mio amore per loro.
In “Velociraptor!” i Kasabian ci hanno regalato dei brani spettacolari come Goodbye Kiss, Days are Forgotten, Man of Simple Pleasure e Re-Wired, che sono sempre in rotazione tra i miei brani preferiti su Spotify, battuti forse solo da alcuni pezzi degli Strokes (che però ammettiamolo, in questo decennio non hanno prodotto nulla di particolarmente interessante).
Unica pecca dell’album: il terribile featuring con J-Ax di Man of Simple Pleasure, che non so ancora se riuscirò mai a perdonare. Capisco che con “Velociraptor!” Il gruppo si sia accaparrato una miriade di fan italiani, ma davvero, signori Kasabian, come vi è venuto in mente??


Motta – La fine dei vent’anni (2016)

Questo album è un Capolavoro. Ognuno dei dieci brani lascia senza fiato chiunque lo ascolti, ma mi sento di dare la menzione d’onore a due brani in particolare: “La fine dei vent’anni” e “Del tempo che passa la Felicità”, che riescono a rappresentare perfettamente l’inquietudine della nostra generazione.
Dimenticavo, Motta va ringraziato anche per quella meraviglia di “Vivere o Morire”, ça va sans dire.


Billie Eilish – When We All Fall Asleep, Where Do We Go? (2019)

Non potevo che concludere questa mia stramba classifica con Billie Eilish. E il motivo è davvero semplice: ogni volta che sento un suo pezzo tiro un sospiro di sollievo. “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” quest’anno è stato una ventata di aria fresca in un’accozzaglia di pop triste e smielato da far accapponare la pelle persino a Bambi. Ci vediamo a Milano Billie!


Giulio Beneventi

Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army (2018)

Inutile sottolinearlo, la mia è una scelta di cinica provocazione. Grazie, Graziella e … Ma è anche qualcosa di più. È più che altro un modo lapidario per ricordarci che la musica può avere ancora oggi in questi santissimi lustri mosci delle palle enormi, titaniche, seppur plasticose, come un martello degli dei versione low cost comprato su Wish. Con i GVF è come se avessimo avuto l’autorizzazione, per speranza e dall’ on. Speranza, a trapiantare il cazzone defunto di John Holmes nelle mutande di un pischello che non ha mai visto una fregna al di fuori di Instagram e che ora, giustamente, vuole trapanare come se fosse Hank Moody. Chiamiamolo come genere il Fat old cock rock e gioiamo di tali cafonate, piuttosto che brontolare. Queste sono le nostre nuove Boogie Nights. Non lamentiamoci. Prendiamoci questo Nightmare Before Christmas doppiato dagli Zeppelin, questo Frankenstein jr. che per grazia divina ballonzola ancora come Gary Cooper e portiamo tutto a casa. Ballando il tip tap. Uppppperrrr Duuuuppeeer.

Tame Impala – Lonerism (2012)

Un disco allucinogeno e allucinante, lancinante e lacerante, psicodelico e psicolabile, di una pregiata bellezza sballata pari alla monumentale scena dello strafattissimo Brad Pitt contro la gioiosa ciurma colorata di Charles Manson. Un disco di anima vetusta e raffinata, un sogno apocalittico, fatto (in tutti i sensi) della polvere fatata di un Magical Mystery Tour lungo decenni. Un disco di giovani geni con certi cazzi con il diavolo. Insomma, un disco perfetto.

David Bowie – Blackstar (2016)

Quasi me ne dimenticavo. Per poco non inserivo Tom Odell al suo posto. Pensa che stronzo. Io che passai dalle lacrime di incredulità ascoltando il Suo testamento in musica il giorno prima del suo ritorno nello spazio (in coda all’appello di diritto amministrativo) a quelle di puro dolore (ed ancora di incredulità) il triste giorno di gennaio successivo. Non sia mai, cazzo. Per la lista del meglio (del meglio del meglio, Signore! cit.) di questa decade decadente il Duca doveva ancora esserci. Doveva. E non pensiamo ora alla tristezza della prossima. Anche perche’ potrebbe sempre tornare a farci visita e rimediare.


Marco Del Longo

Steven Wilson – Hand.Cannot.Erase (2015)

Gli anni dieci di Steven Wilson sono iniziati con la messa in stand-by dei Porcupine Tree e si sono conclusi con l’annuncio di spettacoli solisti nei (grandi) palazzetti europei per il 2020 ed un inatteso matrimonio.
Nel mezzo, quand’ancora insignito del più attribuito che voluto status di “re del prog”, il musicista britannico aveva deciso di riunire tutte le sfaccettature del suo DNA musicale – fino ad allora divise o prevaricanti l’una sull’altra in diversi progetti – in un unico lavoro tanto progressive nella mentalità quanto estremamente variegato nella natura.
Così, nella cupa cornice di un concept sull’alienazione dell’essere umano nel ventunesimo secolo, in cui lunghe cavalcate jazz rock e riff metal in 7/4 si alternano a momenti pop più o meno tradizionali e gemme acustiche ed elettroniche, Wilson consacra il suo genio creativo, raggiungendo, con l’aiuto invero di musicisti straordinari – tra cui su tutti un meraviglioso Guthrie Govan alla chitarra – una perfezione per la cui comprensione si rimanda a due cose: la voce Critical reception e la rispettiva tabella della pagina inglese del disco e, soprattutto, il suo ascolto.


Rush – Clockwork Angels (2012)

L’impatto dell’ultimo lavoro in studio dei Rush è stato devastante:
– nel breve termine, perché è impensabile che una band al diciannovesimo album in trentotto anni riesca a produrre del materiale addirittura superiore a quello prodotto nel suo – gloriosissimo – passato;
– nel lungo, perché per concludere una carriera a questo livello – e con parole come quelle di The Garden – ci vuole una dignità che pochi artisti hanno avuto nella storia.


Kate Bush – Before the Dawn (2016)

Nel 2014 Kate Bush annuncia il ritorno dal vivo dopo trentacinque anni per ventidue date a Londra.  I biglietti finiscono in quindici minuti.
Before the Dawn sarà una testimonianza purtroppo solo audio di questi spettacoli, divisi in tre atti di cui due più vicini ad un musical che non ad un concerto, ma allo stesso modo riuscirà a rendere giustizia alla grandezza e all’onnipotenza della più grande artista di tutti i tempi.


Matteo Galdi

Behemoth – The Satanist (2014)

“The Satanist” è un disco monumentale, un’opera che fonde black e death metal in pieno stile Behemoth, ma lo fa con eleganza e notevole cura del dettaglio. Un disco che ha permesso alla band polacca di raggiungere una più ampia fetta di pubblico rispetto al passato, proprio perché si tratta di un lavoro certamente mainstream e patinato rispetto agli standard dei Behemoth, ma caratterizzato da qualità compositive universalmente riconosciute.
Dal punto di vista storico “The Satanist” è un episodio importante per i Behemoth, Adam Nergal Darsky dopo un trapianto di midollo osseo e aver sconfitto la leucemia torna a comporre e produce un disco estremo, curato maniacalmente, con lo scopo di renderlo una messa nera in musica.
“The Satanist”, deve essere ascoltato come fosse un concept album, un’opera che introduce l’ascoltatore ad un culto, attraverso un lungo cerimoniale. “Blow your trumpets Gabriel” è l’intro perfetta del disco del decennio, una lunga marcia cadenzata che cresce in intensità ad ogni battuta, mentre “Ora pro nobis Lucifer” contiene alcuni splendidi riff di matrice death metal. Infine l’ultimo sigillo “O father, o Satan, o Sun!”, meraviglio brano di chiusura, sembra essere il perno attorno al quale è stato composto “The Satanist”, come se gli otto incredibili brani che compongono il disco siano un’unica sua grande splendida ed imponente introduzione. Un pezzo oscuro ed allegorico, emozionante e coinvolgente, con un outro che chiude alla perfezione quella che per me è l’opera del decennio.

Arcade Fire – The Suburbus (2010)

Più che un disco è una storia, un racconto della fine di una infanzia, di amicizie perdute e di abbandono dei luoghi che ci hanno visti crescere. E si, riguarda un po’ tutti noi e non sono chi è nato nelle periferie e si è spostato nella metropoli, cambiando abitudini, crescendo e cambiando progressivamente usi e costumi. “The suburbs” è un’opera coinvolgente ed emozionante. Ho ripescato questo disco di inizio decennio perché, sebbene non un ragazzo propriamente di periferia, ricordo che venne pubblicato proprio quando iniziai a smettere di ragionare puramente da ragazzino. Tra rock e pop, tra ballate trascinanti, ogni volta che parte l’arpeggio di “Suburban wars” è un brivido sulla schiena.

Pendulum – Immersion (2010)

Che i Pendulum avessero già detto la loro con le uscite precedenti è un dato di fatto, ma “Immersion” è per me il disco drumandbass perfetto. Anche questo è un concept, un viaggio, una immersione appunto, e si, amo i dischi che raccontano storie. Sono molti i momenti memorabili all’interno di questa piccola gemma dal retrogusto commerciale, così come è rimasta celebre la presenza dei migliori ospiti che un disco possa avere: Liam Howlett, Steven Wilson e In Flames. Scusate se è poco. “Watercolour”, “Witchcraft”, “Crush”, “Under the waves”, sono troppi i brani da dover menzionare, tutti potenzialmente singoli “distruggi classifiche”, e per forza di cose “Immersion” rimane uno dei miei dischi del decennio. Anche se basterebbe l’outro di “Encoder”, un testo meraviglioso che sa di liberazione, il rumore delle onde che sanciscono che siamo riemersi dai flutti marini dopo un incredibile esperienza, per rendere questo disco uno dei lavori più emozionanti del decennio.


Riccardo Coppola

The National – Sleep Well Beast (2017)

Facendo un giro tra le classifiche altrui ho notato che molti citano “High Violet” tra i dischi del decennio. Ragionevole: era in fondo l’album in cui i National, da band di culto per pochi, si trasformavano nell’autentico baluardo delle farneticazioni alcoliche di tutti. A volte più lezioso e altre più inconcludente, e in valore assoluto sicuramente inferiore, “Sleep Well, Beast” è però un disco che mi ha offerto una botta depress emotiva pari soltanto a quella dei Joy Division o dei primi The Smiths, con la differenza che quelli li ascoltavo quando ero un adolescente ciccione e questo l’ho ascoltato mentre tutto andava benissimo. E l’effetto rimane, sempre, ad ogni climax sviolinato di Nobody Else Will Be There e su ogni altro pezzo di lì in avanti: nessuno come quell’alcolizzato di Berninger sa accarezzare le corde dell’anima di chi ascolta, rendendolo immediatamente un desolato disastro.

Daft Punk – Random Access Memories (2013)

La decisione alla base di questo listone è stata quella di non farsi guidare soltanto dai propri sentimenti ma di cercare di dare a Cesare ciò che è di Cesare, non tagliando fuori dalle liste dischi che verranno citati dagli storici della musica nel 2500 come noi oggi facciamo con i madrigali e la scuola franco-fiamminga. Probabilmente non è mai capitato – e mai capiterà – che un giorno io impazzisca e decida di mettere l’intero Random Access Memories in ascolto, con tutta la sua infinita sequela di filler inutili e l’evidente mancanza di sostanza che già emerse ai tempi della sua uscita. Ma probabilmente non è mai capitato – e mai capiterà – che un giorno riguardando al decennio 2010-2019 trovi un pezzo più influente e indimenticabile di Get Lucky. E per me tanto basta.

Ghost – Prequelle (2018)

Da qualche parte qui sopra ci sono i deliri di un pazzo (che lui chiama “provocazioni”) che ha deciso che il disco del decennio è stato l’ultimo dei Greta Van Fleet. Siccome davanti a certe cose le alternative sono soltanto fare finta di niente o spararla ancora più grossa, ecco che abbandono ogni senso del pudore e inserisco nella mia top three i Ghost: i re assoluti del rock ridicolo, l’heavy metal che sembra fatto dagli ABBA, i testi satanici cantati su ritornelli da cartone animato. Mi assicurano che dal vivo sono una bomba tanto quanto questo loro ultimo album.

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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