Ginger Bender: due chiacchiere post concerto con l’eclettico duo milanese

ginger bender

Un resoconto dall’ultima data siciliana del tour estivo.

Devo fare una premessa: ammetto che non conoscevo le Ginger Bender. Le ho scoperte proprio grazie all’invito a un loro concerto che si sarebbe tenuto nel mio paesino nella provincia italiana che credo sia tra le più piatte in termini di eventi musicali un po’ più “indie”. Ricevuto tale invito mi sono fiondata a cercarle su Spotify per poi innamorarmi del loro singolo Cumbia Nera e ascoltarlo per settimane a ripetizione in attesa di poterle sentire dal vivo. Non ho cercato ulteriori informazioni su di loro, non ho ascoltato altro all’infuori del loro primo e unico album uscito la scorsa primavera, con la volontà di lasciarmi nell’inconsapevolezza e nell’assenza di preconcetti o aspettative e senza programmare articoli o interviste. Volevo solo andare a godermi l’arte che loro avevano da offrire.

Ciò che colpisce prima di tutto è la voce e la tecnica. Questo duo milanese formato da Alessandra Di Toma e Jeanne Hadley canta e suona le chitarre in modo impeccabile e per di più divertendosi e facendo divertire il pubblico, in un clima estremamente rilassato e ironico. La location dell’Industrial di Leonforte (EN), essendo piuttosto raccolta, permette alle artiste di raccontarsi e di spiegare la genesi di alcuni dei loro brani tratti dall’album Tieni accesa la luce (Rocketta Records), intervallandoli a cover dal sapore vintage come Careless Love di Bessie Smith, riproposta in chiave ukulelesca, o Che m’importa del mondo di Rita Pavone (unica cover contenuta anche nell’album) che ben si abbinano alle loro creazioni.

Esprimendo apprezzamenti per il riuscire a suonare sotto un limpido cielo stellato, ricordano un certo legame con la Sicilia (che poi scopro essere terra natia del loro produttore esecutivo Paolo Mei), in cui hanno girato il video del loro primo singolo Cumbia Nera, nello splendido scenario della Fiumara d’arte. Il brano è ispirato da una scena del film di Spike Lee, in cui Malcolm X incontra un predicatore islamico che gli fa leggere le definizioni di bianco e nero all’interno di un dizionario, facendogli notare come queste influenzano la nostra percezione.

Molti dei loro brani trattano d’amore e, come sottolineano, “l’amore normale è per la vita di tutti i giorni, non per le canzoni”, quindi è un susseguirsi di armonie che raccontano di relazioni disfunzionali, dallo stalking di Blue Petit, al delitto passionale di Otello, dalla “filastrocca minacciosa” di Five alla difficoltà ad accettare la fine di una storia d’amore di Mentre Dormivo.

Il loro stile è un mix di tante influenze, ciò che spicca sono i ritmi jazz e le armonie vocali che oscillano tra voci black e voci alla Trio Lescano. C’è anche spazio per narrare di personali prese di coscienza in This Song, e spesso cercare di mettersi nei panni altrui come nella tenera Anna non piangere, dove una donna che lavora in un ospedale pediatrico cerca quotidianamente di trovare la forza per diffondere benessere.

Sono bravissime a intrattenere il pubblico e portano anche dell’ironia con un’allegra e sensuale cover “porno blues” di Press My Button (Ring My Bell), scoperta, dicono, grazie a una compilation di YouTube a tema, per poi riposare un attimo la voce con un brano strumentale russo, Oci Ciornie, che suonano da sempre, ovunque vadano nel mondo. A fine spettacolo, rispondono alla richiesta di bis con un loro inedito divertente in stile That’s Amore intitolato Itanglish e, al ritmo del ritornello “Feel the pulse of the polso”, mi avvicino per far loro qualche domanda.

ginger bender

Credits (anche della foto in apertura): Paolo Cremona

Come vi siete conosciute e come è nata l’idea di diventare un duo?

A – Ci siam conosciute alla Scuola Civica di Jazz di Milano, eravamo compagne di corso e abbiamo deciso di cominciare questo progetto come duo, anche perché il duo come formazione è abbastanza spendibile. Diciamo che all’inizio non miravamo a fare un disco, ma in realtà era proprio per lavorare. Abbiamo suonato molto, abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato per strada tantissimo, poi abbiamo fatto viaggi in Spagna e in giro per il mondo e ci siam mosse molto a Milano. Dopo un po’ ci siam dette “Vabeh, abbiamo gusti simili, ci troviamo bene, proviamo a scrivere cose nostre!”, però è una cosa relativamente recente l’idea del disco, infatti questo è il nostro primo disco ma noi suoniamo insieme da cinque anni. Siamo molto esigenti, prima di trovare il suono e di capire dove dovevamo andare c’è voluto del tempo.

Come nascono i brani delle Ginger Bender? C’è chi si occupa più del testo e chi si dedica alla melodia, suddividendovi i compiti?

J – Secondo me all’inizio era un po’ diverso, nel senso che essendo bilingue io magari scrivevo più i testi perché scrivevo spesso in inglese, poi abbiamo deciso di scrivere quasi unicamente in italiano o comunque di mischiare un po’ più le lingue e da quel momento i testi li abbiamo scritti tutte e due. Devo dire che varia molto, non c’è un ruolo fisso. Ci sono stati momenti in cui scrivevo più io e momenti in cui scriveva più Ale e poi l’unica cosa che accomuna sempre tutte le canzoni è che ci lavoriamo tanto insieme, cioè, una delle due porta un’idea, solitamente un’idea musicale, e poi dopo ci scriviamo sopra il testo. A noi viene più facile la melodia piuttosto che il testo, siamo più musiciste che scrittrici.

Oltre al blues anni ’20 di cui avete anche riproposto qualche cover stasera, cosa ascoltate abitualmente, anche di contemporaneo, che va poi a influenzarvi nella composizione dei vostri brani?

A – Siamo delle voraci ascoltatrici musicali, ascoltiamo veramente tante cose, tante cose del passato, tantissima musica a partire dal jazz, che poi è quella che abbiamo studiato, ma anche gospel, ma anche la musica folk, inteso come etnica, popolare. Ed è stata proprio quella la cosa bella, che abbiamo gusti simili seppur strani, nel senso che io non avevo mai trovato una coetanea a cui piacesse ad esempio il Fado portoghese o le canzoni dei mariachi. Di artisti ce ne sono tanti, c’è anche il funk o il reggae, per cui ci sono un sacco di progetti interessanti di nuovi artisti che sto scoprendo grazie anche a Spotify. Poi è stato preziosissimo l’aiuto che ci ha dato il nostro produttore artistico Lorenzo Gasperoni, è un musicista dell’area milanese che diciamo che ha canalizzato un po’ tutte le nostre influenze. Noi abbiamo studiato anche percussioni afro, jazz, chitarra, quindi diciamo che siam riuscite a incanalare i centomila spunti che avevamo e a cui non sapevamo che piega far prendere. Nel suono che abbiamo adesso ci ha aiutato moltissimo avere una terza persona.

J – Sì, forse siamo afflitte un po’ da eclettismo. Che è sì un pregio ma quando devi registrare delle canzoni che siano ben definite, in studio, senza improvvisazioni, è un po’ problematico.

Dal vivo mi ha colpito molto Otello. Quanto è stato difficile immedesimarsi nel punto di vista del maschio carnefice?

J – Io ho insistito tanto all’inizio per fare questa canzone e ricordo che Jeanne non voleva. Ho voluto fare io questa scelta perché nel presentare il punto di vista della donna forse ci trovavamo in una posizione “avvantaggiata”, ho voluto provare un punto di vista un po’ provocatorio. Che poi secondo me in generale, nella vita, la chiave di lettura per capire le persone secondo me è sicuramente mettersi nei panni dell’altro e avere quell’empatia o un punto di vista diverso, ed è poi su questo concetto che si basa questa scelta.

A – In realtà io non ero convinta perché inizialmente non avevamo deciso sin da subito di raccontarla dal punto di vista suo, ero poco convinta dal trattare genericamente il “delitto passionale” e ciò che poi mi ha fatto cambiare idea è stata la decisione riguardo alla narrazione in prima persona, che ha aperto a una chiave di lettura diversa e meno banale riguardo alla scrittura del testo.

J – Tra l’altro la mia coinquilina è una psicologa quindi ci siam fatte prestare i libri di psicologia della coppia e abbiamo letto un sacco per tentare di immedesimarci. Inoltre la versione del disco è molto diversa in quanto pensata appositamente per l’album e registrata direttamente in studio, dove abbiamo avuto la possibilità di sovrapporre più voci e strumenti, invece dal vivo dobbiamo arrangiarla diversamente e ogni volta che la suoniamo cambia e si evolve.

Ultima domanda, per curiosità professionale, chi ha curato la grafica della copertina dell’album? Trovo l’illustrazione molto bella.

J – L’illustrazione l’ha fatta un disegnatore di Brescia che si chiama Biro. Avevamo un’idea ma volevamo fosse un illustratore a realizzarla, volevamo una creatura che fosse un mix tra l’organico e due volti che si incastrassero come fosse un Giano bifronte, una divinità del passato. Che un po’ rispecchia le nostre sfaccettature, il fatto che siamo in due e un po’ ci fondiamo. L’impaginazione grafica l’ha curata invece un grafico amico nostro e di Paolo Mei che si chiama Renato Mancini.


ABBIAMO PARLATO CON…

Ginger Bender
Alessandra Di Toma & Jeanne Hadley

Discografia
Tieni accesa la luce (2018)

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Simona Catalfo

Simona Catalfo

Mi si può trovare a contemplare la bellezza della natura in qualche parco, ad ammirare la sensibilità artistica dell'uomo in qualche museo o ad imprecare contro l'universo davanti al pc nella mia stanza. In sintesi, sono solo una graphic designer.
Simona Catalfo

About Simona Catalfo

Mi si può trovare a contemplare la bellezza della natura in qualche parco, ad ammirare la sensibilità artistica dell'uomo in qualche museo o ad imprecare contro l'universo davanti al pc nella mia stanza. In sintesi, sono solo una graphic designer.

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