Italians do metal better: intervista agli Inno

Il supergruppo formato da ex membri di Novembre, Stormlord e Fleshgod Apocalypse ci racconta la storia dietro il suo album d’esordio.

Quando quattro mostri della musica metal italiana decidono di formare un gruppo insieme, nascono gli Inno. Il gruppo è formato da Elisabetta Marchetti (ex Stormlord, ex Riti Occulti) alla voce, Cristiano Trionfera (ex Fleshgod Apocalypse) alla chitarra, Marco “Cinghio” Mastrobuono (Hour of Penance, Coffin Birth) al basso e Giuseppe Orlando (ex Novembre, The Foreshadowing, Airlines of Terror) alla batteria. Questo 28 Febbraio esce il loro album di debutto “The rain under” (clicca qui per il preorder), con l’etichetta Time To Kill Records e noi abbiamo avuto il piacere di scambiare un paio di chiacchiere con la frontgirl Elisabetta e il chitarrista Cristiano.

Ciao Elisabetta e ciao Cristiano, grazie della vostra disponibilità. Innanzitutto chi sono gli “Inno”? Da dove viene la scelta del nome?

Cristiano: ciao Michele. Gli Inno sono un gruppo formato da quattro vecchi volponi (o almeno così ci piace pensarla) che hanno bazzicato la scena Metal romana per parecchi anni. Quattro vecchi amici che un giorno, date le circostanze favorevoli, hanno deciso di sedersi in una stanza e cominciare a scrivere musica. Abbiamo tutti un passato (a volte remoto) pieno di progetti, gruppi, tour, dischi e tutto quello che viene con roba del genere, ma questa è la prima volta (ad eccezione di Peppe forse) che ognuno di noi riesce a connettersi con una gran parte delle nostre influenze musicali, che per vari motivi rimanevano ampiamente inesplorate prima degli Inno.

Elisabetta: Oggi come oggi non è facile scegliere un nome adatto che non sia stato già utilizzato da altre band o che non risulti banale.
Dopo diversi giorni di brainstorming, Giuseppe ha proposto INNO, inteso come vera e propria “celebrazione”. Questo concetto è piaciuto a tutti in primis perché molto versatile per quanto riguarda le tematiche affrontate nei testi (presenti e futuri!) e soprattutto per il suo significato solenne racchiuso in una parola così semplice.

Come è nata la band? C’è stato un momento particolare che vi ha portato a lavorare insieme?

Elisabetta: tutto è nato da un’idea del nostro bassista (Marco Mastrobuono) quasi per caso, in viaggio con una delle band in cui suona (Hour of Penance) e che si avvale di Giuseppe Orlando in qualità di fonico live. Hanno deciso di fondare insieme una band coinvolgendo sin da principio Cristiano per la composizione e me come cantante per creare qualcosa di nuovo, ma che seguisse una linea musicale completamente differente dai generi da cui proveniamo.

Cristiano: io credo che il momento particolare che ha dato vita a questo progetto in senso pratico sia una sorta di allineamento astrale. Una serie di cose che sono accadute nello più o meno allo tempo e che hanno reso possibile la formazione del gruppo. Marco (Cinghio) si è trasferito non lontano da dove io abitavo all’epoca proprio nel periodo in cui io ho rinunciato ad andare in tour con i Fleshgod Apocalypse. Come diceva Elisabetta, Marco e Giuseppe avevano questa idea da un po’ di tempo, ma non erano riusciti a dar forma al progetto. Da quel momento abbiamo cominciato a costruire pian piano quello che oggi sono gli Inno.

Il 28 Febbraio uscirà “The Rain Under”, abbiamo già ascoltato i due singoli che avete fatto uscire in anteprima, se doveste scegliere tra i due brani, quale rappresenta di più per voi l’intero album?

Elisabetta: il nostro sound è sicuramente ancora da definire, proprio per via dei backgrounds molto differenti dai quali noi tutti proveniamo, ma dovendo scegliere fra i due, “Pale Dead Sky” è senza dubbio il più rappresentativo, motivo per cui è stato selezionato per il primo video.

Che tipo di approccio avete usato per la composizione dei pezzi? Sono nati prima i testi o la musica?

Elisabetta: il primo approccio alla composizione dei brani è stato senza dubbio musicale, da un attento lavoro di Cristiano e Marco che hanno saputo fondere alla perfezione le differenti (ma complementari) tecniche e stili con un’idea ben precisa. In un secondo momento ho poi adattato i testi e le linee vocali.

Di cosa parlano i testi? Avete delle ispirazioni particolari per quanto riguarda la loro stesura?

Elisabetta: I testi parlano fondamentalmente di sogni e incubi. Ho sempre dato molta importanza alle sensazioni che i sogni lasciano al risveglio e fin da quando ero bambina, ricordo che tali sensazioni rimanevano molte ore, a volte giorni. E quando si trattava di incubi,
non era facile scrollarsi di dosso la paura che provavo al risveglio… Intorno ai 15 anni ho iniziato a soffrire di paralisi notturne e quindi di incubi talmente reali da togliere il fiato e da far temere di addormentarsi la sera e con il tempo ho imparato ad esorcizzarli scrivendo testi e musica o disegnando quello che avevo sognato.

A livello strumentale, che impronta avete cercato di dare al sound? Quali sono state le maggiori ispirazioni uscite fuori?

Elisabetta: di sicuro le nostre principali influenze derivano dalla scena metal nord europea fin dai primi anni ’90. Nomi come Katatonia, Amorphis, The Gathering e Swallow The Sun sono certamente in cima alla lista!

Cristiano: è davvero interessante come l’esplorazione delle nostre influenze sia partita da un’idea molto basata sul lavoro di gruppi come Katatonia e Amorphis, per poi cominciare un percorso attraverso sound di gruppi anche più progressivi, come The Gathering, Porcupine Tree, Tool e addirittura a volte ci siamo trovati a riconoscere i Muse o i Metallica in quello che cercavamo di ottenere dai pezzi. Ciò di cui
siamo stati certi fin dall’inizio, in ogni caso, è che la sincronia artistica era presente da prima di cominciare a scrivere. È come se le idee che avevamo e abbiamo si sposino naturalmente e con uno sforzo relativamente limitato.

Annuncerete presto dei tour? Puntate alla scena italiana o più a quella europea?

Elisabetta: Dopo le numerose esperienze live con le rispettive band, siamo alla ricerca di contesti adatti in cui suonare (sia italiani che non).

Cristiano, non so se hai visto il Festival di Sanremo, ma comunque ne sarai venuto a conoscenza. Cosa hai pensato quando hai saputo del maestro Carlo Carcano salito sul palco dell’Ariston con la t-shirt dei Fleshgod Apocalypse?

Cristiano: ahhh si stupendo! Un amico mi ha scritto mentre stava accadendo e poi con gli altri (Fleshgod) ci siamo fatti un sacco di risate. Sono contentissimo ovviamente! Mi riempie di orgoglio sapere che il progetto musicale che considero come un figlio, in cui i membri della mia seconda famiglia ancora militano, sia piano piano riconosciuto come una delle eccellenze italiane, o anche solo vedere un direttore
d’orchestra in quel contesto e con quella maglietta, senza aggiungere altro. Non smetterò mai di dirlo: i Fleshgod Apocalypse sono e sempre saranno tra le cose migliori che ho vissuto e vivo.

Siccome noi di IMR siamo un po’ tanto dei cazzoni, se doveste promuovere il vostro album su una televendita in onda su Rete 4 a chi vi affidereste?

Cristiano: io mi affiderei al leggendario Corrado Guzzanti, con una descrizione della copertina, opera magistrale di un imperdibile StaccoLaNana.

Lascia un commento