Monica P: la musica come un unico insieme di colori

In occasione dell’uscita del suo terzo disco “Rosso Che Non Vedi”, Monica P ci parla di sentimenti, di colori e di profondi significati

La storia ormai è sempre la stessa: ogni settimana escono tonnellate di dischi nuovi e la musica, qualsiasi cosa succeda, va avanti, persa ogni giorno di più nelle mediocri forme in cui il grigiore quotidiano l’ha ormai plasmata e relegata. Rapsodicamente, appaiono però dei raggi di sole a squarciare le nubi dell’anonimato e del cattivo gusto, dei nuovi lavori che -come direbbe il vecchio Bangs- fanno ancora ascoltare e, soprattutto, sperare. Un esempio vivido e radioso di codeste scintille è Rosso Che Non Vedi, terzogenito di Monica P, che mi ha colpito (oserei dire accecato, per seguire la similitudine) per la lucidità nella composizione e per l’onestà intellettuale insita nel suo DNA, tanto da “costringermi” a scambiare con lei quattro doverose chiacchiere.


Come molti hanno notato, Rosso Che Non Vedi segna una svolta da un alternative rock di casa Pj Harvey verso un electro-pop più intimo e luminoso. Quali sono i retroscena di questa decisione?

Scrivere per me non tanto una decisione, quanto un’urgenza, una necessità. Le mie canzoni sono impregnate dei miei stati d’animo del momento, ed evidentemente mentre componevo questo disco il mio umore era più chiaro e luminoso di quello che avevo durante la produzione di Tutto Brucia, per esempio. Poi è chiaro, c’è il gusto personale, l’arrangiamento, i suoni. Ma la canzone già di per se’ fa molto e, ripeto, nel mio caso rispecchia le mie emozioni. Continuo ad amare l’alternative rock e le sonorità scure, così come quando ascoltavo molto Mark Lanegan e Tom Waits c’era un lato di me appassionato di Rolling Stones, Battiato e Daniele Silvestri – per dirne alcuni – ed era un lato solo momentaneamente accantonato. Ecco perché vivo la mia musica come un unico insieme di colori, non come il passaggio da un genere all’altro o la decisione di fare pezzi più o meno radiofonici. Insomma, anche in questo Rosso Che Non Vedi io mi sento me stessa, e questa è la cosa che mi importa. I brani questa volta sono più espliciti dei precedenti, più “chiari” nel sound e nel significato? Sì. Se questo mi rende più “accessibile” a chi mi ascolta, ben venga.

“Ho gli occhi rossi, il mento rosso, tutto rosso”, “Persino il fumo nero è rosso questa sera”, “Se ritorni bacia queste labbra rosse” sino al verso che intitola il disco, “Rosso che non vedi”. Insomma, il colore della passione ritorna spesso in questi tuoi nuovi testi. Ha un significato particolare? O è solo una coincidenza… cromatica?

E’ una domanda che mi fanno in molti. Mi piacerebbe che ognuno nei miei brani interpretasse il rosso a modo suo. Per me è un colore che non passa inosservato, è il colore di un’emozione forte che ti travolge. L’amore è rosso, la violenza pure, la vergogna anche. Il sangue lo è. Se prendi molta aria negli occhi ti arrossano, così come quando piangi. Se prendi molto freddo, ti si arrossa la pelle. Mettiamola così, in un significato apparentemente didascalico della cosa. Ma poi, come sempre nei miei testi, c’è un significato più profondo, più vissuto, dove puoi guardare come no, e lì il rosso diventa rivelazione, ha il potere di trasformarti, se glielo permetti. Il sapere reggere un’emozione, il decidere di andare oltre, di avere coraggio, di cambiare le cose o accettarle, di non rimanere nel bianco limbo dell’indifferenza.

Ho trovato particolarmente interessante la fusione di diverse atmosfere in Prendimi. Hai voglia di parlarmi maggiormente della sua genesi?

Grazie. Prendimi nasce come un pezzo molto etereo, quasi la dichiarazione di un modo di essere e il desiderio profondo di un’unione che non occluda, che lasci respirare nella sua essenza, senza privare. Nella strofa ho fatto fatica a trovare una ritmica che mi facesse sentire libera nel cantarlo, e ancora adesso faccio fatica quando lo canto live, perché intorno alle mie parole immagino il vuoto, un luogo senza spazio né tempo, come perso nell’etere, e mi dà fastidio l’idea di dover rispettare una ritmica. Nel ritornello invece tutto si concretizza e il ritmo si fa infatti più scandito.

Tuttofare con il suo ritmo cadenzato invece è estremamente e “tristemente” attuale, con la crisi, la disoccupazione, il caos generale e le contraddizioni che contraddistinguono questi giorni. Anche se, come suggerisce il chorus delicato, vi è comunque una forte positività, come se alla fine -nonostante tutto- fossero ben altre le cose che realmente contano nella vita. O sbaglio interpretazione?

Interpretazione perfetta. Nella frenesia assurda e a volte paradossale in cui viviamo c’è sempre una salvezza: il rendersi conto che quello che può farci stare bene siamo soltanto noi, il ritagliarci quello angolo di piccole cose che contano, quello spazio che nel mondo occidentale ormai crediamo di non avere, ma che se vogliamo è disponibile ed è solo nostro, intimo, romantico, rilassato, senza tempo.

Ricordo di averti visto per la prima volta anni fa per il rooftop concert a Torino in Piazza CLN, in stile Jefferson Airplane e Beatles. Molto rock. Dì la verità, ti sei sentita un po’ John Lennon, lassù?

Ah ah, c’eri! Sì, era stato molto divertente, il primo roof top concert mai fatto a Torino! Non l’avevamo annunciato volutamente, da lassù era stato bello vedere come la gente alzasse la testa per capire che diavolo stesse succedendo. C’è un video live sul web che lo ha immortalato, ogni tanto lo riguardo con piacere, perché la sensazione di libertà da lassù era stata eccezionale.

Leggo dal press kit che P. non è altro che il tuo cognome puntato. Devo ammettere che per qualche secondo ho temuto fosse un rimando al bestseller adolescenziale di Melissa P. (perdonami). Volevo chiederti: leggi molto? C’è qualche opera letteraria che ti ha ispirato nella tua carriera, in qualsiasi modo?

So che il nome Monica P per molti rimanda a quello di Melissa P e ti dirò sinceramente di non aver mai letto quel libro! Prima di pubblicare il mio primo disco, la decisione di non voler usare il mio cognome intero, ha avuto a che fare con l’idea di cantautorato che spesso i cognomi, specialmente quelli lunghi, mi danno. Mi sapeva di un mondo cantautorale di cui non mi sentivo parte, di cantautrice classica insomma, ma ti ripeto è sempre stata una mia personalissima sensazione. Così ho deciso che Monica P mi suonava bene, e quando mi hanno detto “ma guarda che ricorda Melissa P” me ne sono fregata. Tra l’altro il puntino accanto alla P mi sta particolarmente sulle palle, proprio perché per me Monica P è un nome compiuto, non l’abbreviazione di qualcos’altro, ma non posso pretendere che tutti sappiano questa cosa, quindi sbagliano in continuazione. Tornando alla tua domanda, sì, amo leggere, e in questo momento purtroppo sto leggendo molto meno di quanto vorrei, per mancanza di tempo. Al liceo e all’università mi sono formata con la letteratura italiana e straniera, da Blake e Wordsworth a Beaudelaire, da Rimbaud a Pascoli, ma adoravo anche la Filosofia. Difficile dirti cosa mi abbia maggiormente ispirata negli anni; i libri, così come i film, ci inviano degli input che assorbiamo inconsciamente e che escono prima o poi e chissà in che modo, filtrati dal nostro vissuto. “Senza un soldo a Parigi e Londra” (Orwell), “Mr Vertigo” (Paul Auster), “La solitudine dei numeri primi” (Giordano) sono alcuni che mi vengono in mente e mi hanno lasciato un segno, per i contenuti o per la loro scrittura.

Ho trovato molti riferimenti nelle tue canzoni, specie nel panorama italiano, dai Subsonica fino a tornare indietro ai cantautori di fine anni ‘70. Facendo ascoltare il tuo lavoro a diversi conoscenti, in moltissimi mi hanno però segnalato una somiglianza con Levante. Ciò ti dà fastidio o ti lusinga? 

Tu ci hai visto lungo mi sa, ma io – come tutti – troverò sempre chi mi dice “somigli a questo somigli a quello”, la gente ha bisogno di riferimenti, tutti abbiamo i nostri. Cosa ci sia di fondato nella similitudine tra me e Levante non saprei onestamente, forse solo l’aria apparentemente scanzonata della mia canzone Tuttofare che ha un sound allegro e potrebbe riportare allo stile di qualche suo brano? Non ne ho idea. Io arrivo da un altro mondo, e tutto sommato è quello che ho da dire che per me conta. Poi se il vestito sonoro di una canzone ricorda più i Subsonica e l’altro più qualcos’altro è anche normale che sia così, cosa non è ancora stato fatto in modo assoluto? Qualche rimando lo troveremo sempre, anche là dove originariamente non è stato voluto.

Nello specifico, invece, ricordo Levante moltissimi anni fa, eravamo insieme alla finale di un festival a Nichelino. E’ passato un secolo. Io poi ho viaggiato molto, le nostre strade non si sono mai incrociate, e sinceramente non ho mai ascoltato nulla di suo finché ho visto che la stavano lanciando, e ho pensato “figo, ce l’ha fatta”! Io sono tornata musicalmente alla carica nella mia città da pochissimo, dopo dischi altrove, viaggi, esperienze e lavori paralleli, un figlio. Può essere che nel frattempo mi sia persa dei pezzi, e comunque vedere persone che conosco che finalmente hanno la visibilità che cercavano mi rende felice per loro e mi fa riflettere sulle modalità della cosa, visto che normalmente chi fa da se’ in abito musicale purtroppo non fa per tre!

Poi anche lei è di Torino. Qui finiamo in piena concorrenza. Non è che ti vediamo a X Factor nei prossimi anni, vero? A proposito, tu accetteresti mai un qualsiasi ruolo all’interno di un talent show musicale?

Mi fai domande per le quali non mi basterebbero due ore a rispondere. X Factor e i talent show sono un mondo che non mi appartiene, ma voglio dire, quel mondo non apparteneva nemmeno a Morgan o Manuel Agnelli, che ho sempre stimato molto e stimo tutt’ora. Ci sono momenti storici in cui al posto di fare gli snob bisogna guardare in faccia la realtà. Puoi fare il figo e l’indipendente quanto vuoi, ma se per farti conoscere da una grande fetta di pubblico che ti apprezzerebbe ma non sa che esiti devi mettere la faccia in televisione, alla fine se non sei un pazzo la metti. Ma dipende da come lo fai: parola d’ordine per me è “dignità”, essere coerenti con se stessi, non sputtanarsi solo perché il mercato vuole che tu faccia il belloccio in televisione, tenere quindi le proprie idee e la propria personalità in qualsiasi contesto.

Giusto per chiudere: oltre alla musica, ti interessi di cinema? Hai dei film preferiti? La clinica psichiatrica nel video di Come Un Cane con Hugo Race sembrerebbe suggerire il genere horror.

Non sono mai riuscita a guardare un film horror senza tremare di paura. Mi piacciono film come A beautiful Mind, Matrix, Fight Club, Genio Ribelle. La clinica psichiatrica del mio videoclip con Hugo Race ci stava, su quel brano. Era più dark che horror, dai 😉 Un’ambientazione più alla Lullaby dei Cure, se proprio dobbiamo trovare dei riferimenti.


ABBIAMO PARLATO CON…

Monica P

Discografia
A Volte Capita (2010)
Tutto Brucia (2014)
Rosso Che Non Vedi (2017)

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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
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