The Last Project, osservatori interni di uno spettacolo universale

Quattro chiacchiere con i The Last Project, in occasione del recente ritorno sulle scene con “Pyrotechnic”.

 

Un lustro è passato dall’esordio con “Futurephobia” ed infine è giunto il momento per il rimpatrio nel mercato discografico dei The Last Project, quartetto pavese formato da Francesco Quaranta (voce e tastiere), Carlo Cazzani (chitarra e voce), Marco Saracino (basso), Francesco Capacchione (batteria e voce). Per il secondogenito in carriera “Pyrotechnic” la via scelta è quella dello sperimentalismo più elettronico che, inserendo tra i muri classici del pop-rock un orientamento romanticamente new wave, riallaccia i nuovi intenti della band ad un discorso mai completamente conclusosi nelle terre (ormai extra-comunitarie) oltre Manica, senza ricorrere necessariamente agli strumenti troppe volte abusati della nostalgia. Il risultato è un viaggio ponderato nelle sue profondità che, attraverso la forte coesione dei brani, finisce per far traslare lo sguardo dell’introspezione interna sui binari più ampi di una dimensione collettiva, praticamente universale.

Scopriamo dunque, insieme al batterista Francesco Capacchione, la genesi e i retroscena di questo nuovo lavoro.

The Last Project – Pyrotechnic
New Wave
Autoproduzione, 2016
Italia


Per rompere il ghiaccio: perché The Last Project? C’è un significato dietro?
The Last Project è un nome nato sotto la doccia. Significa “il progetto che deve funzionare per forza”. È per questo motivo che un progetto nasce, per riuscir bene.

Fai finta che io non abbia ancora ascoltato il vostro nuovo disco: come me lo descrivereste, se mi voleste invogliare ad acquistarlo a scatola chiusa? E soprattutto voi come vi definireste senza usare le solite, banali e abusate etichette?
La nostra intenzione è stata quella di portare un po’ di sonorità brit in Italia, siamo partiti da ciò che ci piace piuttosto che da cosa va di moda. Non siamo gli unici (i The Circle hanno fatto un disco eccezionale), anche se abbiamo cercato di staccarci un po’ dalle solite formule. Il disco parla di noi, ma come osservatori interni di uno spettacolo universale. A livello musicale è la nostra sintesi più energica e “da palco”.

“Pyrotechnic” ha indubbiamente un chiaro gusto inglese, con questo particolare mix di new wave e pop-rock. C’è qualche gruppo o artista in particolare a cui vi siete ispirati in particolare per la realizzazione dell’album? Qualche influenza extra-musicale?
Siamo 4 ragazzi cresciuti con “First Impression of Earth” e “Because Of The Times” (per dirne due), siamo nati nel periodo (2009) del pop rock a cavallo dell’Atlantico, quindi ti direi banalmente Kasabian, The Strokes e Kol. Ma in realtà si apprende e si “ruba” da tutto, dal rap di Notorius BIG alla dance pop anni 80 degli ABBA.

È anche chiaro il maggiore apporto della componente elettronica rispetto al vostro album di debutto, “Futurephobia”. Immagino sia una scelta precisa. Quali sono i motivi che vi hanno spinto in questa direzione?
Con la strumentazione giusta puoi arrivare facilmente a quello che senti tuo, l’aggiunta elettronica ci ha aiutato a crescere ed esplorare sfumature nuove che di certo continueremo a indagare.
Fa piacere che tu abbia ascoltato “Futurephobia”.

La genesi del nuovo disco non è stata proprio brevissima – 5 anni dal primo lavoro. Cosa è successo nel mentre? Infinite prove per trovare le idee giuste? O semplicemente avete avuto altri impegni lontani dagli studi di registrazione?
Un po’ tutte e due. Dopo “Futurephobia” non eravamo arrivati dove volevamo. Abbiamo voluto fare un disco più maturo e più ponderato. Allora ci siamo chiusi in sala, abbiamo scritto infinità di pezzi, abbiamo trovato un produttore adeguato che ci ha capiti e da lì, via.

A proposito, qualche anno fa ho avuto modo di apprezzare la vostra reinterpretazione di “Miss You” dei Rolling Stones, in quel cd tributo – per i cinquant’anni delle pietre rotolanti, se non erro – in cui ci sono alcune cover molto “azzardate”, passatemi il termine. Potete dirmi come siete stati inclusi in questo progetto?
Il progetto cui fa parte “Miss You” è stato ideato dal collettivo Martinè Records cui fa parte anche Spaziomusica e altri fonici e musicisti tutti pavesi. Quando William (proprietario di Spaziomusica) ci ha chiamati per reiterpretrare un pezzo degli Stones, puoi ben capire che l’emozione è stata forte e lì abbiamo iniziato a capire che qualcuno iniziava a considerarci e a puntare su di noi, abbiamo accettato senza nemmeno consultarci tutti. Bella esperienza, speriamo di rifarne altre.

“Universal View”, oltre a essere il singolo apripista, mi pare essere la composizione più pregna di significato. Cosa volete comunicare attraverso di essa?
In poche parole un’esortazione a guardarsi attorno, una domanda rivolta a chi pensa spesso solo a sé. L’egoismo 2.0 è il commentare il mondo dal proprio pc senza agire davvero o nemmeno provare a immedesimarsi nell’altro. Ma sei così preoccupato di te stesso, allora abbiamo davvero bisogno di starti a sentire?

L’ambiente che si percepisce dall’ascolto della tracklist movimentata è freneticamente urbano, oserei dire cittadino. La copertina invece ritrae un sereno falò in spiaggia tra amici. È una contrapposizione voluta?
La copertina è di Federico Arcangeli e rappresenta una pausa, più che un’opposizione alla frenesia urbana. Il disco parla di una realtà metropolitana disarmante, ma senza subirla: invita a sedersi in spiaggia per celebrare quel po’ di vita che si riesce a ritagliarsi.

Personalmente, ho trovato molto interessante “We Are Clones”. Qual è invece il brano in scaletta di cui vi sentite più orgogliosi?
Qui potremmo aprire un dibattito con colt e revolver armate!
Ognuno di noi ha un pezzo preferito, Francesco (il cantante) preferisce “Denzel Hayes”, io “Wine or Vanity”, Carlo (alla chitarra) “We Are Clones”, Marco (al basso) “Promise”. Ma credo che questo sia il bello, vuol dire che ognuno di noi ha un parere e un punto di vista differente.

Abbiamo passato ormai da qualche settimana il momento propizio. Ma… propositi per il 2017?
Finalmente la domanda da un milione di dollari, intanto continueremo con i live cercando di portare “Pyrotechinc” ancora in giro (il 12 febbraio apriremo gli Ex-Otago a Spaziomusica Pavia). Ma nel frattempo stiamo lavorando ad un nuovo progetto, vogliamo dare una scossa seria, crediamo sia arrivato il momento. Per ora non posso dire nient’altro ma sorprenderemo tutti, di questo ne siamo sicuri. Ci saranno alcuni seri cambiamenti.


ABBIAMO PARLATO CON…

Francesco Quaranta (voce, tastiere)
Carlo Cazzani (chitarra, voce)
Marco Saracino (basso)
Francesco Capacchione (batteria)

The Last Project since 2009
Discografia:

“Feelin’ Good In Your Shoes” EP 2010
“Futurephobia” 2011
“Pyrotechnic” 2016

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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