Apolide, Day 1: La botta

apolide in media rex

Resoconto poco limpido dei primi lampanti motivi della bontà del #prendiferie.

Ore 9.00. Sveglia. Nessun ricordo. Il primo giorno con la sua poesia da sogno di mezza estate è già passato. Apolide risorge attorno a me dalle ceneri della nottata d’esordio, mentre tento di ricordare cosa sia successo ieri. Non ho preso droghe o alcolici (troppo) forti, i giramenti di testa per i Coldplay sparati a tutto volume in piazza dall’Appendino coi droni li ho ormai smaltiti da qualche giorno (non di più, non è stata facile); ero lucidissimo, insomma.

Eppure la mia mente è oggi una tabula rasa, spick-and-span, linda e pinta. Vai a capire. Per fortuna c’era e c’è ancora oggi Marco affianco a me, a supportarmi, sopportarmi e ora a narrarmi di ciò che è stato, dinnanzi alla mia espressione spaesata. Del resto, lui è la persona giusta per questo ingrato compito. Marco, la roccia. Marco, il veterano. Lui, che c’era già ai tempi delle divinità crudeli e meschine, quando Apolide si spogliava delle sue vesti ARFF alpettesi e si stabiliva nella nuova casa di Vialfrè, per assestarsi definitivamente sulla formula attuale di tre giorni di musica immersi nell’area naturalistica di Pianezze, a quattro passi da Torino. Marco ha il fisico da gin tonic, quello temprato da lustri di festival e di camping selvaggio ivi connesso.

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Ciao Marco. Grazie Marco. Memoria storica. Letteralmente.

“C’era un macello. Certo, nulla in confronto a quello che sarà oggi e domani. Ma comunque un macello. E un caldo micidiale.” In effetti, c’è un clima da coltivazione di banane mentre parliamo, persino ora che scrivo, graziato da qualche nuvolone dai tratti meravigliosamente minacciosi che tra stasera e domani chiamerà molto probabilmente a raccolta i veri uomini, facendo per il resto una scrematura alla Darwin. “È stata una bellissima giornata”, aggiunge, come a voler sottolineare la valenza positiva del suo sincero incipit. “Yosh Whale bravi ragazzi, campani, unire elettronica, R’n’B e soul non è poca roba. Technoir, Nigeria, Grecia e Italia in un colpo solo, lei bravissima, ballavano tutti. E poi i Ministri, che te lo dico a fare!”

I Ministri, ecco che diavolo mi è successo. La botta dei Ministri, nulla di più. Una botta in piena faccia, corposa, diretta, senza mezze misure. È stata più forte del previsto. Sì, deve essere stata quella, non c’è altra possibilità. I ricordi riaffiorano surfando sulle parole di Marco, a conferma che non è Alzheimer, il mio, ma un semplice e diretto trauma da chitarra distorta – uno che Novoselic e bassi sulla capoccia levatevi proprio.

Tutto è di nuovo chiaro. La nuova “Tra Le Vite Degli Altri”, l’ormai classica “Vestirsi Male”, “Spingere” che sarà ormai in costante tendenza sui social grazie agli hashtag ignorantelli di Lacerenza, il trio Divi-Dragogna-Esposito a tutta birra, gli stage diving, l’attitudine pienamente rock che solo la dimensione live può far assaporare appieno: il mio povero cervelletto è rimasto del tutto traumatizzato, proprio partito. Memoria a breve termine andata, stile Men In Black. Non avendo mai incrociato per diverse ragioni la loro strada, avevo sentito soltanto parlare (bene) di questi ragazzi milanesi, da amici romani soprattutto, ma comunque non mi aspettavo un effetto del genere. La prima volta sul Main Stage di Apolide, in promozione di Fidatevi, sesto album in carriera pubblicato in marzo, è stato invece caldissimo. Fidatevi, appunto.

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Sì, tutto ora torna, mi risovvien l’eterno, persino Joan Thiele in apertura prima di loro, figa come tutte le artiste che iniziano con la J: Joan Baez, Joan As A Police Woman, Joan Jett… Dio mio, meglio fermarci qui. A Marco non ha fatto impazzire. A riprova che anche i migliori hanno dei difetti. Io ne sono rimasto (stranamente, dato il mio lato musicale insopportabilmente snob) colpito: nome d’arte esotico, viso latino, globetrotter italiana -di nome Alessandra- che canta in inglese e viaggia su un pullmino anni ’50 targato Red Bull e con impresso il suo nome (hai capito), stessa mia età (1991), che ho conosciuto grazie alla cover di Drake Hotline Bling. In poche parole, onesta, come si dice in gergo torinese.

Che dire, l’anima dura dei Ministri, unita alla morbidezza dai tratti déjà vu della Joan, ben riassume l’incadescente atmosfera di partenza di Apolide, che in questa Quindicesima edizione si è lanciato in quarta.

Bene, ho recuperato tutto. Grazie, Marco. Grazie Apolide. Mi preparo per la nuova serata che si preannuncia nuovamente adrenalinica. Stasera la creme degli ospiti internescional. Ma prima un pisolino di riflessione musicale, rigenerativo. Scelgo di nuovo la bella Alessandra come accompagnamento in cuffia, come una piacevolemente alternativa ninna nanna. Nella fase REM lo spietato shuffle mi sparerà a tradimento ancora I Ministri. Ore 12. Sveglia. Nessun ricordo.

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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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