Apolide, Day 2: Giorni di amore, tempesta e rock n’roll

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Resoconto della seconda giornata, fatto di tuoni, fulmini e del vero spirito rock n’ roll.

Fu quando vidi sbarrarsi gli occhi di Alice Merton dinnanzi ad un fulmine che (a lei) pareva a momenti giungere sul palco di Apolide e sparire di corsa off stage che mi ricordai di uno dei concerti più genuini e sventurati a cui mi sia capitato di assistere in questa giostra schizofrenica che chiamiamo vita. Quelle lampeggianti gemme di pallido blu azzurro, tenui come quelli di cui mi raccontava ai tempi Lou Reed, disseppellirono dal mio subconscio il mitico (oserei dire, mitologico) Gods Of Metal 2007, i cui highlight furono Scorpions (in apertura di Velvet Revolver e Mötley Crüe, eresia) e pioggia torrenziale a secchiate. Lo conservo ancora nei ricordi magistrali della mia adolescenza per la morale tanto elementare quanto potente che racchiude, suscettibile di applicazione in ogni ambito della nostra esistenza: lo spirito rock n’roll prevale sempre. Pare una cazzata – lo so: poche ore fa ero il primo a ridere assieme ad un caro amico fotografo degli pseudo-giornalisti pagliacci che abusano di termini astratti quali “attitudine punk” e affini. Eppure, è così: lo spirito rock n’roll prevale sempre. Così come dominava gloriosamente durante il terribile nubifragio di undici anni fa sulle onde dei cori pelle d’oca di Rock You Like A Hurricane guidati da Meine, si è imposto in modo eroico anche ieri sera, saltando e ballando assieme all’uragano Merton, nonostante il meteo a dir poco avverso.

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No Roots: comunanze apolidi tra artista e festival

Apolide pareva il Titanic, in tutti i sensi. Tutto salta, il monsone (uno che Tokio Hotel, levatevi proprio) che si abbatte da fine pomeriggio -dopo una giornata paradossalmente di caldo africano, con amore nell’aria, yoga al mattino e funamboli al pomeriggio- causa l’annullamento dei primi concerti in scaletta, M¥SS KETA compresa, che stando ai soundcheck era la celebrità più venerata della serata (vai a capire). L’unica a salvarsi è la Merton, main event anticipato di un’ora in scaletta per sfruttare il raro momento di pace climatica, che sarà interrotto e poi ripreso, sotto un costante acquazzone (ora ci arriviamo). La corrente se ne va, il fango si moltiplica, l’acqua scende come una gara di squirting tra le dee dell’Olimpo. Ma è proprio in quel momento che si fanno avanti i veri eroi, alcuni addirittura con stivali da pescatore e maschera da sub, altri scalzi e vestiti del semplice sorriso duro a morire e di una birra annacquata, tutti a premere sotto il palco, a caricare e a caricarsi. Gente di Apolide, in pratica, gente che non si fa abbattere. Questo è lo spirito rock n’ roll, quello di cui vi sto cercando di parlare, quello che prevale, nonostante tutti gli ostacoli. È sentire gridare “Entusiasmo!” (cit.) appena la pioggia cala di intensità, è intonare in coro a squarciagola Pappalardo e Battisti per scaldarsi a vicenda alle transenne, seguiti da delle ignorantissime sigle di cartoni animati. E’ vedere Andrea, l’organizzatore dell’intera baracca, passare tra la folla fradicia, strizzarmi l’occhio e, riferendosi alla lunga chiacchierata avuta nel pomeriggio (se leggi, ti ringrazio per l’onestà e la trasparenza, Andre), dirmi: “È il karma probabilmente, ma chi se ne frega”. È far festa sempre e comunque. E i fulmini muti.

Lo spirito rock n’roll, lo ripeto ancora una volta, prevale sempre. Quasi quanto l’amore (quello alle volte va a farsi benedire). Come quello che provo, intenso e sanguigno, per la dolce e piccola (di statura, eh; è grandicella, tranquilli, 24 anni ce li ha tutti, non chiamate la polizia) cantante tedesca, l’unica a esibirsi in serata. Tutto sommato, ero qui soprattutto per lei. Bene così.
La prima volta che mi innamorai di Alice Merton fu quando cliccai sulla sua pagina Spotify, spinto da un algoritmo stranamente generoso e in buona fede, diversi mesi fa. Sotto il suo splendido EP, è locata tra le righe infatti una colorata playlist, tale Ispirantions of Alice Merton, 26 tracce, 1 ora e 34 di piacevoli chicche, non a livello di Rob Gordon ma con modeste soddisfazioni variegate al suo interno (Dio benedica chi si ricorda di We Built This City senza passare da quella cafonata di Rock of Ages con Tom Cruise). Cotta smodata ma finì per passarmi nei giorni successivi, eutanasizzata dal pensiero razionale che le mie illusioni amorose con ogni probabilità fossero rivolte in realtà ad un impiegato con cravattina e camicia a maniche corte dietro a un pc, sudato, peloso, magari pelato, svogliato e con la scabbia, ben distante dal mio ideale di attrattiva.
La seconda fu la definitiva. Inutile dirlo, fu quando la vidi sul palco di Apolide, in questa notte bagnatissima (fate poco gli spiritosi).

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Alice Merton – Foto di Andrea Bracco

Alice firma un’impeccabile performance, nonostante la temporanea fuga rocambolesca per allarme fulmini, di cui si diceva in apertura. “Safety first, sorry guys, here we go again“, si riprende. Tutte presenti in scaletta le canzoni dell’Ep sbancatutto No Roots (“Hit The Ground Running” in apertura e il singolone omonimo in chiusura, gli apici), più delle squisite composizioni che certamente saranno presenti sul disco di esordio presto (credo) in arrivo, tra cui brillano “Holes” dedicata alle label che la snobbavano, “Make You Mine” (di una bellezza disarmante) che fa saltare tutti al grido “jump!” manco fosse Diamond Dave coi Van Halen e “I Don’t Hold A Grudge”, con la presentazione dell’intera band in suo supporto. Il momento topico se lo prende comunque senza riserve “Lash Out”, carichissima.
Alice, questa Florence Welch in miniatura, si dimena costantemente, canta con voce potente, dialoga in italiano con le uniche parole che conosce in italiano (“Grazie mille”, “Certo”, “Allora”). Sotto il palco l’inferno, un tripudio di sudore e corpi bagnati che si muovono a ritmo tribale, noncuranti delle secchiate d’acqua su di loro. Il pubblico pare confondersi, visto da lassù, come un unico corpo umano con maglietta multicolore. Tutti sporchi, infangati. Ma contenti, divertiti. Del resto, come diceva Bianco (che si esibirà stasera) in Felice, ogni tanto far schifo fa bene. E, in effetti, fa felice. Io sono felice. Attorno a me sono felici, o quanto meno paiono tali. Missione compiuta. Poco importa se la serata finisce senza dj set, con la gente che scappa verso le macchine, per dormirci dentro anziché in tenda o per tornare a casa e poi rientrare il giorno dopo.

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Alice Merton – Foto di Andrea Bracco

Insomma, il sunto della seconda giornata è che dopo la prima botta, Apolide tiene botta, nonostante le intemperie e la sfortuna. Oggi si va avanti. Samuel è già arrivato. Il sole c’è. Procediamo. Perché, del resto, come si diceva nei gloriosi anni ’80… that’s rock n’roll, shit happens. Ma che ce ne fotte.

Leggi anche: Apolide, Day 1: la botta
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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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