Apolide, Day 3 (e 4): fuochi d’artificio e drammi d’amore

apolide

L’aftermath della tempesta e tutto il notevole contorno al main event di Samuel

Fulvia è vestita come la tenda. Fulvia non si trova. Fulvia forse non si troverà mai.

Tornerò presto a questo pozzo senza fondo di tristezza contestualizzando meglio location e accadimenti dei miei ultimi giorni. Non #prendoferie perché sono stati sabato e domenica, e vado a buttarmi nella verde magnificenza della Riserva Naturale Valle di Pianezza per la mia prima esperienza Apolide. Do il cambio al mio collega che aveva fatto da reporter per le due precedenti sere, provato da queste giornate da Lester Bangs di fulmini, musica e femmine. Finisco a sentire parte del concerto dell’headliner sotto una coperta termica, in una disonorevole camporella nella tenda della croce rossa.

Ma procediamo per gradi.

Vialfrè, sabato, pomeriggio: la preoccupazione della sera precedente sembra essersi dissipata mentre il fango va lentamente asciugandosi e il cielo si mantiene clemente, pur lanciando qualche goccia ogni tanto come a ricordare la sua assoluta legittimità a rompere il cazzo. L’Apolide è comunque un conciliabolo di gente ancor più felice e fresca di come mi aspettavo, che risponde con diti medi ai nuvoloni e semplicemente se ne fotte.

È appunto tra costumi di dinosauri e gente in accappatoio sotto la pioggia che mi appropinquo sottopalco per i C+C=Maxigross, insieme a un carissimo sodale venuto per fare il critico esigente senza per questo rinunciare a imboscarsi un vodka lemon in bottiglietta d’acqua Levissima come il peggiore dei buzzurri. È appena entrato in tenuta da festival, lui: si è tolto la camicia a fiori a maniche corte per metterne una arancione a maniche lunghe. Sentendoli iniziare gli dico che mi sembrano cantare Battisti su una base insistita, molto indie, un po’ post a tratti – forse saranno anche i riverberi del nerissimo capannone. Tirano fuori un godibile show di filastrocche cantate da dietro la batteria, flauti traversi, scambi quasi aleatori dei membri della band agli strumenti e delle voci dietro i microfoni. Antistatisticamente funziona tutto alla perfezione. Poi mi regalano il privilegio di avere ragione: Abbracciali, abbracciala, abbracciati in chiusura, cantata con eleganza, riarrangiata con coraggio.

Bianco sul Main Stage di Apolide.

Passata una capata a un palco secondario dove si spande uno psych rock da singola nota che sono troppo lucido per “sentire” fino in fondo, il main stage si ripopola di astanti grazie a un’altra gloria indie locale, il bianchissimo Bianco che porta la sua già lunga carriera grazie a una formazione rock molto powerful (il chitarrista ha la bandana alla Springsteen). È lui che comincia a scaldare il popolo di Vialfrè mentre la luce naturale va via e gli alberi cominciano ad illuminarsi di APOLIDE, portando anche una donna sul palco a interpretare il ruolo di Levante. Al termine del suo show vedo gente arrampicarsi disordinatamente verso un palchetto giustamente periferico e mosso a curiosità li seguo: mi trovo innanzi a un dj set dall’ignoranza crassa, esagerata, plebiscitaria, che tocca tanto il raggaeton quanto I’ll Fly With You. Contagiato dalla goliardia cerco di intercettare il dj mostrandogli sul mio smartphone un messaggio da leggere a voce alta per insultare un altro mio sodale, gongolando fra me e me per questa tentata impresa da quattordicenne. Il dj mi sgama, mi restituisce lo smartphone, dove ha sostituito la nota testuale da me scritta con un perentorio ed elegante “Suca”. Apoteosi. Nel frattempo sul palco già illuminato suona Dan Owen, papabile pallone d’oro della disciplina “Ciao Ed Sheeran, guarda che hai fatto”. Sbatte il plettro con energia estrema sulla chitarra mentre calpesta un aggeggio digitale che gli fa da grancassa. Interpreta The Ballad Of Hollis Brown del caro vecchio non-nobel Bob Dylan con una prestanza vocale quasi da grunger, tirando poi fuori anche l’armonica per una conclusione inaspettatamente energica.

Dan Owen, vero bomber come tutti i suoi omonimi calcistici.

È mezzanotte inoltrata quando entra infine l’headliner della serata, quel Samuel giunto al secondo album della sua estremamente redditizia parentesi solista. Parti del concerto, però, me le raccontano: mi raccontano di un’intesa mostruosa sul palco, di un nugolo di ospiti che impreziosiscono notevolmente la performance elettro-rock dell’istrionico frontman – dallo storico basso dei Linea 77 al ritorno di Bianco per un notevole pezzo a due microfoni. Me le raccontano perché nel frattempo, come da introduzione, faccio una visita causa inatteso attacco di emicrania al pronto soccorso mobile, dove la solerte Croce Rossa mette in dubbio la mia professionalità prendendomi per un cretino sbronzo marcio, e la mia meno solerte donna dimentica di procurarmi una nuova foto profilo, da avvolto in una coperta termica e riverso su una brandina da campeggio. Mi salva il paracetamolo, quello del Duomo, quello per le tonsille. Mi misurano la pressione e non ce l’ho a 1000 ma solo a 140. Mi va comunque bene, perché l’ex Subsonica trova da qualche parte l’energia per andare avanti per più di due ore, manco fosse un concerto dei King Crimson. Quando si sono fatte quasi le due e mezza vanno via tutte le luci, penso di essere morto ma in realtà è la sorpresona apolide: una gloriosa coreografia di fuochi d’artificio ad accompagnare la finta uscita e il consequenziale encore. Alla faccia dei droni eco-friendly della sindaca. La notte cala sulle note dei Digitalism, pregevole duo belga che mette in scena un set potentissimo per un pubblico ancora incredibilmente carico, che vede premiata la stoicità con una chiusura alle 5 del mattino affidata a ripescaggi di Jet e di Iggy Pop.

“Boom!” (cit.)

La notte, però, continua ad essere giovane: giovani vecchi si sperdono per l’area campeggio rinnovando una tradizione vivente dal lontano 2009, quando pare che qualcuno, chiamato Piero, si perse per i boschi in un festival nella stessa location. Cerco di dormire come un povero stronzo mentre coraggiosi battistrada continuano a chiamarsi da un lato all’altro dell’area naturalistica, dando voce a un disperato richiamo, “PIEROOOOO“, che forse non avrà mai risposta.

E non è il solo ad essere scomparso. Dicevo in apertura: Fulvia. Mi sveglio con i reiterati lamenti di qualcuno alle mie spalle. Dice di avere incontrato una ragazza durante la notte: si chiama Fulvia. Fulvia era una bella ragazza. Era vestita come la tenda, ci aveva fatto caso per questo. Gli chiedono se in realtà avesse flirtato con la tenda ma no: Fulvia esiste. Fulvia esiste eccome. Gli ha dato il numero di telefono, gli ha anche detto che non solo gli ha dato il numero, ma vuole anche essere chiamata. Per davvero. Era simpatica, Fulvia. Il tizio però poi ha perso il telefono. E ha perso Fulvia.

Con la sigla di Chi L’Ha Visto? che continua a risuonarmi nella testa (sempre meglio di quella schifezza di Stormi di Iosonouncane che filodiffondono in mattinata) affronto la caldissima domenica Apolide. Il clima è rilassato, una allegra scampagnata di un buon quantitativo di teste forse incapaci di accumulare tutte insieme una quindicina di ore di sonno. Sotto il sole di mezzogiorno faccio due palleggi suicidi con un pallone giallo lì presente, con uno sconosciuto fuori forma (che si dimostra ultratecnico e mi umilia in stile Ronaldo il Fenomeno con gli amici in spiaggia) e mangiando una pizza made in Cuorgnè che il fedelissimo Marco del primo giorno (ancora lui!!!, urlerebbe Piccinini) scrocca con mestiere fingendosi un altro Marco che aveva fatto una precedente ordinazione similare.

Sfocate apparizioni di colleghi nella notte.

Sul Boobs Stage intorno all’ora di pranzo ci sono gli Heart of Snake, piegati sulle chitarre a emettere suoni interminabili che ben si sposano con la generale mancanza di forze e fiato. Le chitarre sono tanto scordate da far pensare che gli si siano liquefatte le chiavi (e ci starebbe), le canzoni non si capisce dove inizino e dove finiscono: a un certo punto stanno suonando di nuovo, a un certo punto hanno finito, a un certo punto se ne sono proprio andati. Psichedelia che rimane tutto sommato un leit-motiv costante per le esibizioni del festival che prevedono l’utilizzo di chitarre: sul main, in occhiali da sole e costume da bagno, i locali Indianizer sfoderano il loro melting pot (o pop, come direbbe Bargiggia in overdose di sovranismo) di percussioni da world music, chitarre ammantate di echi e vocals a metà tra il krautrock e la dichiarazione di guerra da parte di una popolazione aliena. Si prendono svariate ovazioni, come le prendono anche in chiusura di festival Dj Gruff e Gianluca Petrella, con un dj set che strizza l’occhio al free jazz grazie a un accompagnamento live di sassofono.

Levo letteralmente le tende (una delle quali ricoperta di patatine grigliate da un simpatico sconosciuto burlone) insieme a gente sciamante visibilmente soddisfatta, dedita a bruciare le ultime energie e speranze chiamando ancora Piero. Lascio Apolide con una gran botta di quello spirito rock’n’roll di cui mi avevano parlato e riguardo il quale ero invero vagamente scettico, che non si trova necessariamente (o esclusivamente) nella ruvidità dei suoni ma nell’attitudine di chi continua a saltare in mezzo al fango e nell’aftermath di una tempesta, di chi ha la voglia e l’elasticità di passare in scioltezza da elegante indie rock a set di musica dance di una tamarraggine once in a life time. Lascio Apolide con forse due chili in meno, 1000 mg di paracetamolo in più, svariata roba da aggiungere al mio portfolio musicale indie, l’intento irremovibile di presentarmi all’edizione 2019 direttamente dai nastri di partenza.

Ma soprattutto, lascio Apolide con un appello: Fulvia, chiunque tu sia, qualunque siano i tuoi abiti che assomigliano ai colori di una tenda. Palesati. C’è una persona che ti sta aspettando, che era triste per aver perso il tuo numero prima ancora che per aver perso il suo telefonino. Se conoscete Fulvia, palesatela. Uniamo i nostri cuori e diventiamo maglie di una catena umana che abbia Fulvia come ultimo anello. Piero è andato, ma Fulvia no. Care lettrici, cari lettori, abbiamo un amore da far nascere.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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