Arcane Roots a Torino: questioni di misurazioni

arcane roots torinoLive Report dell’unica (caldissima) data italiana allo Spazio 211.

Mi perdo i primi cinque minuti (corrispondenti all’opener Off The Floor, a giudicare dagli echi che sopraggiungono) degli Arcane Roots per fumare una sigaretta al sapor di birra allungata dalla pioggia con Zach, il bassista turnista di Grumble Bee (ossia Jack Bennett) che ha appena finito di scaldare il manipolo di ragazzi giunti allo Spazio 211 di Torino sfidando le intemperie e il mare di fango del Parco Sempione. Ne vale la pena, perché il ragazzo dal ricciolo molesto è decisamente interessante e risulterà di essenziale importanza nella summa della bollente serata (sia per la potenza di suono, che per il clima tropicale da coltivazione di banane del locale). Con accento delle Midlands mi dice infatti che Torino -specie la periferia- è la copia carbone di qualsiasi città inglese, con giusto qualche italiano in più, e che suonare qui in Italia in fondo è la stessa cosa: Svizzera, Germania, Inghilterra, Burkina Faso, cambia solo il modo in cui viene misurato il pubblico presente in sala. Davanti alla mia espressione interrogativa, cerca di spiegarmi meglio: gli Arcane Roots, a suo modo di dire, sono dei maestri in questo. Se presterò un minimo di attenzione al concerto dentro, di certo capirò cosa intende, aggiunge, come se mi avesse appena rivelato un nuovo segreto della madonna (di Fátima, non era una bestemmia).

Ma in effetti, spostatomi all’interno, dopo neanche un paio di canzoni serrate senza neanche una parola di presentazione (arriveranno soltanto dopo, in occasione di una inedita Landslide), vedo davvero la Madonna e (quantomeno) capisco meglio le parole di Zach: è come se il cantante/chitarrista/veterano del trio Andrew Groves ci squadrasse nel buio, alternandosi alla tastiera, come se stesse pesando le nostre prime reazioni alla sua estensione vocale (impressionante, più lunga della sua barba). Come se ci stesse misurando, appunto. Sta attendendo qualcosa. Ci studia ancora, durante la doppietta Leaving e Triptych. Poi, il degenero. Appena sente l’odore del sangue, col crescere del ritmo, fa quasi un segno ad Adam Burton e Jack Wrench dietro di lui -rispettivamente bassista e batterista (stima per la base ritmica, impeccabile)-, e morde alla giugulare. “Crawling back into my shell, I’m running”, parte il singolone Indigo, il pavimento letteralmente trema col pogo che si fomenta su You Are, mentre i più timidi e qualche genitore venuto ad accompagnare i giovanissimi presenti osservano (semi)orgogliosi. Da quel momento la setlist (in grandissima parte composta da estratti del terzo album in promozione, “Melancholia Hymns”) sale in continuo e bilanciato crescendo, con un picco massimo durante la botta di Curtains e, successivamente, con la chiusura e annessi ringraziamenti di Half The World.

arcane roots torino

In fin dei conti, la benedetta storia della misurazione è una questione terra terra – basilare, oserei dire-, che sta semplicemente nel sapere quando spingere e quando rifiatare, come se fossimo a teatro, con i diversi atti e le pause sigaretta. Roba scontata, potreste pensare. Ma mica tanto, fidatevi. C’è chi lo sa fare. E c’è chi assolutamente no. Gli Arcane Roots sono indubbiamente eccellenti sotto questo punto di vista: gestiscono il loro show martellando a giusto ritmo, e l’ora e quaranta di pura potenza passa velocemente, tra sudore e stoccate intense. Risultato: una botta che ti fa tornare a casa con le orecchie che fischiano, “but in a good way” (come ebbe a dire il buon Zach). E, barcollante e saziato come tutti, me ne torno per la mia via di casa. Unica tappa agli orinatoi al neon blu, per la cerimonia finale, dove mi ritrovo spalla a spalla con il suddetto Jack Bennett, che di certo non ha gradito la mia scelta di glissare e non comprare la sua maglietta (vesto solo linguacce stonesiana, che vi devo dire). Avviene un’altra misurazione involontaria. Ma di questo magari ve ne parlo in privato.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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