Converge e Corrosion of Conformity, rabbia ed esplosività a Roma

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Un live adrenalinico, fulmineo. Veloce e in dolore.

Che strana sensazione entrare all’Orion di Ciampino e vederlo semivuoto, nessuna fila all’ingresso, nessuna fila al seppur interessante stand del merchandising (con tanto di effetti usati sul palco da Kurt Ballou dei Converge, in vendita) e ordinare una birra in attesa del concerto non richiede che una manciata di secondi. Certamente una serata come questa è tutto tranne che mainstream: decisamente difficile da digerire, un live decisamente impegnativo che bisogna prendere a stomaco vuoto per non rischiare un collasso fisico nel cosiddetto pogo. Nella data di Roma i Converge sono affiancati dai Corrosion of Conformity, band del ritrovato e fresco di reunion Pepper Keenan.

Salgono sul palco e già sudano birra, ancor prima di imbracciare gli strumenti, sono americani e si vede.

Il sound è compatto e leggermente caotico ma loro suonano impeccabilmente. Si divertono almeno quanto i – molti in proporzione tra il pubblico – veri fan, di quelli che conoscono davvero tutti i pezzi a memoria e hanno gli occhi lucidi e le pupille dilatate quando incrociano la vista del massiccio frontman. Attingono al repertorio dei vari decenni, a partire da quella piccola gemma sludge chiamata Blind, composta ai tempi in cui si consideravano dei “pissed-off kids”… ma si considerano ancora così.

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Non sembrano nemmeno curarsi del fatto che probabilmente alla messa domenicale delle dieci nella parrocchia del quartiere sia presente più gente. Presentano il nuovo disco “No Cross No Crown” e sono orgogliosi di quanto prodotto, lo sentono loro e lo suonano con l’amore di un padre nei confronti di un figlio. Durante l’esecuzione del riuscito singolo Cast The First Stone, Pepper scende dal palco e continua a suonare, non si capisce bene se sopra una transenna o in mezzo ai fan delle prime file, che comunque continuano a cantare imperterriti.  Un affetto sincero, ricambiato dai musicisti che ringraziano numerose volte prima del congedo.

Cinquantadue minuti. Questa la durata della setlist dei Converge, questi i minuti che bastano loro per far crollare fisicamente e mentalmente ogni persona presente davanti ad essi. Tutto questo a partire dal soundcheck – o Linecheck in questo caso – eseguito direttamente da loro sul palco prima del concerto. In pieno spirito hardcore (e chi se non loro, i maggiori fautori di tale corrente artistica?) e in linea con il loro carattere: spontaneità e trasparenza.

Si può intravedere Jacob Bannon dietro al palco mentre si auto-fomenta, fa smorfie e urla per affilar le corde vocali, già in preda a raptus. La band nata nella maledetta Salem è un’esplosione di adrenalina e rabbia, dei diavoli sul palco cani sciolti con la bava alla bocca. Sono esattamente come tutti si aspettano ma sorprendono sempre, la nomination come miglior band dal vivo secondo “Kerrang!” non è data a caso. L’esecuzione di A Single Tear – probabilmente proprio il brano che è valso loro la nomination – è da urlo, la violenza che trasmette al pubblico e che si riversa in botte da orbi nel parterre lascerà qualche livido di troppo l’indomani. Il magrissimo e tatuato Jacob è il classico scoppiato di mente che nelle risse mena sempre per primo ed è quello che le dà a tutti. Ma ha anche un lato estremamente sensibile, lo mostrano i suoi art work che mette sempre a disposizione dei Converge, a partire dalla bella ed iconica cover di “Jane Doe”. È allucinato, tira pugni nel vuoto e mentre urla a pieni polmoni il ritornello di Dark Horse porge il microfono alle prime file. Si asciuga il sudore dal volto mentre i suoi occhi vitrei riflettono quelli del pubblico. Invasati.

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L’ingegnere dietro le apparentemente caotiche ma soprendentemente curate ed ordinate strutture dei brani è invece Kurt Ballou, formidabile chitarrista (e produttore). Serio e composto, fa da contraltare agli altri della band, dà l’idea di essere proprio lui il punto del giusto equilibrio ed alchimia dei Converge. Cinquantadue minuti, gli ultimi due impiegati per l’esecuzione del classico Concubine.

Come un concerto funeral doom metal di tre ore ma suonato al triplo dei battiti per minuto, prove di tachicardia in piena scuola “Reign In Blood”, fulmineo, compatto. Più veloce è più bello: veloce e in dolore.

Matteo Galdi

Ho un brano adatto per ogni momento della giornata, ho ogni ricordo importante legato ad una band o ad un disco. Il giorno della laurea mi sono presentato in completo, ma indossavo i calzini degli Iron Maiden che per fortuna non hanno carpito l’attenzione della commissione. Suono il basso in una band satanica, pagana e splatter. Anche se in fondo sono orgogliosamente “prog snob” e vi guardo tutti dall’alto verso il basso, voi che ascoltate solo indie. Amo scrivere, sopratutto di musica, vivo di concerti. Apprezzo l’arte in tutte le sue forme. Proprio per questo amo la Carbonara ed il tiro a giro alla Del Piero.
Matteo Galdi

About Matteo Galdi

Ho un brano adatto per ogni momento della giornata, ho ogni ricordo importante legato ad una band o ad un disco. Il giorno della laurea mi sono presentato in completo, ma indossavo i calzini degli Iron Maiden che per fortuna non hanno carpito l’attenzione della commissione. Suono il basso in una band satanica, pagana e splatter. Anche se in fondo sono orgogliosamente “prog snob” e vi guardo tutti dall’alto verso il basso, voi che ascoltate solo indie. Amo scrivere, sopratutto di musica, vivo di concerti. Apprezzo l’arte in tutte le sue forme. Proprio per questo amo la Carbonara ed il tiro a giro alla Del Piero.

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