Daniele Silvestri: O victoria o muerte, da 25 anni

Resoconto breve dell’infinito autotributo al Pala Alpitour di Torino

Di Daniele Silvestri dal vivo avevo un’unica esperienza, peraltro di un unicum particolare: un mastodontico concerto in cui c’erano lui, Gazzè e Fabi Carmen Consoli, al Collisioni, dove il tutto terminò con una baraonda incredibile sul palco con le band di tutti e tre. Deve però essere prerogativa del cantautore quello di offrire proposte musicali assolutamente oversize (e gli anacronistici album da 16 tracce dovrebbero effettivamente esserne indizio): la setlist, uguale per tutte le date, che sbircio sul pullman stipato di tifosi del Torino felici di andare a farsi massacrare dall’Inter sotto il diluvio, ammonta a trenta canzoni più sei di encore. Sul palco, contando anche la guest-star Rancore, si schiera una formazione che potrebbe, per numero di effettivi e per età media, scendere in campo nei gironi centro-meridionali di seconda categoria. La location è grande anche lei, perché Silvestri a più di cinquant’anni decide di fare il sui primo tour nei palazzetti: il Pala Alpitour già PalaIsozaki si riempie, anche se alla spicciolata, regalando una cornice più che dignitosa presto tinta dai palloncini rosa regalati dalle fedelissime milf in prima fila.

Silvestri apre con la prima dell’ultimo album, Qualcosa Cambia, addossato al pannello luminoso e dunque a circa 15km dal pubblico. Sul palco c’è infatti una passerella troppo lunga coperta di qualche centimetro di terra, che richiama quella (sotto i piedi) del titolo del disco. La setlist incorpora in maniera sufficientemente liscia i suoni pulitissimi del 2019 (inclusi i fuzzoni dance di Complimenti Ignoranti e Tempi Modesti) con le ballatone acustiche, e con le rare ma molto energiche digressioni in territori prettamente rock (spicca La guerra del Sale, con l’ospitata digitale di Caparezza sul maxischermo).

È un concerto pienissimo e antologico, in cui Silvestri approfitta di ogni occasione possibile per autocitarsi, cosa che peraltro fa anche in studio, e per annunciare i membri della sua numerosa band. Un concerto il cui cuore si articola attorno a un lunghissimo medley centrale, fatto di una quindicina abbondante di pezzi, in cui con precisione filologica viene ripercorsa anno per anno la carriera del cantautore capitolino, intervallandola con video di repertorio che trascinano il linguaggio nei comodi territori della satira. Una lunghissima carrellata che passa per la caduta del muro di Berlino sotto le note di l’Uomo col Megafono, per la discesa in politica di Silvio Berlusconi sopra Le cose che abbiamo in comune, per finire con l’addio al calcio di Totti e l’accorata dedica La vita splendida del capitano. Con la chiosa del Silvestri, a cui buttarla in politica preme tantissimo, riguardo il fatto che “ci sono capitani e capitani“.

È una grande celebrazione di una delle carriere che più meriterebbero d’essere incensate nel panorama cantautorale italiano, che giunta per la prima volta a queste dimensioni dimostra di avere le spalle larghissime per reggerle. Un tributo, anche, a chi con questo percorso musicale c’è cresciuto (e l’età media, almeno nel parterre, è abbastanza alta), che è però sapientemente stemperato anche per nuovi adepti: compito fondamentalmente affidato a Rancore, che emerge verso la metà della serata e continua poi a spuntare dal nulla saltando come un folletto, infilando strofe velocissime sul semi-hip hop da pensionati di classici come Il mio nemico e Salirò e prendendosi l’intero stage per la bomba hardcore Arlecchino. E val la pena resistere fino all’altrettanto estenuante encore (sei pezzi e un’ennesima ri-presentazione di tutta la band) se dentro ci sono la gigionata Testardo, la cafonata rock Gino e L’Alfetta e soprattutto l’immortale Cohiba. Perché il comunismo sarà anche morto fuori dalla cina, ma esistono (e resistono) concerti che ti obbligano a cantare alzando il pugno, sotto luci rosse. Oggi esattamente come 25 anni fa.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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