Fast Animals and Slow Kids a Torino: come reagire davvero al weekend e alla neve

fask torinoUna tarantiniana retrospettiva della “caldissima” serata all’Hiroshima Mon Amour.

“Non sapete quanto ringraziamo l’Hiroshima Mon Amour. Ma ora è tempo di buttare giù questo posto”. E lo buttano davvero giù.

Prologo
Nevica a Torino. Ma non quella neve attraente, amena, fioccante. No, quello schifo umidiccio misto a pioggia, privo di una qualsiasi parvenza di poesia persino per gli stolti amanti incondizionati della sgradevole stagione invernale. Cerco di ignorare il piumone che mi guarda malinconico mentre mi preparo, ammiccando silenzioso verso lo schermo del pc in cui brilla l’iconica N rossa sgargiante. Non oggi, vecchio amico. Sono stanco, sì, ma stasera ho un concerto di nuovi prìncipi del mondo nostrano indipendente, che per tristi coincidenze conosco soltanto attraverso Spotify e che ora devo ad ogni costo recuperare. Sono certo ad un considerevole 90% che ne varrà la pena. E poi sono un onesto yes man, dai. Bisogna in qualche modo reagire al presente, no? Specie se siamo nel weekend. Spero soltanto che stasera abbiano la decenza di sostituire “Non è più inverno per noi” con un partecipe e rispettoso silenzio.

Dopo
Bagni dell’Hiroshima. Più precisamente, davanti al mio riflesso nello specchio rotto. Faccio letteralmente schifo, sudato, con la gola in fiamme e una caviglia dolorante. E non ho neanche scapocciato come i diavoli più giovani della bolgia centrale. Ma questo è lo schifo che è più da stimare. Oggi la pillola filosofica collezionata è che chi, dopo un concerto dei Fask, torna a casa fresco, pettinato e con entrambi gli occhi liberi da calci in faccia, si è perso qualcosa nel tragitto. Qualcosa di grande. Ummadonna che citazioni. La botta in testa è stata più violenta del previsto.

Prima ossia Durante
Ricordi confusi, in ordine sparso
Atto 1

Ho detto cazzo, che botta! Che botta cazzo! Cazzo, che botta! (altra cit.). Fiumi di adrenalina iniziano a sgorgare dall’opener Annebelle davanti ad una massa informe ed agitata che sfiora il sold out. Un’ora e quaranta di musica sbattuta in faccia, senza veri cambiamenti di ritmo, solo brevi riprese di fiato e due cazzate di rito sparate tra compagnoni. La partecipazione è pressoché totale: i presenti (di età media discretamente bassa) sanno a memoria ogni dettaglio, dalle strofe dei testi al singolo stacco di batteria. E’ facile percepire che si è al cospetto di una band che ora più che mai sta bussando alle porte del culto. E, soprattutto, di una band composta da grandi amici. Si respira empatia infatti, on e off stage. Questa, del resto, è musica grezza che nasce dalla quotidianità, che coinvolge anche i pochi venuti a scatola chiusa. Sul palco l’intesa è ben oliata: Aimone che si carica, che si getta, che si contorce, che grida, che manda affanculo, che distrugge cassa e rullante come un giovine figlio dell’unione (civile) di Vedder e Gary Cherone; Alessandro, Alessio e Jacopo una stabile ed ottima cornice. Plauso al batterista. Non riesco a dire altro che “bella storia”, come un Morgan pippato.

Atto 2
Scarpe che volano durante la dolorosa doppietta Montana e Canzone Per Un Abete, Parte II. Nike, Converse, forse Vans. Poi generosamente restituite ai proprietari dal longanime frontman. Altrimenti si prendono la febbre. Come se l’aria condizionata selvaggia non ci avesse già condannati tutti.

Atto 3
Affianco a me c’è un mestierante del mio campo, giornalista vecchio stampo, col taccuino ingiallito e la stempiata da soldato degli anni ’70. Ad ogni canzone che passa gli ultimi due capelli ribelli gli si rizzano sempre di più, come se nell’aria vi fosse elettricità. C’è davvero. È anche lui una bomba ad orologeria stasera. All’ennesimo grido aimoniano di far più forte, legato ad uno dei suoi tattici vaffanculo, lo perdo per sempre nel pogo di Maria Antonietta. Pace all’anima sua e ai Foo Fighters per cui era già accreditato e che purtroppo non vedrà. Martire.

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Atto 4
Le tracce dell’ultimo (quartogenito) disco Forse Non è La Felicità in promozione sembrano davvero essere scritte per essere suonate dal vivo. Oserei dire che sono seriamente di vero impatto, in questo contesto. Però ditemi quello che volete (ed essendo neofita di loro live, ci sta mandarmi al diavolo), ma l’apice per me resta ancora Alaska. Gran Final messa come punto massimo del set ordinario prima degli encore pare esserne la conferma.

Atto 5
“Questa è una canzone che arriva da un album che nessuno di voi di sicuro conoscerà: si chiama Cavalli”. Tumulto. “Questa è Copernico”. Ritiro l’atto 4.

Atto Top
Un ragazzo (uno dei tantissimi) viene scaraventato sul palco durante l’highlight Come Reagire Al Presente. Aimone tenta la carta da nottata da ricordare, invitando la gente a riaccoglierlo in tuffo e farlo surfare sulle loro teste fino al bar all’esatta parte opposta della sala concerti per bersi un Negroni. Il giovane rilancia senza esitare: due Negroni, da trincare insieme, testa a testa. Sul palco, ovviamente. Aimone vede, quasi pensando ad un bluff. Il ragazzo si butta e il pezzaccio sfuriato ricomincia. Ma bisogna riacquietarsi: il prode sta davvero eroicamente cavalcando l’onda umana di ritorno coi due calici del potere in mano, senza far cadere neanche una goccia. Giustamente Aimone sottolinea il momento catartico come se fosse la finale dei mondiali: “La palla è in rete, campioni del mondo, campioni del mondo vaffanculo”. I due bicchieroni giù al goccio, abbraccione e si riprende più carichi, memorabili e ubriachi che mai. That’s rock n’ roll, baby. Pure and fuckin’ rock n’ roll.

Epilogo 1
“Ciao, siamo i Fast Animals And Slow Kids e veniamo da Perugia”. Solo applausi.

Notte
Epilogo 2
Forse non è la felicità quello che cerco. Ma, quantomeno per stasera, l’ho trovata. Verosimilmente assieme a molti altri.

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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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