Finchè c’è il rap, c’è Speranza.

Cronache dalla periferia a suon di tute acriliche.

Aaaah la Trap. Ormai ne siamo intrisi, ammaliati, circondati e perché no? A tratti stufi. Luccichii, rolex tarocchi, tipelle un po’ troie e “ssskkkk skkkk” vari. Però dai, ammettetelo, qualche canzone vi piace pure! Lo scrivente non può negare di essere armoniosamente compiaciuto da almeno due brani di Sferaebbasta, da due canzoni di Ghali e almeno una dozzina di swaggeggianti pezzoni firmati da Tedua, Rkomi e cazzi vari. Sì, lo ammetto, un po’ di trap mi piace! Sono scemo?, Non capisco una mazza di musica? Può essere (anche se a dirmelo sei tu, sì proprio tu con la maglietta dei Korn e quindi non è che proprio eccelli in buongusto). Se però a farmelo notare è qualche degno amante del rap nostrano di una volta allora potrei capirlo, accettare i suoi dubbiosi crucci, ma poi, tirato un sospiro di sollievo gli direi che in giro c’è ancora Speranza.

Nato a Marsiglia, emigrato nella ridente Caserta, fiero sia delle sue origini che della città che l’ha adottato, esprime a versi (interpretate questa frase un po’ come vi pare) tutta la rabbia di chi il disagio, le pistole e la periferia, l’ha vissuta davvero sulla sua pelle e la vive ancora. In brani dai titoli criptici ma non troppo come “Chiavt a mammet”, “Spalla sotto”, “Manfredi”, “Givova”, “Sparalo” tira fuori tutta la carogna (come si dice dalle mie parti) che a mio parere da un po’ non si vedeva nelle corde di un rapper del bel paese.

Ma veniamo a noi: Bunker, Torino, Venerdì 17 (acchittemuort) maggio. La pioggia cinge d’assedio una capitale sabauda più grigia del solito, ma la folla, nel complesso di via Paganini, non esita ad arrivare. Un pubblico sicuramente variopinto, dall’età all’outfit. Si va dai “rappusi” reduci degli anni 90 con i loro calzoni larghi e i berretti da baseball, fino ai tamarroni con tuta Givova al seguito, passando inevitabilmente da una buona dose di risvoltini. Speranza si fa desiderare e il djset hip hop incaricato del warm-up si diluga di una buona mezz’oretta, intanto la carica sale e tutti (compreso me, che dobbiamo dirlo ero andato all’evento più incuriosito che appassionato) si trovano a bramare le rime incazzate e gomorreggianti del rapper casertano. Insomma nell’aria serpeggiava quella frenetica curiosità un tanto al chilo, che spesso si trova pressurizzata prima dei live di qualche fenomeno del momento. A mezzanotte spaccata l’emigrato al contrario (come ama definirsi lui stesso) sale sul palco e porca miseriaccia scoppia un vero delirio. Si salta, si urla e l’adrenalina è alle stelle. Non sto scherzando, da un filo di scetticismo, un pizzico di ironia e qualche cannetta, alla fine in mezzo al pubblico è palese l’entusiasmo nell’accogliere l’artista nel migliore dei modi. Dopo qualche apprezzamento sulla cultura eno-gastronomica piemontese e qualche frase in napoletano di cui non ho capito una cippa scorrono a ruota i brani di Speranza, accolti da una bolgia incandescente sotto al palco.

Quello che ci ha molto colpito oltre al mostruoso flow e alla voglia di denuncia e bordello contenuti nella musica di Speranza, è stato soprattutto la grande gioia e genuinità da lui dimostrata alla fine di ogni pezzo; quella sensazione di vera gratitudine di chi, figlio del popolo, ha da poco il privilegio di salire su un palco e poter condividere la sua arte (che per alcuni è anche difficile definir tale) con un pubblico carico abbestia. Ci è piaciuto molto Speranza e ci ha fatto venire un po’ la nostalgia di brani rap che parlano di cose semplici, periferiche, arrabbiate e un po’ cafone; non sarà forse il miglior poeta sulla piazza, ma cavolo se sa il fatto suo! Il tiro c’è, la rabbia pure, il rapper lo sa fare, la trap sembra pure. Consigliatissimo dal vivo per un’oretta di sfogo urbano…se vi drogate è anche meglio. Peace.

Marco Ceretto Castigliano

Cresciuto a suon di Pearl Jam e Alfred Hitchcock, cerco di fare della mia vita un racconto, spesso senza capo né coda e senza prendermi troppo sul serio. Poggiata la penna vesto i panni dello speaker radiofonico.
Marco Ceretto Castigliano

About Marco Ceretto Castigliano

Cresciuto a suon di Pearl Jam e Alfred Hitchcock, cerco di fare della mia vita un racconto, spesso senza capo né coda e senza prendermi troppo sul serio. Poggiata la penna vesto i panni dello speaker radiofonico.

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