Flowers Festival 2019: góð ferð, Olafur Arnalds

Elogio del viaggio dall’inferno di Torino all’Islanda

Ci sono concerti che espongono il sottoscritto al dovere morale di ammettere che, in fondo in fondo, di musica non ne capisce un cazzo. Non fraintendetemi, sono un assiduo ascoltatore e collezionista di musica a mio parere di decente fattura, ma allo stesso tempo sono sempre stato un pessimo e dico pessimo musicista. Mi mancano le basi della teoria musicale, sono molto bravo a dare definizioni, etichette, a recensire, criticare, annichilire ed esaltare, ma a livello pratico, di cosa significhi stare su un palco, non ne so una beata cippa.

Essere messo davanti all’arduo compito di fare un live report di un concerto di Olafur Arnalds, per un umile scribacchino come me, diventa molto complicato. 

In ogni caso, ci proviamo:

Venerdì 28 giugno, in una Torino avvolta dal caldo più infernale della storia moderna, mi avvio verso la Lavanderia a vapore di Collegno, che ancora una volta ospita il Flowers Festival, rassegna musicale ormai di rito nell’afosa Torino estiva. Devo ammettere che ero bello gasato, da sempre appassionato di musica e cultura islandese, divoratore di Iperborea come non ci fosse un domani, il mio livello di serotonina era piuttosto alle stelle e il solo pensiero di godere dal vivo del genio di Olafur Arnalds, eclettico compositore e pianista, me lo rendeva bello barzotto. E non solo perchè Olafur rappresenta sicuramente una delle vette artistiche più alte raggiunte dalla musica contemporanea, ma anche e soprattutto perchè sarebbe stato il primo musicista islandese che vedevo dal vivo, dopo che qualche anno fa ho disertato un live dei Sigur Ros sull’onda del motto “tira più un pelo di figa…” e alla figa in questione, della musica islandese “visionaria e spaccamaroni” non fregava niente…porella.

Ma torniamo a noi. Gasato, gasatissimo, rimango spiazzato dal non vedere attorno a me folle di hipster “da concerto” coi loro camicioni con le felci e i piedi a palare dentro dei sofisticatissimi Birkenstock, ma al contrario una quieta platea di posti a sedere, un pubblico di età medio-alta (ai gggiovani piace Miss Keta, fate voi…) e, devo dire, anche un clima piuttosto fresco, ma certo non proprio in linea con l’amata terra del Nord.

Ad aprire il live un pieroangelesco Dardust, in un mood da divulgatore scientifico con la sua consueta cordialità ed eleganza, ci fa fare un bel viaggio nel sistema solare e ad ogni pianeta abbina una brano di piano solo dal suo repertorio, mostrandomi un lato fino ad allora a me nascosto del compositore nostrano: un Durdust meno elettronico e sintetico piegato sul suo piano con tanto romanticismo e “sturm und drang”. Bel concerto, come già detto leggero ed elegante, nonostante la tastiera modificata in vista di Arnalds che sicuramente non ha facilitato il suo lavoro. 

Dopo una pausetta luppolosa arriva finalmente il momento di Olafur (che tra l’altro in Islanda è un po’ come dire Mario). Sul palco si presentano in sei; interessante notare la disposizione invertita degli archi, che per la prassi più classica prevede il violoncello a destra e i violini a sinistra, ma che Arnalds decide di dissacrare. Appunto tre violini e un violoncello più un ottimo batterista che si rivelerà fondamentale per far esplodere improvvisamente molte delle composizioni dell’Islandese. In apertura un immancabile accenno al caldo infernale e al surriscaldamento globale di cui, ormai è noto, alla maggior parte di noi italiani non frega una mazza di niente (purtroppo). 

Si entra nel vivo e subito le atmosfere si espandono nel piazzale del Flowers come un’ondata impetuosa e inizia il viaggione. Arnalds fonde il suo piano d’autore a Mooggoni dallo spazio e basi sintetiche dal tono mistico, ma a livello scenografico sicuramente a farla da padrone sono i due pianoforti sullo sfondo programmati per suonare da soli e mostrare, come in una magia, i martelletti in azione con grande stupore del pubblico.

Ora torniamo al nodo iniziale: vorrei essere così bravo e ferrato in materia da poter analizzare musicalmente ciò di cui Arnalds è stato artefice, ma non ne sono capace, posso limitarmi a dire che per quasi due ore sono stato catapultato in quella terra del nord, fatta di geyser e ghiaccio, ma anche a Detroit fra casse dritte e droghe sintetiche, ma anche in una prateria verdeggiante a cavalcare il mio destriero. Molti avranno visitato luoghi diversi, avranno provato emozioni diverse, ma sicuramente non saranno sfuggiti alla grande capacità immaginativa di un artista come Arnalds. Grazie e Complimenti a Flowers festival per averci regalato questa chicca di rara eleganza e complessità, insieme alla possibilità di lasciare andare le nostre teste in balia della sua creazione.

Marco Ceretto Castigliano

Cresciuto a suon di Pearl Jam e Alfred Hitchcock, cerco di fare della mia vita un racconto, spesso senza capo né coda e senza prendermi troppo sul serio. Poggiata la penna vesto i panni dello speaker radiofonico.
Marco Ceretto Castigliano

About Marco Ceretto Castigliano

Cresciuto a suon di Pearl Jam e Alfred Hitchcock, cerco di fare della mia vita un racconto, spesso senza capo né coda e senza prendermi troppo sul serio. Poggiata la penna vesto i panni dello speaker radiofonico.

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