Flowers Festival: Fast Animals and Slow Kids, come reagire alla pioggia

Rancoroso report di una serata notevolmente assortita

Rubo ai FASK una frase di una canzone che alla fine non hanno neanche fatto, negando una doverosa dedica alla Yoko Ono di Aimone: adesso ho trent’anni (prima nell’anima che anagraficamente) e preferisco soltanto dire quello che mi va. Tipo che ho serie difficoltà a comprendere – umanamente parlando – un buon 60% del variegato pubblico del Flowers festival, tra gente che racconta del Kappa Futur e delle pasticche, stuoli di giovanissime donne che esauriscono tutte le sfumature Pantone comprese tra il rosa e il viola nella tinta (unita) dei loro capelli, e un nerdone con gli occhiali che in mezzo al suddetto colorato oceano di donne anche piuttosto svestite sta seduto davanti alla sbarra a leggere un libro fantasy (questo). Il cielo sopra Collegno minaccia pioggia, ma di quelle bestiali, di quelle che ti fanno finire grandine addosso alla Kyrgios contro Nadal, e io, aggiungendo tristezza a tristezza, non capisco.

A ricostruire un contesto meno tragico e invero piacevolmente familiare è direttamente Giancane, ancor più del tizio alle spillatrici che non ha ancora imparato che il bicchiere va inclinato per non fare schiuma e verso la cui frustrazione provo un afflato di enorme umana comprensione e tenerezza. Giancane sale sul palco con l’atteggiamento del primo cazzone che passava lì per caso e non aveva nient’altro di meglio da fare, assieme a uno stuolo di gente che sembra tutta invariabilmente in botta. Suonano anche discretamente bene, fanno divertire, ti mettono a tuo agio: tocca a loro la smerdata contrattuale a Salvini, questa volta associato al fallimento generazionale rappresentato dalle Hogan Blu, di cui – sostengono – il ministro è brand ambassador. Coinvolgono il pubblico principalmente con una cover stonatissima di I’ll Fly With You su cui creano un rilevante coretto (ripetuto sulla prelibatezza della casa Vecchi di merda) nonostante il numero di persone sia ancora di poco superiore al centinaio. In generale, danno sempre la stupenda impressione che se sul palco finisse un Super Santos abbandonerebbero gli strumenti senza neanche pensarci: ed è una consapevolezza solida e meravigliosa, in un’epoca in cui tutte le priorità sembrano fatte per essere discusse.

Rancore fa un poco il Justin Bieber e si fa attendere per parecchio tempo; arriva e la prima cosa che penso è quanto sono bravi nelle inquadrature quelli di Sanremo, dato che nel mondo reale supera gli amplificatori di un paio di centimetri. Poi, confermando quella regola non scritta che attraversa tutti i generi musicali, andando da Billie Joe Armstrong a Totò Di Natale, il buon Tarek tira fuori un’energia mostruosa, con un hip hop che oscilla dal conscious all’hardcore serio del Salmo cattivo, con qualche piccola concessione agli stereotipi del rapper skater su Sk8park (qui col ritorno di Giancane e una chitarra). Rancore utilizza anche un inconsueto immaginario da perfetto incel, non parlando (come lui stesso dice) di soldi e medaglioni, ma di pianeti, giocattoli e storie fiabesche di tizi col sangue di drago; chiama la sua band, tre truzzi incredibili con gli strumenti pieni di led che fanno intermezzi da Pendulum dei tempi d’oro, “l’Orcoestra”; continua a dialogare, principalmente per rifiutare, con le registrazioni vocali di una intelligenza artificiale che chiama “forza oscura”, dando al concerto una sorta di trama che diventa prestissimo posticcia e rompe pure un po’ le palle. Ma fa niente: il contenuto vero del concerto di Rancore è hip hop da tripla A, volendo anche una forma di resistenza alle nuove tendenze trap che da troppo tempo stanno fagocitando il genere. Coraggio.

Comincia a piovere proprio mentre sul palco salgono i FASK, con Aimone che svariate volte cerca di prendersela con la “pioggerella del cazzo” di Torino (sic), lui fortunello che da queste parti ci passa se va male un paio di volte l’anno. Lui in realtà sembrerebbe pure averne presa parecchia, di pioggia, negli ultimi giorni: il sosia di Gesù è praticamente afono, e non è peraltro aiutato dalle tonalità più profonde di alcune delle ballate del recentissimo Animali Notturni. Ed è un gran peccato, perché (qualsiasi cosa ne vogliano dire i fan alcolizzati della primissima ora e le adolescenti emo) i pezzi del nuovo corso dei FASK acquisiscono live una dimensione che scioglie le perplessità che aleggiavano attorno alla loro resa su disco: è un concerto rotondissimo e dai ritmi perfettamente alternati, studiato anche nei dettagli, che si permette un paio di momenti da accendini all’aria (arrivano veramente) e il lusso di un cambio di scenografia (!!) sul picco emotivo di Novecento. Le chitarre grattano ancora tantissimo, la batteria sembra sempre suonata con dei manganelli (dalla parte del manico), Aimone ogni tanto urla ancora come una bestia (quando ce la fa) e fa dieci secondi di stage-diving, ma la sensazione a meno di un anno e mezzo dal tour di Forse non è la felicità è quella di avere davanti una band più matura, più consapevole, meno vincolata a intraprendere sul palco sconsiderate maratone senza un secondo di pausa. Tanto i fan, quelli hardcore, quelli che non fanno mai una piega, continuano a pogare come fossero a un concerto degli Anthrax, anche su Cinema. Lo farebbero anche se saltasse la luce e non si sentisse più niente. Lo fa anche il nerdone appassionato di fantasy, che ha riposto il libro e gli occhiali e sta facendo giovialmente a spallate con dei truzzoni senza maglietta.

I FASK osservano, senza incoraggiare la gente ad ammozzarsi come facevano soltanto un anno fa. Aimone non si arrampica da nessuna parte e fa discorsi da pura bromance al proprio chitarrista. Sono vecchi, siamo vecchi, sopportiamo in silenzio. Loro si sono rammolliti e anche innamorati di influencer. Rancore tra i suoi pipponi interminabili aveva anche chiesto se il pubblico avesse mai visto una band uscire e non tornare per l’encore. Dopo neanche due ore i FASK encore non ne fanno, sono stanchi, vogliono andare a letto. Va bene così.

Voi che pogate ricordatevi di noi tra trent’anni, che ne avremo sessanta, saremo senza pensione e avremo bisogno di voi.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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