Flowers Festival: Motta si è innamorato ed è uscito pazzo

Resoconto da Collegno della voglia di tenerezza di Motta

Sulle pagine virtuali di questa webzine dalla dubbia utilità Motta salta fuori almeno una volta all’anno, ed è accompagnato sempre da toni di un livello di entusiasmo quasi da fangirl. Un livello che ci fa sembrare, in quanto a frequenza ed adulazione, la redazione del Giornale quando parla di poliziotti che sgombrano irregolari con manganellate e idranti. Non volendo abbandonare la tradizione ho dunque colto subito la palla al balzo quando ho visto che il sosia di Richard Ashcroft tornava al Flowers Festival di Collegno, dopo soltanto dodici mesi e con un solo singolo nuovo nel mezzo. La domanda su che cosa potesse mai inventarsi è stato effettivamente un fastidioso warning nella mia mente, silenziato tanto rapidamente quanto le voci di mercato di Neymar alla Juve. E quindi, di nuovo, Parco della Certosa. Vediamo che succede.

Succede che prima di Motta suonano Fulminacci e La Rappresentante di Lista, e durante tutta la loro performance l’unica cosa che faccio è interrogarmi su quando il grande equivoco avrà fine, e smetteremo di vedere concerti con tre artisti etichettati allo stesso modo e che in realtà non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro. Molti fra il pubblico sorseggiano amari da cantautarato e si vedono davanti, nell’ordine, il cuginetto di Carl Brave e la versione soft-porn di Colapesce con una istruttrice di Pilates al microfono e un chitarrista con le calze a rete. Umilmente prendo nota che il primo si farà, e che i secondi sembrano aver già fatto danni.

Poi alla fine per fortuna il cantautorato tanto atteso arriva, e Motta esce con semplicità e senza fuochi d’artificio sull’arpeggio del suo pezzo-simbolo La fine dei vent’anni. Lui sembra vagamente diverso, sicuramente più alticcio e decisamente più innamorato di un anno fa, dettaglio che sottolineerà dedicando alla Crescentini praticamente mezzo concerto e un 90% dei suoi discorsi sempre privi di un filo logico o anche solo di una conclusione. Nel mezzo, per motivare un bis così rapido delle date del tour, sembra avere avuto un colpo di testa alla Bob Dylan che lo ha portato a riarrangiare praticamente tutto: i pezzi a volte sono vagamente familiari, altre letteralmente stravolti, quasi irriconoscibili. Sul palco per esempio c’è un violoncello che da una adeguata soundtrack alla silhouette spettrale del frontman sulla buona maggioranza dei pezzi; ovviamente Chissà dove sarai, che il violoncello l’aveva davvero, ne viene privata diventando un leggerissimo rockettino up-tempo. Molti brani vengono dilatati, con una esasperazione delle venature rock di studio che porta il chitarrista Dimitri a fare un casino incredibile e diventare assoluto protagonista di sezioni strumentali dal sapore post-industrial, mentre Motta lo osserva immobile, fuma, o ancora lo usa come un appoggio per il suo andamento caracollante da tifoso del Feyenoord a Piazza di Spagna. Una di queste, sulla rispolverata Cambio la faccia dei Criminal Jokers, dura qualcosa come sette minuti e raggiunge una pesantezza inaudita: mi diverto a guardare la gente immobile e leggermente attonita, pensando a quando una settimana prima con il pubblico dei FASK bastava il primo power chord perché tutti cominciassero a menarsi.

Tra una dichiarazione e l’altra alla sua fresca moglie, e anche malgrado un encore cattivissimo affidato a Roma Stasera e (finalmente) È quasi come essere felice, Motta dimostare che i trent’anni sembra cominciarli a metabolizzare: oltre al personaggio che deve insultare il pubblico di Sanremo sul cui palco ha portato il suo ultimo singolo (ma d’altronde l’hanno fatto anche gli Zen Circus) e che deve fare una piccola dedica sinistroide all’attuale governo e a chi non capisce il significato di Sei Bella Davvero, sembra essere un artista più maturo, più autocontenuto, disinteressato alla provocazione o a quel vago atteggiamento disinteressato da goth-star che aveva sempre avuto. Motta sale sul palco per raccontarci i fatti suoi, per fare le sue stronzate (tipo una sentitissima cover del Cantagallo di Robin Hood), per fare il sofficino con i suoi compagni di palco. Sembra una serata fra vecchi compagni del liceo, con la differenza che ti lascia con la voglia di rifarla molto spesso.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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