Giovanni Truppi sta andando benissimo

Empatica trascrizione della tragicommedia andata in scena all’Hiroshima Mon Amour

Alla fine del concerto di Giovanni Truppi all’Hiroshima Mon Amour, mercoledì 27 novembre, c’era un clima disteso, allegro, insolito per un concerto, anche per quelli piccoli. Truppi e la band erano tutti usciti a mettere in pari la nicotina in disavanzo, stando in mezzo alla gente e parlando un po’ a caso con conoscenti e fan, dando loro stessi l’impressione di star commentando il concerto di qualcun altro. Si parlava del Pocho Lavezzi, che si era ritirato in giornata a soli 34 anni. Ho scambiato due parole con il protagonista della serata provando l’imbarazzo mostruoso di chi sta andando a rompere i coglioni a uno qualunque per scroccare da fumare, tanto poco mi sembrava – con la sua felpa col cappuccio sopra la canottiera da bisticcio di ordinanza – fuori dal personaggio della rockstar. L’atmosfera di condivisa e conviviale umiltà è stata infine rotta dal delirio di una pagante che ha detto a Truppi che sentirlo dal vivo è stato un po’ come sentire De André e poi guardarne i video assieme alla PFM, abbassando di qualche grado il già orrendo clima torinese.

Un fondo di verità, tuttavia, nel commento della fan c’era. Truppi ha appresso una band provvista di una perizia invidiabile (ne fa parte, per esempio, un maestro della chitarra come Daniele Fiaschi, ormai presenza fissa delle mie serate) e la cosa fa veramente a pugni con gli arrangiamenti scarni, ruvidi e al limite dell’amatoriale delle sue prime uscite: pezzi come Pirati o Lettera a Papa Francesco I, per esempio, assumono quasi i connotati di selvagge cavalcate punk-rock. E con la complicità del suo frequente, ingarbugliato e schizofrenico spoken word, che fa letteralmente a pezzi qualsiasi convenzione riguardo la costruzione delle strofe o anche semplicemente il buon senso, Truppi live assume un’anima festosa e folle che lo rende un unicum da preservare, uno scheletrico panda, all’interno del panorama indipendente italiano. Una follia testimoniata dal pubblico, mentre i testi saltano di palo in frasca con la naturalezza propria degli sciroccati affrontando tematiche come la droga, la politica, l’omosessualità, o il più delle volte il senso della vita in generale: ho visto la stessa tizia alle mie spalle piangere e ridere sullo stesso pezzo, mentre il truppiano eloquio indugiava su separazioni e scopate.

Non si può non entrare nel personaggio, non sentire sulla propria pelle almeno uno dei tantissimi racconti sconclusionati ma vividi della serata, tra quelli di chi cerca ostinatamente la propria direzione (“Il mondo è come te lo metti in testa”) e i deliri tragicomici riguardo amici che ci stavano rimanendo (“I miei primi sei mesi da rockstar”, uno dei momenti migliori della serata). Specialmente quando alla fine la cornice si spegne e resta soltanto Truppi, nella sua evidente timidezza sul palco e nella sua incapacità di sfondare la quarta parete col pubblico se non per dire “grazie”. Soltanto lui, un paio di luci di scena e il suo piano Kimball segato e reso portatile e amplificabile, per un intimissimo inizio di encore: la “Quando Ridi” dell’Hiroshima vale da sola il prezzo del biglietto, e certifica – se ce ne fosse ancora bisogno – come dietro i falsetti e le baracconate ci sia un paroliere e cantautore fenomenale a maneggiare le emozioni, parlandone come farebbe chiunque, ma con una profondità che forse non possiede nessuno.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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