Glenn Hughes: il Verbo del Rock live a Pescara

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Il Vangelo secondo Glenn Hughes

Chi non abusa della celebre metafora del buon vino che migliora invecchiando, per indicare quelle qualità nelle persone che, a dispetto dello scorrere inesorabile del tempo, si vanno inspiegabilmente affinando e non cessano di rifiorire, in barba alla fresca stagione di gioventù ormai passata? Ebbene, se tale metafora incontra generalmente un uso smodato, essa si fa ridondante scampanio quando si tratta d’incensare le inarrivabili doti canore di Mr. Glenn Hughes, non a caso omaggiato del calzante soprannome di “The Voice of Rock”.

Il Signor Hughes è, in questi mesi, in giro per il pianeta a riproporre dal vivo la parte della sua carriera a cui, probabilmente, i fan sono più legati, ovvero i suoi anni di militanza nei Deep Purple, in quella da molti considerata la miglior formazione della band (per i più smemorati: David Coverdale, Ritchie Blackmore, Glenn Hughes appunto, Jon Lord e Ian Paice). Il nostro sembra avere bisogno di suonare dal vivo come i comuni mortali dell’aria che respirano e così, tra un lavoro solista, una nuova uscita del super-gruppo Black Country Communion e ulteriori progetti collaterali, le ragioni per partire in tour non vengono mai meno; occasioni alle quali ero, finora, colpevolmente mancato e non di certo per carenza d’interesse. Ma stavolta l’opportunità era davvero troppo ghiotta e, favorito dalla distanza oltremodo ridotta che mi separava dal luogo dell’evento, sono finalmente riuscito a cancellare questa macchia che da tempo mi portavo dietro.

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Si ringrazia Andrea Scacchioli per il contributo fotografico

Venuto a sapere della calata di Mr. Hughes in terra d’Abruzzo da un amico, ho detto di sì senza nemmeno starmi a documentare sul tipo di repertorio che avrebbe proposto; ne avrei letto, in maniera volutamente approssimativa, soltanto alla vigilia dell’esibizione, in leggera controtendenza alla modalità con cui solitamente affronto marce d’avvicinamento di questo tipo. Nessun problema: da quella voce potrei ascoltare anche la declamazione della ricetta del foie gras.

Arrivo all’anfiteatro D’Annunzio di Pescara e a stento realizzo chi mi troverò davanti nel giro di qualche ora: seppure possa ampiamente permetterselo, il Musicista in questione ha sempre fatto parlare la sua arte piuttosto che qualsivoglia rango di supposta maestà; qualità che i fan apprezzano, forse, anche più dell’evidente spessore tecnico. Glenn Hughes è una divinità del Rock scesa, e soprattutto, rimasta tra noi comuni mortali. Prendiamo posto quando il teatro all’aperto che ci ospita non è ancora pieno, un po’ per via degli spettatori che continuano a entrare alla spicciolata ma, soprattutto, perché alcune chiazze di platea resteranno scoperte fino alla fine, quasi fossero segni di una calvizie incipiente che condanna alla ghigliottina una chioma ribelle e, con essa, l’essenza stessa del rock muscolare dei tempi che furono.

Ci pensa Glenn a spazzare via dubbi e perplessità, sfoggiando, lui sì, una fluente chioma vermiglia che sembra lì apposta per rassicurarci e trasportarci indietro nel tempo; il resto lo fa un’apertura delle danze che pochissime band possono permettersi, affidata alle possenti note di Stormbringer. I suoni vengono presto ottimizzati, i musicisti sul palco sono una cosa sola: giusto il tempo di giungere al primo ritornello e siamo totalmente assorti nel rituale che ci si para innanzi.

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Si ringrazia Andrea Scacchioli per il contributo fotografico

Glenn dal vivo è una garanzia, me l’avevano detto in tanti e svariati video, caricati nel corso dei decenni, sono lì a testimoniarlo, ma poter toccare con mano ha il suono di una profezia fattasi rivelazione. È proprio vero: non può che trattarsi di “The Voice of Rock” e l’intera scaletta, che snodandosi tra classiconi e lunghe jam arriva a coprire oltre un’ora e mezza di spettacolo con soli nove brani, ne costituirà una prova lampante. Indiscutibili highlight della serata: Mistreated, presentata dal frontman come il primo riff che Ritchie Blackmore gli fece ascoltare; la chiusura affidata alle immancabili Highway Star e Burn; la versione di Smoke on the Water, chiaro omaggio a quella suonata nel celebre live California Jam del 1974 e sulle cui note il pubblico tutto ha abbandonato i propri posti per assieparsi estatico sotto il palco, impreziosita da una coda da brividi, tanto toccante quanto inaspettata per chi scrive, affidata alle note di Georgia on My Mind di Ray Charles, proposta in un’intima veste intessuta dalle sole note di organo e voce.

Supportato da una band di prim’ordine, che non ha sbagliato un colpo e che ha giustamente meritato la ribalta durante la serie di assoli che hanno costellato una lunga esecuzione di You Fool No One, il rocker inglese ha regalato una prova maiuscola, arricchita, semmai ve ne fosse stato ulteriore bisogno, da una dose d’umiltà assolutamente fuori dal comune e da quell’attitudine positiva nei confronti della vita che, di questi tempi, rappresenta una vera e propria boccata d’ossigeno.

I seggiolini vuoti denunciano un problema (forse di prezzo, forse promozionale) e una direzione dei gusti musicali – in Italia e non solo – che potranno lasciare l’amaro in bocca a più di una persona, ma chi c’era sa che di questa musica e di questi artisti c’è ancora un grande bisogno. Come egli stesso ha detto al suo pubblico a fine concerto: “Questa sera non siete voi ad avere visto Glenn Hughes; questa sera è Glenn Hughes ad avere visto voi!

Ditemi un po’ se si può non amarlo!


Setlist:

  1. Stormbringer
  2. Might Just Take Your Life
  3. Sail Away
  4. You Keep on Moving
  5. You Fool No One
  6. Mistreated
  7. Smoke on the Water/Georgia on My Mind

Encore:

  1. Highway Star
  2. Burn

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