Jack Savoretti a Torino: attonite emozioni senza voce


Un sentito live report a ritroso della Acoustic Night al Teatro Alfieri.

Non so bene da quanto tempo ormai osservo il viso di Jack Savoretti nella penombra, se da minuti o ore. Gli occhi stampati sul vinile di Sleep No More mi scrutano in silenzio ed io, di rimando, esamino loro, quasi fosse un abisso nietzschiano ad assestarsi tra di noi, quasi ci fosse davanti a me quel poster di Dexter Gordon che lo stesso Jack osservava inebetito da fumo e alcool anni or sono per comporre piccole perle accompagnate dalla sola sei corde. Seguo i suoi lineamenti di cartone illuminati dalla luce fioca in costante mutismo, mentre in me aumenta la stizza per la dinamica più sgradevole che può capitare ad uno che vive di parole: rimanerne completamente senza.

Di norma, ne trovo mille di getto per descrivere i concerti e le sensazioni che ne fanno da cornice. Ma questa sera, del resto, non ho assistito ad un concerto, quantomeno non ad uno usuale, e ho accumulato una dose più che preponderante di piacevole stupore. Davanti a me, e ai molti presenti nella platea del Teatro Alfieri nella dolce capitale dei gianduiotti, è infatti andata in scena per più di un’elegante ora e mezza la trasposizione in musica di un’intera giovane vita. In compagnia di archi, pianoforti e calda voce narrante, si sono intervallate le diapositive di un’esistenza bohémien partita nel mondo dalla gavetta più dura e per questo oggi permeata alla ribalta della più onesta umiltà: nel complesso, una cascata di emozioni vissute e fatte canzoni dapprima solo meramente acustiche, basate su amori cattivi che feriscono nel loro tossico perdurare (Apologies), su passioni ardenti invece nate in tempi sbagliati che si sceglie di far continuare a vivere combattendo ogni giorno per esse (Songs From Different Times, dedica di raro e nobile lignaggio) e su prime esperienze di composizione già incredibilmente mature (l’opener Better Change, chicca che mai ha trovato posto ufficiale al di fuori dei cuori dei più fedeli); poi, un crescendo progressivo di vigore che aumenta con l’aggiungersi degli strumenti e che pesca a piene mani tracce provenienti dai primi due album (su tutte, una Russian Roulette da togliere il fiato), quasi a voler rimarcare l’anima intima e retrospettiva della serata.

Chiudo gli occhi per trovare significati e provo a riviverle, quelle emozioni. Le riavvolgo al contrario dalla fine, superando lo scroscio di infiniti applausi conclusivi, rigorosamente in piedi. L’eccitazione corre ex novo sulle pareti, scivolando sul velluto rosso del teatro, spargendosi di poltrona in poltrona. Riecco alla piacevole moviola Giovanni Edgar Charles Galletto in giacca e camicia blu, sempre sorridente e in encomiabile contatto umano con chi ascolta, che modella il silenzio attorno ad ogni canzone, parlando senza vergogna dei giorni difficili e di come abbia faticato per arrivare sin qui, su palchi sempre più prestigiosi. Riecco al suo fianco il fidato pianista Nikolaj Torp e suo padre Larsen senior, l’amicone romanaccio Enrico Giaretta (chapeau per l’accenno di Stairway To Heaven al piano nel riscaldamento di apertura), il fratello dal medesimo look Pedro Vito Vieira De Souza, incontrato su un bus di Fulham ascoltando Norah Jones, e i local heroes torinesi Piergiorgio Rosso e Francesca Gosio. E riecco la passione e l’anima che trasudano da ogni loro nota suonata -se posso- in maniera impeccabile. I brividi tornano ad accarezzarmi la schiena quando sento Luigi Tenco riecheggiare nuovamente nella mia testa con una diversa voce roca, pastosa, tagliente. Il rewind prosegue, avverto di nuovo la splendida ragazza tatuata seduta a fianco a me trattenere il respiro sul prolungato “We are angels, we are demons” di The Other Side Of Love. Riesco ancora a palpare l’atmosfera elettrica della doppietta I’m Yours e Catapult, vero picco massimo di intensità assieme a Breaking The Rules e agli amabili cori sgraziati del pubblico che si porta in eredità. E ancora, gli scherzi sulla shit song (così come definita dall’onestà tedesca) The Proposal tirata a lucido, il lievemente amaro riferimento al periodo statunitense con Last America, l’infinito romanticismo di una Home che fa sognare tutta la sala, il dolce tepore della riproposizione nelsoniana del classico senza tempo Always On My Mind, fino a ritornare alla iniziale fase solista e al diamante di Jackie Blue che la corona, -se posso, ancora- il mio momento (già) catartico dell’intera esibizione.

Riapro le palpebre al culmine dei flashback, è notte fonda. Tutto è sempre al medesimo posto, gli occhi ancora si specchiano in me, l’ultima parvenza di pelle d’oca punta a tramontare. Finisco per rinunciarci, inutile insistere dinnanzi al muro delle mute emozioni. Al netto di vocaboli, dinnanzi ad una sigaretta sentenziatrice, riesco a portare a casa la sola realizzazione che Torino, come ogni volta in cui Jack Savoretti ritorna, suona come una conferma. Di ciò che forse in pochi avevano colto e di cui oggi sempre più si accorgono. La performance odierna, assieme al lotto di Acoustic Nights in chiave folk a cui fa seguito, asserisce definitivamente quanto di buono l’italo-inglese ha costruito finora, in un percorso di crescita artistica che lo ha visto esibirsi dalle pizzerie e osterie di Wolverhampton davanti a naziskin indisposti fino ai salotti buoni delle sette note. Forse, però aggiunge qualcosa: ho come l’impressione infatti che questa fine veste teatrale, distante anni luce da tutti quei preconcetti che lascerebbero pensare ad uno spettacolo meno entusiasmante del solito, metta in maggior luce quella natura atipica di poetica, di una bellezza atavica e svecchiata allo stesso tempo, che contraddistingue Jack Savoretti come uno dei cantautori più interessanti del panorama attuale. Uno dei più dotati, probabilmente, che non ha di certo bisogno di ulteriori mie parole che ne sottolineino la bravura.
Leggi anche: Jack Savoretti: “Quando l’amore brucia l’anima”

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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