Motta continua a muoversi male

L’energica catarsi di “Vivere o Morire” sul palco del Flowers Festival

Sembra un po’ Brandon Lee dopo una notte di devasto e un po’ un pipistrello, Francesco Motta, durante l’insistita e ossessiva introduzione quasi strumentale affidata ad “È quasi come essere felice”. Mentre fa avanti e indietro come un pazzo, saltando e percorrendo tutta la lunghezza del palco del Flowers Festival di Collegno. O mentre va svolazzando da membri della band e tecnici per dare dolorosi cinque di incoraggiamento, o esorta il pubblico a far rumore alzando le braccia come un calciatore parecchio carismatico. Tra una breve introduzione ai pezzi e l’altra, Motta passa la prima metà del concerto a caricare a molla il pubblico (reduce da un ottimo Andrea Nabla, dalla psichedelia di Andrea Laszlo e dalla magia della noia di un cambio palco di quaranta minuti). Forse, in primo luogo, a caricare se stesso.

Vivere o Morire, infatti, non è esattamente ciò che si definirebbe un album energico: appena premiato dalla Targa Tenco, il secondo disco del fu frontman dei Criminal Jokers (a proposito: in scaletta un bel pezzo di un lontano passato, tale “Fango”) è un disco essenzialmente sincero, intimo, vulnerabile. Meno “nero” del predecessore, molto più vicino agli stilemi del cantautorato acustico. E invece no: anche con l’aiuto di un provvidenziale e sistematico riarrangiamento (e fatte salve alcune piccole eccezioni, come l’allegra elettronica di “Prima o poi ci passerà”) l’intera scaletta si tramuta in un concerto essenzialmente rock, con l’ottimo Giorgio Condemi alle chitarre a prendersi frequenti momenti di gloria su lunghissime code strumentali tanto insistite da sfiorare quasi il post. Manca soltanto lo stage diving, per ovvie logiche ortopediche legate a un precedente tentativo finito, in pieno stile Morgan, sul cemento.

Tra un grappino e l’altro, e col pubblico che partecipa e a volte si fa completamente carico di interi ritornelli (il top, inevitabilmente, su “Sei Bella Davvero”) Motta parla tantissimo, si racconta, dimostra a chi avesse bisogno di ulteriori prove quanto sia essenzialmente un animale da palcoscenico. Spiega quanto la scrittura dei brani sia onere gravoso e terribile, prima di sciogliersi nella apparente leggerezza della title track della sua ultima uscita. Parla d’amore, mai come adesso tematica centrale della sua produzione, prima di lasciare alla notte torinese il drammatismo del capolavoro “Chissà dove sarai”. Fa una immancabile filippica contro i salviniani. Spiega come in realtà a trent’anni si stia una bomba, introducendo il suo principale candidato inno generazionale.

È una serata, quella di questo nuvoloso 10 luglio piemontese, permeata dalla divertita nostalgia di chi sa di essere forse leggermente fuori tempo massimo, ma si sta comunque dannatamente divertendo. Vagamente anacronistico e mai del tutto mainstream, Motta continua a deliziare la sua già nutrita fanbase con esibizioni uniche. Chiuse, come sempre, dalla dedica al padre: che in “Mi parli di te” ha smesso da tempo di essere mostro, diventando protagonista della strana ninna nanna su cui cala il sipario.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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