Plan de Fuga: le due Fasi, l’italiano e i brividi di un grande piccolo concerto

La chiusura del cerchio sulla parentesi (?) italiana dei Plan de Fuga, live dall’Arci Ohibò di Milano.

Sul lato sinistro del palco c’è un giovane che rispecchia totalmente i canoni dell’inveterato metallaro. Capelli lisci e lunghissimi, maglietta degli Slayer. Sul palco ci sono i Plan de Fuga (prima in realtà, per una setlist anche abbastanza corposa, ci sono stati i La Colpa). I Plan de Fuga sono un gruppo che -per sua stessa definizione- fa pop-rock sovversivo, in lingua italiana. Cose tendenzialmente morbide, insomma. Ma il giovane apparentemente metallaro ha cantato dalla prima all’ultima parola del concerto. Sembrava uno specchio del vocalist. L’abito non fa il monaco, dicono. È vero.

Ma è vero anche che la musica dei Plan de Fuga riesce ad avere un certo appeal, forse inspiegabile ma comunque innegabile, su chiunque. È anche il motivo per cui, nonostante personalmente faccia sempre il prog snob, sabato scorso non ho perso occasione di andare a un loro concerto all’Arci Ohibò di Milano. Per la seconda volta nel giro di nemmeno un anno. Perché il loro è un pop-rock che è semplice soltanto all’apparenza, in quella sua essenza catchy che poi in realtà è testimonianza di grande abilità nel produrre ritornelli dal grande impatto. “Brucia” o “Spazi Immensi”, per fare due esempi rapidi, sono autenticamente strappalacrime e invitano al sing-along e quasi a tirar fuori l’accendino, se non hai ancora abbandonato le bionde in virtù della sigaretta elettronica. E la voce di Filippo De Paoli ci mette del suo, più grattata e incisiva di quanto possa essere qualsiasi studio recording.

Tutte le tracce, tutti gli strumenti raggiungono in realtà -in sede live- un’altra dimensione. L’elettroacustica macina accordi e sa farsi rumorosa come un impianto industriale di media grandezza, dal lato solista arrivano sezioni elettriche di notevole eleganza (clamorosa “Dal Male”) e significative atmosfere sintetiche, il complesso ritmico è di inossidabile sostanza. È soprattutto invidiabile la capacità della band di mutare con garbo la forma dei propri pezzi, o enfatizzarla, a metà tra l’improvvisazione e il voler fare un regalo speciale a chi nel 2017 sposa cause donchisciottesche come quella di credere ancora alla musica dal vivo. “Alzare la Marea” diventa un trionfo di elettroniche con una coda allungata (molto allungata) che ha squisiti connotati post, “Il Solitario” accoglie un assolo di quelli sofferti e lacrimanti, che lasciano il segno.

Lo dissi ascoltando Fase 1 e la prima volta che li vidi dal vivo, ne ebbi conferma con Fase 2: i Plan de Fuga, almeno adesso, sono molto molto meglio di quello che unanimemente viene considerato come il fior fiore del rock italiano. Gli ultimi due mini-album, se presi insieme, potrebbero stare tranquillamente sullo scaffale dei miei dischi preferiti. Questo giusto per rendere l’idea del messaggio da leggere fra le righe nella seguente frase: dal vivo sono dieci, cento volte meglio. Cercateli, trovateli e andateli a vedere quando avete voglia di un grande piccolo concerto, lontano dalle venue tripla A e dai sold-out.


ABBIAMO PARLATO DI…

Plan de Fuga
Fase 2 Release Party
Milano, Arci Ohibò

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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