Queens of the Stone Age – Sei gradi di separazione tra Bologna e l’ISDN

QOTSA Bologna 2017 In Media Rex 1000

Le regine, Skype ed il telelavoro

Quella dei sei gradi di separazione è una teoria dell’ungherese Frigyes Karinthy secondo la quale ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di 5 intermediari. Ecco in poche parole descritto l’evento di ieri sera alla Unipol Arena di Casalecchio. I Queens Of The Stone Age, un enorme polo magnetico e l’arena sold out, riempita da una compagnia di migliaia di amici. La sensazione di conoscere tutti, o che comunque quello di fianco a te sia “amicodellamico” è forte e quel micro cosmo sociale allargato, generato proprio dalla musica delle antiche regine è un piccolo miracolo culturale avvenuto da questa parte delle Alpi. Ieri sera c’eravamo tutti. Sicuro c’eri pure tu, incauto lettore e se non c’eri, con ogni probabilità conosci me o qualcuno che c’è stato. Ma la sensazione era di esserci TUTTI e di essere tutti in attesa del rinnovarsi del miracolo della transustanziazione della roccia in pura melodia. Un attesa fortissima resa ancora più tangibile dal successo che ha seguito l’uscita dell’ultimo lavoro della band (“Villains”). Quindi stavamo tutti lì con gli occhi “appalladefoco” in attesa che uscissero i nuovi messia del rock, con un mezzo sorriso ebete sulla faccia di chi finalmente sta per veder soddisfatta un’attesa che dura ormai da mesi e… arrivano i Broncho.

Non fatevi ingannare dall’introduzione scanzonata del momento dedicato al gruppo spalla. I Broncho, probabilmente non per colpa loro, più probabilmente penalizzati da una regolazione dei volumi fatta con Skype, in un certo senso hanno dato una sberla in faccia all’aura di attesa mistica che si era creata e materializzata all’interno dell’Unipol Arena sotto forma di pulviscolo nebulizzato ovunque, con un’esibizione che molti ricorderanno (nel bene o nel male). Di sicuro Ryan Lindsey, chitarra e voce del gruppo, è un personaggio, al limite del fastidioso, un fastidio che solo un’attitudine puramente (e candidamente) punk può seminare negli animi. Un fastidio che non provavo da un po’, ma che sinceramente ho provato con piacere, perché vuol dire che in qualche modo è arrivato dove il fonico di Skype non ha saputo portare tutto il resto della band.

QOTSA Bologna 2017 In Media Rex 2

I Broncho (qualcuno risolva il dilemma fonetico. Si pronuncia bronco o broncio?) lasciano il palco chiamando le regine in pure stile “The Warriors”, tu ti giri per farti una risata commentando quello che hai appena visto con un tizio che non conosci, ma che conosce il fratello di tuo zio che sta lì due file avanti a te e che poi dovrà riaccompagnarti a casa, dicevo… sei lì girato che sghignazzi con un “mochicazzosòquesti” a mezza bocca che le luci vanno giù e in un attimo sei risucchiato dal vorticoso sound apocalittico di questi 5 ragazzoni americani. Il fragore tra palco e pubblico è lo stesso di un aereo che si è schiantato nel mezzo dell’arena. Me lo immagino freezato, il tecnico del suono, via Skype collegato con l’ISDN. Probabilmente colpito da un ictus in sede di regolazione ha girato tutti i manettini nel raggio di svariati km su “MAX” ed è sceso poi a farsi una birra, lì a Springfield da dove era collegato. Ma nessun maledetto tecnico del suono collegato da Sordolandia avrebbe potuto rovinare la festa.

QOTSA Bologna 2017 In Media Rex

Il concerto è bellissimo. Ma che ve lo dico a fare? Tanto c’eravate anche voi! Il ritmo della scaletta è un passo indietro, tre avanti, ancora indietro sempre più indietro e poi avanti, avanti passando per due o tre momenti da pelle d’oca vera. “MEXICOLA”. Non dico altro perché l’avete sentita. Una versione di “Villains of Circumstance” lenta… lentissima… quasi ferma… ma bellissima, liberatoria. Durante l’esecuzione di “No One Knows” i più attenti conoscitori ed esperti della materia musicale avranno potuto percepire una cosa che da tempo immemore non veniva celebrato sul palco di una band di fama planetaria. Un assolo di batteria. A prescindere dal gesto tecnico/atletico è il significato culturale che resta. Un passo indietro, ma tre avanti.

Avanti così, seguendo la corrente.

Davide Fadani

Se domani, facendo la spesa o facendo l’amore o scrivendo inutili cagate su Facebook che non faranno altro che aumentare l’odio nei vostri confronti, vi troverete ad ascoltare quel pezzo di cui avete letto in un mio articolo e per questo mi odierete ancora di più, allora avrò compiutamente fatto il mio dovere.
E quando mi guarderò indietro sarà solo perché ho bisogno di un esorcista.
Davide Fadani

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Se domani, facendo la spesa o facendo l’amore o scrivendo inutili cagate su Facebook che non faranno altro che aumentare l’odio nei vostri confronti, vi troverete ad ascoltare quel pezzo di cui avete letto in un mio articolo e per questo mi odierete ancora di più, allora avrò compiutamente fatto il mio dovere. E quando mi guarderò indietro sarà solo perché ho bisogno di un esorcista.

6 commenti

  1. Sono arrivato tra i Bronchos ed i Queens e quindi non ho potuto apprezzare il pessimo sonoro indicato nell’articolo ma mi chiedo allora era peggio di quello dei QOTSA???? no perchè in generale e nonostante l’ottima performance della band i suoni facevano a dir poco cagare e questo a quanto mi pare di leggere riguarda anche il parterre. Imperdonabile perchè rovina di non poco la soddisfazione di chi ha fatto sacrifici per andare a sentirli. Unipol Arena secondo me non indicata per concerti con volumi importanti

    • A quanto ho letto in giro la responsabilità più che all’arena andrebbe cercata nella competenza di chi ha “fatto” i suoni per i gruppi. Altre persone che hanno assistito a concerti all’arena hanno detto che in altre occasioni si sentiva bene. Io mi sono “salvato” con i tappi…

    • Andrea Mariano

      Ciao omonimo, ero presente anche io al concerto, zona parterre, ultime file. Confermo che da lì i suoni non erano ottimali. O meglio, la “botta” c’era tutta, ma almeno nella prima mezz’ora / quarantina di minuti era tutto molto impastato. La situazione è migliorata un poco, ma poco. Alla fine all’Unipol tutto sta nell’avere la fortuna (leggasi “botta di culo inenarrabile”) di trovare un tecnico del suono che compia il miracolo (al contrario della situazione al Palalottomatica a Roma. Lì avere una resa sonora decente è umanamente impossibile).

  2. Io ero in parterre ad una 20ina di metri dal palco. I suoni erano pessimi, si è iniziato bene poi non si capiva più nulla. Cassa e basso si mangiavano tutto, soprattutto le sequenze (cosa che ha spezzato le gambe a tutte le canzoni del nuovo album). C’è stato un rincorrersi al rialzo con i volumi, ad una certa la chitarra di Joshua era altissima, veramente inascoltabile. Nella zona in cui stavo abbiamo avvertito tutti mal di orecchie. Il concerto di Milano del 2013 era tutt’altra cosa (a livello sonoro e personalmente anche di scaletta). Quello che dispiace è che la buona prova dei QOTSA sia stata parzialmente vanificata da dei suoni inaccettabili, non so se da imputare alla logistica o ai fonici.

  3. Boh…io ho visto/sentinto un concerto strepitoso, bevete qualche birretta in più e godetevili il tutto ….. il CD lo ascolto in macchina, mi diverto e personalmente non era cosi male il tutto…rock n roll e poche menate!!!!!!!!!!

    • Ma infatti il concerto è stato una bomba, solo che come ogni bomba che si rispetti per i due giorni successivi ha lasciato solo il FFFFFFIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

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