Russian Circles: eroi post-rock nella capitale del mondo

La band statunitense in Italia per quattro date del loro tour europeo: il nostro racconto di quella romana.

I Russian Circles sono la classica band che tutti gli amanti del rock conoscono ma che nessuno ha mai ascoltato davvero sul serio. Pochissimi possono ammettere di conoscere la band a fondo, di aver seguito il percorso musicale dagli esordi di “Enter” e “Station”, magari di possedere i dischi o vinili in copia fisica e di aver ascoltato tutta la discografia. Ma almeno un brano della band statunitense rappresenta qualcosa per molti, ognuno ne è legato per un motivo e ne ha legato un ricordo. Il perché si ricava dal fatto che i Russian Circles fanno post-rock, sono un trio e fanno musica strumentale (come circa il novanta percento delle band del genere), sono complessi e sono i più estremi nel sound all’interno del movimento. Qualcuno li definisce addirittura post-metal (che suona quasi come un insulto), ma non ha tutti i torti. Però se per caso vengono nominati durante un dibattito musicale tra musicologi esce fuori che incredibilmente tutti i presenti li conoscono. Un po’ per il motivo sopracitato, un po’ perché sono – oggettivamente – la classica band da conoscere (o “conoscere di nome”) per potersi dare un tono e palla al centro.

I Russian Circles dopo l’uscita di “Memorial” nel 2014 e “Guidance” nel 2016 hanno dato atto di tutta la loro intraprendenza organizzando interminabili tour in America ed Europa. Eccoli ora in Italia per ben quattro date. A Roma arrivano carichissimi. Il MONK di Roma solitamente non ospita questo genere di concerti, spesso più votato all’Indie, al Jazz, all’Alternative ed al cantautorato; è un locale decisamente elegante e ben curato, un circolo culturale esclusivo con tanto di tessera d’iscrizione richiedibile almeno ventiquattro ore prima dell’evento, altrimenti non si entra nemmeno a pagare il doppio il biglietto.

La setlist è incentrata maggiormente e forse troppo sul nuovissimo “Guidance”: i Russian Circles salgono sul palco ed accordano sul momento gli strumenti, le luci diffuse mostrano solo le ombre dei tre musicisti che iniziano il live con l’intro arpeggiato “Asa”. Ecco crescere progressivamente d’intensità il sound che esplode nella successiva “Vorel”, il pubblico sembra partecipare assorto e stordito. I Russian Circles sono capaci nella stessa canzoni di risvegliare demoni interiori, evocarli per poi sconfiggerli, aprire le porte dell’inferno, scottarsi tra le fiamme e spegnerle per giungere in luoghi ben più celestiali.

Per quanto un brano possa essere assimilato, permane ad ogni nuovo ascolto il disagio dato dai netti cambi di atmosfera nello stesso. Così l’ascoltatore viene catturato, tenuto sotto il magnetico controllo della band anche durante le semi-ballad in successione “1777” e “Mota”, tratte in ordine dagli ultimi due album ed entrambe simili nella struttura. Partono decisamente lente, con sintetizzatore e chitarre cariche di effetti in primo piano, per poi cambiare radicalmente con l’incalzare della batteria ed un basso abbondantemente distorto.

C’è intesa tra i tre membri della band, anche se affrontano il live con un diverso approccio ognuno: Mike alle chitarre è rilassato, pacato e timido al contrario di Dave che alla batteria ricorda proprio lo stile estremo delle più pesanti band metal e sembra immagini di trovarsi headliner al Wacken festival. Brian è concentratissimo sul suo compito – quello di collante tra sezione ritmica e melodica – si occupa del sintetizzatore e del basso (che a tratti suona, incredibilmente, contemporaneamente), ma nel corso di un brano può diventare anche seconda chitarra alternando i vari strumenti. Menzione speciale una coinvolgente versione di “Harper Lewis”, decisamente il brano più epico e maestoso scritto dalla band e contenuto in “Station” (il secondo disco, 2008). Grande classico immancabile. Mentre manca però in scaletta la celeberrima “Death Rides a Horse” ed il rimpianto è grande, era stata portata in tour nel 2014 ma oggi è la grande esclusa.

La band ringrazia (o forse no) velocemente, saluta il pubblico con un cenno della mano e sparisce dietro le quinte. Apparentemente freddi, ma hanno comunicato ciò che dovevano comunicare non a parole, ed hanno detto tutto. Spesso relegati a reietti in quanto troppo estremi per un pubblico post-rock, hanno contribuito incredibilmente a creare e portare avanti il genere. E sono sulla scena da oltre dieci anni, ci sono sempre stati.

I Russian Circles sono gli eroi di cui il post-rock ha bisogno, ma che non merita.


ABBIAMO PARLATO DI…

Russian Circles
European Tour 2017
MONK, Roma

Matteo Galdi

Matteo Galdi

Ho un brano adatto per ogni momento della giornata, ho ogni ricordo importante o periodo della mia vita legati ad una band o un disco. Suono il basso in una band metal, di quelle che fanno i riti satanici. Amo scrivere, amo la musica ed i concerti, amo l'arte in tutte le sue forme. Ad esempio infatti amo la carbonara ed il tiro a giro alla Del Piero.
Matteo Galdi

About Matteo Galdi

Ho un brano adatto per ogni momento della giornata, ho ogni ricordo importante o periodo della mia vita legati ad una band o un disco. Suono il basso in una band metal, di quelle che fanno i riti satanici. Amo scrivere, amo la musica ed i concerti, amo l’arte in tutte le sue forme. Ad esempio infatti amo la carbonara ed il tiro a giro alla Del Piero.

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