Steven Wilson, il prog-pop e i bipolarismi live

Racconto forzatamente onesto della resa live dell’An Evening With… tour.

Un angelo di sessanta tonnellate, caduto sulla terra, mi ha portato ieri sera nel mezzo di un curioso ritrovo di gente di diverse età e diversi interessi. Ex metallari e strenui poser impegnati birra in mano a combattere con la calvizie, giovanissimi, veri o finti intenditori che parlavano degli Anglagard, famigliuole al completo, fidanzate riluttanti portate ad assistere a un macigno di tre ore e spicci.

Steven Wilson, Milano, Teatro Arcimboldi. Dove fanno Zelig. Non più, come ricorda con il tipico panegirico friendly per il pubblico della nazione corrente (abbinato a insulti agli immobili francesi, che in tanti fanno e che non fanno mai male) in quelle venue da sfigati dove portava per la prima volta in giro Even Less. Wilson nel 2018 ha il disco con la sua faccia accanto alle casse alla Feltrinelli, si ferma – così dicono – a lungo, per interviste post-concerto. Wilson gioca a fare la popstar, fa filodiffondere gli ABBA prima di mettere un filmato di keyword e immagini disturbanti sulla post-cultura ed entrare con la delicatezza di Nowhere Now. Fa un pippone di dieci minuti contro Justin Bieber, come una sorta di excusatio non petita, tra i 13 minuti di prog metal di Arriving Somewhere But Not Here e il bollywood pop di Permanating. Chiude la prima volta lasciando Blundell a scassare la batteria a colpi di doppio pedale, su Sleep Together, la seconda con The Raven That Refused To Sing, in una valle di lacrime.

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Photo Credits: vivimilano.it

Così descritta la scaletta pare un saliscendi stilistico e soprattutto emotivo devastante. Lo è. Assolutamente. Avevo sulle spalle anche l’ansia della prima volta da lucido, sottolineata impietosamente da due alle mie spalle che commentavano ogni nota a voce alta, nel momento in cui veniva eseguita. “Eh Guthrie lo faceva meglio. Eh il chitarrista è bravissimo ma suona troppo” (solo a me suona tipo “Dybala è fortissimo ma dovrebbe segnare di meno”?). A tratti percepivo la lacrimuccia ai bordi degli occhi, specialmente su Refuge, aiutato forse dalle visual alle spalle sul dramma dei migranti, forse anche da un faretto molto forte e molto celeste sparato dritto dritto sulle iridi. Per la maggior parte del tempo, l’impeccabile magnificenza di ciò che veniva suonato non mi ha fatto quasi capire niente. Ho provato a fare una foto al palco (non si fa, me misero) dimenticando di togliere il flash, e la coppietta davanti a me ha smesso di sbaciucchiarsi sobbalzando come se avessi suonato una vuvuzela o sparato ad altezza uomo. Mi si è sopito del tutto lo spirito critico, e non ho fatto caso al fatto che Permanating – che pure su disco ho difeso sempre strenuamente – dal vivo è una canzone effettivamente scarsetta. O al fatto che mandare le registrazioni delle vocalist assenti (anche se il volto gigante di Ninet è sempre un bel vedere) è in fondo una mezza buffonata. O al fatto che la venue seduta + visual + band semi-immobile per bombarde strumentali non è il massimo del coinvolgimento. Non me ne sono quasi accorto. Quasi.

La verità è che lo show di sir Wilson è stupendo, ma non perfetto. È un live che combatte costantemente con gli insidiosi equilibri di chi ha tantissimi capolavori nel proprio back catalogue, e deve avere a che fare con l’ingrato compito di incastrarli cercando il più possibile di avvicinarsi a una fantascientifica perfezione. Ben sapendo di lasciare sempre qualcuno scontento: dove cazzo è Routine, per esempio? O Don’t Hate Me? E per evitare di renderlo uno show polarizzante, di quelli troppo nostalgici o troppo iconoclasti, troppo pop!! o troppo metal, Wilson lo rende fortemente polarizzato: otto undicesimi della riformista e colorata allegria di To The Bone sono incastonati nel mezzo del depressive rock di una vita, con una scioltezza che probabilmente nessun altro al mondo riuscirebbe a raggiungere. È invero parecchio complicato, anche per una band di mostri, tirar fuori una coesione perfetta tra la dolcezza arena-rock della coda di Pariah e la complessità prog di Home Invasion, tra i falsetti esagerati di The Same Asylum As Before e l’angoscia di Heart Attack on a Layby. Se non ci siete stati e non l’avete già applaudito, applauditelo adesso: se lo merita. Eccome.

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Photo Credits: insidemusic.it

Però, all’evidente complessità dello stendere la setlist corre parallela quella dell’assistervi. A poco valgono le comparsate a Taratata, l’airplay di cui sono stato testimone anche in macchina o nei centri commerciali: lo show di To The Bone è glorioso, incredibile, ma è un’epopea for fans only ancor più di quanto lo sarebbe se fosse fatto di soli tributi al passato. Bisogna avere il necessario feeling con l’artista per comprenderne e giustificare le svolte, E la giusta conoscenza di tutti i cambi di tempo delle suitone per anticiparli, pregustarli, apprezzarli appieno.

Per fortuna, siamo comunque in tanti. Per fortuna, posso bearmi e vantarmi di avere tali prerequisiti. E, val la pena ribadirlo, Cristo, personalmente ho goduto come un riccio.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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