The Smashing Pumpkins a Bologna. Metti che…

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… metti che un giorno ti svegli e le tue prime parole sono “Tre. Ore. E. Un. Quarto.”

Metti un tizio sulla trentina, con Dr. Martens logorate da 10 anni di asfalto e fango, ciondoli, bracciali di varia fattura e una t-shirt di un’Alice incatenata e ingrigita dal tempo. Metti una massa umana che continua a ingrossare il ventre dell’UnipolArena, metti un open act che percepisci tra i corridoi del palazzetto perché tu in verità sei Ryoga Hibiki, e hai il senso dell’orientamento di un batuffolo di polvere.

Metti che tutto questo, se non fosse per lo smartphone che stringi in mano, potrebbe essere ambientato nel 1996, diec… venti e più anni fa.

Metti la preoccupazione di assistere a degli Smashing Pumpkins fedeli nel loro nome, ossia fracassati e spompati. Dopotutto, Billy “Mago Otelma” Corgan ha dovuto cancellare lo show acustico del giorno prima per motivi di salute, è comprensibile la strizza del tizio sulla trentina che finalmente ha raggiunto la sua postazione (grazie Google, grazie Huawei). Ecco, quella preoccupazione accartocciala come una lattina di Becks e corri a metterla in un cestino della differenziata (l’ecologia è importante).

Quello che è avvenuto il 18 ottobre 2018 all’UnipolArena di Bologna è andato oltre le aspettative di quel tizio sulla trentina. Metti, anzi no, non mettere niente. Ma proprio niente. A mettere badilate di decibel e feedback ci pensano gli Smashing Pumpkins sul palco, mentre il buon William sulle note acustiche di “Disarm” ti intercetta nella corsa e ci pensa lui a buttare nell’indifferenziata quella preoccupazione idiota che avevi. Non prima di averti fissato con uno sguardo ora rassicurante, ora folgorante.

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Già, questione di sguardi, perché Corgan non spiccica parola col pubblico manco a pagarlo. In effetti i 14.000 presenti hanno pagato per vederlo suonare e cantare, non per fare un comizio. A tal proposito, il tizio sulla trentina si sta chiedendo chi fosse davvero pronto per uno show di 3 ore e un quarto. Sì, avete letto bene. Lo scrivo anche a lettere, così siete sicuri che io non mi sia sbagliato. Tre ore e un quarto.

Tre ore e un quarto. O poco più. Duecento minuti perfetti (a differenza dei suoni, ma il fonico è salvo dal linciaggio: non è stato neppure lontanamente sfiorato il disastro avvenuto un anno fa con i Queens Of The Stone Age). Duecento minuti in cui ho visto salti, lacrime, tentativi di pogo (l’età avanza non solo sul palco), un essere umano che è riuscito ad addormentarsi in piedi in mezzo a tutto quel trambusto. Duecento minuti in cui William Patrick Corgan e i suoi compagni di merende (ai quali ha rubato i cestini più e più volte) imbastiscono un muro sonoro d’altri tempi, concedendosi anche dei tributi sorprendenti come Space Oddity del Duca Bianco (ottima reinterpretazione) e una Stairway To Heaven dei Led Zeppelin (coraggiosa), senza dimenticare Landslide dei FeelGood Mac.

Il tizio sulla trentina rimane stupefatto e un po’ tumefatto nell’animo, perché in tre ore e un quarto di concerto ha assaporato divertimento, melanconia, sfogo, felicità. Ha assaporato il suono che lo fa sentire al sicuro, coccolato anche quando qualche coltellata al fianco gli viene inferta, ma è il gioco delle parti che lo richiede e lui lo sa. Mai uno sbadiglio. Solo occhi puntati su verso il palco, verso il resto della platea, verso un simulacro che compare in mezzo alla folla, sorretto da dei frati. Solo acufene cronico che cavalca a più non posso, ma sono problematiche che probabilmente e giustamente a voi, cari lettori, interessano quanto il 2 di coppe quando briscola è denari.

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Più che un concerto, un’esperienza. Tanto dovrebbero essere i live: esperienze, pezzi di vita che arricchiscono il proprio soggiorno terreno. Tanto è stato ciò che William Patrick Corgan e soci hanno donato ai 14.000 presenti all’Unipol Arena. Anche sulle note finali di Dumbo, in cui Billy, però, sembrava davvero il Mago Otelma più che il topo Timoteo.

Ma va benissimo così.

Perfetto, anche così.


Setlist

  1. Mellon Collie and the Infinite Sadness
  2. Disarm
  3. Rocket
  4. Siva
  5. Rhinoceros
  6. Space Oddity (David Bowie cover)
  7. Drown
  8. Zero
  9. The Everlasting Gaze
  10. Stand Inside Your Love
  11. Thirty-Three
  12. Eye
  13. Soma
  14. Blew Away
  15. For Martha
  16. To Sheila
  17. Mayonaise
  18. Porcelina of the Vast Oceans
  19. Landslide (Fleetwood Mac cover) (with Amalie Bruun)
  20. Tonight, Tonight
  21. Stairway to Heaven (Led Zeppelin cover)
  22. Cherub Rock
  23. 1979
  24. Ava Adore
  25. Try, Try, Try
  26. The Beginning Is the End Is the Beginning
  27. Hummer
  28. Today
  29. Bullet With Butterfly Wings
  30. Silvery Sometimes (Ghosts) (Encore)
  31. Baby Mine (Betty Noyes cover) (Encore)
Andrea Mariano

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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