TOdays18, Day 2: i Mogwai e le buone alternative torinesi a Cristiano Ronaldo

Cronaca di un inside man in quella cricca di amanti della musica che ha resistito al richiamo dell’Allianz.

Torino, 26 agosto 2018 DC, o anche 0 DCR7. I riflettori dell’Italia intera, da Studio Aperto ai profili privati di Instagram, puntano sul capoluogo sabaudo per l’evento dell’anno: Cristiano Ronaldo che scende finalmente dal cielo per incontrare il suo pubblico. Potrebbe addirittura segnare, sarebbe una nuova degna festa della Repubblica. Tutta o quasi Torino pronta all’Allianz, o chi non può alle Officine Ferroviarie, o chi non c’ha i soldi a casa, su siti di streaming con telecronache in arabo affidate a membri dell’ISIS. Tutti tranne qualche migliaio, in realtà: perché nel cuore di Barriera di Milano, a qualche km di distanza dal suddetto stadio, migliaia di teste sono pronte a volgersi verso qualcosa di non calcistico. È la seconda giornata del Todays, eventone estivo cittadino, già magistralmente inaugurato dai The War On Drugs. Ed è in mezzo a questa gente che mi sono recato, inizialmente per portare alle mie orecchie la wave amarcord dei My Bloody Valentine; in seguito, per improvvisa defezione degli headliner, per quegli splendidi Mogwai che adoro da anni, ma che sono riuscito sempre a dribblare ogni qualvolta scesi alle nostre latitudini. Che culo. Quel che segue è una mia cronaca dettagliata per capire se ne è valsa la pena.

Ore 18 e rotti: all’Allianz il fischio d’inizio. Al Todays la gente è già parecchia. La giornata minaccia pioggia, ma regge: c’è fresco, incredibilmente non c’è la pronosticabile invasione di zanzare. Salta su Daniele Celona, cappello stylish, atteggiamento saltellante, sembra il figlio bastardo di una improbabile unione tra Daron Malakian e Calcutta. Porta una succosa anteprima del suo terzo album Abissi Tascabili, tra cui il già rilasciato pezzo Shinigami. I suoni che da studio mantengono comunque una certa rotondità dal vivo deflagrano in un’energia inattesa, mentre il frontman dei Celonas (così, li chiama) va sussurrando maligno il “non respirare” del suo nuovo singolo. La band, cinque elementi, non ha la struttura adatta per fare i Fast Animals and Slow Kids ma non lo sa, e alla fine viene fuori quello che sembra veramente un concerto dei FASK. Mancano soltanto gli scoppiati che pogano sotto il palco. Mi rimane solo un tizio con innumerevoli tatuaggi (anche sui lobi) intento nei momenti di massimo coinvolgimento a fare selfie spalle al palco facendo cornaccia da fan degli AC/DC. Avrei dovuto chiedergli di mandarmeli.

Ore 19 e rotti: all’Allianz è finito il primo tempo, e Ronaldo non ha ancora segnato. Al Todays comincia a rosseggiare il crepuscolo ed emerge un pesce spada vestito da prete (o un prete vestito da pesce spada). È ovviamente Colapesce, che ben pensa di aprire il suo concerto con una teatralità da Slipknot e con una bomba atomica sonora quasi post-industrial, per poi ammorbidirsi. Un po’ come fa Motta, con “È un po’ come essere felice“. Il buon Lorenzo Urciullu è un frontman capace e un discreto paroliere, ha una band notevole (specialmente Adele Nigro alla sua destra, chitarre varie, fiati e vocalizzi specialmente sulla chiusura a la The Great Gig In The Sky), diverte quando inserisce l’inossidabile termine “minchia” e l’immancabile vaffanculo a Salvini tra un pezzo e l’altro della sua scaletta (apice qualitativo su “Maometto a Milano“, per le statistiche). Ma non riesce a togliermi quell’idea di essere la personificazione del concetto di trascinamento a un concerto da parte della propria fidanzata. O da parte, per usar parole sue, di qualcuna che vorresti vedere, attraversare e non capire. Non ricordavo un concerto così sbaciucchione da anni. Non ricordavo neanche tante facce maschili esasperate da quelle dei padri dei video su YouTube dei concerti di Violetta. Ma sì: sarò io ad esser prevenuto.

Ore 20 e rotti: è finita all’Allianz, Ronaldo non ha segnato. Rifocillato da una schiacciata porchetta e rucola suggeritami dal collega del Day 1 (grazie) e da una prima Nastro ai soliti 5 euri tattici, ritorno in mezzo a una platea la cui età media sembra essersi percettibilmente alzata. Sarà l’effetto degli appena saliti Echo & The Bunnymen, sarà anche l’effetto sulle prevendite dei mai più arrivati My Bloody Valentine. Mentre in sottofondo c’è Lips Like Sugar davanti a me si apre la stessa finestra su coppie in effusioni, questa volta però overquarantenni. Ian McCulloch, illuminato alle spalle da flash esagerati e raramente a tempo, parto di un tecnico del suono evidentemente fan dell’epilessia altrui, sta sul palco teso e serio come una sfinge: per lui la new wave non è mai morta, lui non ha nessun bisogno e nessuna intenzione di sciogliersi. Si muove soltanto per la rituale accoppiata sorso di whiskey – sorso di latte (e opzionale sigarette) tra un brano e l’altro. Villiers Terrace, e quel basso semi-distorto che la spezza nel mezzo, diventa picco energetico di un concerto misurato per quanto spaventosamente british, che si concede un tributo a Lou Reed (stralci di “Walk on the Wild Side“, du du du incluso) e fa esplodere il pubblico quando le 12 corde della vox di Will Sergeant annunciano, e accompagnano, l’indimenticabile Killing Moon.

Ore 22 e rotti: nel frattempo ha vinto pure il Napoli, ad altre latitudini. L’educata energia di Echo e degli uomini-coniglio lascia il palco all’indeterminatezza sonora dei Mogwai. Non fatevi gabbare dall’amico fighetto che deve fare l’esperto alternativo e vi dice che ci sono altre band post-rock più significative degli scozzesi, sono stronzate: i Mogwai sono il post-rock, ne sono al tempo stesso veri ideatori e migliori proseliti. Seguire un concerto dei Mogwai è oggi come nel 2000 il migliore modo possibile per scoprire tutti i pregi e difetti della nicchia più autocompiaciuta fra tutte le nicchie dell’alternative. Un live dei Mogwai, dal momento in cui Braithwaithe lo inaugura suonando il basso a polliciate verso il basso, da seduto, al momento in cui lo termina dicendo soltanto “Grazie Thank You” senza fare nemmeno il fintone dell’encore, può sembrare una rumorosa introduzione di un’ora e mezza a un concerto che non comincia mai. Per quei delay e le distorsioni che sopra un palco si impastano più del dovuto, mandando rumori in loop in un tripudio dell’incompiutezza. Oppure può sembrare il momento ideale per chiudere gli occhi, fermarsi, pensare, sentire fluire dentro i propri padiglioni auricolari una ipotetica perfetta colonna sonora per la propria misera vita. Con Mogwai Fear Satan, magari, a fare da sottofondo ai ricordi più esecrabili, con New Paths to Helicon, Pt.1, per i più eterei e romantici dei sogni che mai si realizzeranno.

I Mogwai possono essere sia l’uno che l’altro, a seconda di chi ascolta; probabilmente sono un ben riuscito mix di entrambe le cose. Probabilmente sono il concerto meno user-friendly per chi non li conosce già benissimo. Accanto a me vedo uno che li cerca su Wikipedia, per esempio. Poi una che chiede al suo vicino “ma quando cantano?” intorno alla metà del concerto. Un’altra ancora che invece vocalizza l’intera linea melodica di Don’t Believe The Fife, con il trasporto che avrebbe una fan di Vasco a cantare Albachiara. Qualcuno se ne va, e resisto anche alla carica di un facocero con la maglia degli Yawning Man che ha evidentemente confuso le elettroniche di Remurdered per l’annuncio di una prova di evacuazione. A me rompono il cazzo un po’ tutti: con la Nastro Azzurro mantenuta fresca dalla sera discretamente fredda, voglio far di tutto per far parte della seconda categoria di ciechi, assorti ascoltatori. Per farmi sorprendere dalle deflagrazioni delle triple chitarre, senza vederle preventivamente annunciate dal tendersi del tricipite di Alex Mackay, a me vicinissimo (qualsiasi lato del palco scelga, sarò sempre sotto il turnista). Per assorbire il più possibile di quel soundscape che i Mogwai, nella maniera più disinteressata e strafottente possibile, dispensano con maestria. Un grazie al Todays e soprattutto un grazie al caso, per avere apparecchiato questo sogno ad occhi chiusi.

La cronaca del day 1.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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