TOdays18, Day 3: gli Editors, e il passare degli anni

Cronaca della variegata chiusura dei tre giorni di musica allo Spazio211.

Ho ancora le orecchie che mi fischiano per Mogwai Fear Satan, quando sotto un ritrovato sole mi indirizzo verso il terzo e conclusivo giorno del TOdays. Il giorno degli headliner, di quegli Editors che tornano in Piemonte undici anni dopo. E undici anni sono un sacco di tempo. Undici anni fa, per rimanere in tema col report di ieri, la Juventus era in serie B. Undici anni, per esempio, sono quasi il triplo del tempo che questo festival che sta per concludersi ci ha messo per diventare così importante, per annoverare in line-up già alla precedente edizione (la #3) una donna cult come PJ Harvey. Sono tanti, undici anni.

Quasi quanto il tempo che passo in un’inaspettata fila, per un’apertura porte che sfora ampiamente le previste 18.00. L’allarmante assembramento umano poi si sfalda una volta dentro, con la gente che va giustamente a riempirsi di mezze birre preparatorie e qualche manciata di inossidabili che va fare picchetto nelle prime file. Il palco è pieno di fiori, mi aspetto che d’un tratto esca Carlo Conti a darmi il benvenuto a una rivincita di Sanremo. Invece esce Generic Animal, al secolo Luca Galizia, classe ’95 che non conoscevo e che mi piace immaginare, almeno stilisticamente, come un cuginetto di Carl Brave. L’animale è chiaramente tutto meno che un animale da palco, e introduce i suoi pezzi con una timidezza degna della prima ondata di band emo adolescenti e con finissima letteratura da live quale “questa canzone si chiama Emoranger come il mio nuovo album. Bella“. Sei, sette pezzi in scaletta, tutti cantati onestamente e suonati quasi per nulla, fedelmente aderenti ai nuovissimi crismi di quell’hip-indie tutto italiano che, stando a guardare la giovane coi capelli blu alle mie spalle che li canta e balla dal primo all’ultimo, coinvolge. Io personalmente continuo a non spiegarmelo, questo hip-indie. In realtà non so nemmeno se si chiama veramente hip-indie, o indie-hop, o indie-hip hop. Ma se è per questo non riesco neanche a spiegarmi il proliferare di ragazze coi capelli blu. Starò invecchiando.

Ho accennato al supposto hip-indie, prima, come corrente che pur sforzandomi continuo a ritenere inspiegabile: non è l’unica, tra le tante strane strade che l’indie italiano ha intrapreso in tempi recenti. Continuo a pensare che Levante, per esempio, abbia fatto più danni della grandine, facendo diventare fortemente attraenti i femminei lamenti. Maria Antonietta, seconda in line-up e ispiratrice della funerea orgia di pallidi fiori, esordiva anni fa con un’attitudine semi-punk che oggi, semplicemente, ha cessato di esistere. Debilitata dalla laringite nonostante sia il giorno del suo compleanno (tanti auguri, anche se in inevitabile ritardo), la cantautrice pratese segue l’andamento languido e oscillante del suo ultimo album Deluderti, riproposto per larghi tratti. Non un live only-for-fans, perché gli appigli melodici ricordabili sono svariati e il singolo Pesci merita, ma quasi: non aiuta sicuramente una resa audio non eccelsa della voce che rende incomprensibile un buon 40% dei testi, il cui esistenzialismo rimane vero fulcro della proposta della cantautrice. Peccato. Interessante il bassista uomo che finge di cantare sui coretti di voci femminili.

Mentre da seduto sull’erba a lato del palco mi interrogo sulla discutibile frammentazione stilistica di quest’ultima serata del festival, emerge quello strano essere umano che si fa chiamare Ariel Pink, assieme alla sua ancor più sgangherata band. Ariel Pink è una conferma bipede del fatto che la linea di demarcazione tra fenomeno e fenomeno da baraccone è spesso estremamente sottile: della sua oretta di esibizione, per farla breve, non si capisce niente. Nella sua presenza scenica che ricorda un impiegato delle poste che in realtà bazzicava Barriera di Milano per andare all’Eurospin, e con il microfono ammantato da uno stridente oceano di effetti, il totem della neopsichedelia dimostra come neopsichedelia sia in fondo un termine jolly per indicare qualsiasi cosa. Dai campionamenti di Video Killed The Radio Stars alle sfuriate hardcore punk in scream. Dalle vocine da Benny Hill Show a circonvoluzioni chitarristiche (band di notevole perizia e ben disposta ai cambi di tempo) da Yes dei tempi di Fragile. Ariel mi ha stordito, e so mio malgrado che dovrò ascoltare almeno quindici giorni di pop da American Idol per cancellare quel gigantesco BOH neopsichedelico che campeggia al centro del mio cervello.

Quando gli Editors arrivano senza fare per niente i VIP, puntualissimi, mi sono colpevolmente defilato dalle prime file del palco. Utilizzo la tatticona e comincio a guardarmi intorno cercando amici inesistenti mentre mi incuneo verso posizioni privilegiate. Luci blu e botti secchi di grancassa annunciano l’ingresso su Cold, ballatona da accendini che non impedisce al frontman – questa sera, a voler essere puntigliosi, insolitamente impreciso sulle note molto basse – di cominciare a svolazzare da un lato all’altro del palco, come da trademark, come un essere per metà Mick Jagger e per metà pipistrello. Gli Editors scelgono di eseguire la setlist da tour e non da festival: fondamentalmente non fanno tanto, fanno tutto. Forti di ormai una ventina di potenziali bombe da sing-along, riescono anche a fluidificare la scaletta molto meglio di quanto fosse possibile fino a The Weight Of Your Love, riuscendo a trovare un’armonia quasi assoluta tra la vecchia matrice buia e chitarristica e l’anima molto elettronica e variopinta delle ultime due uscite. È così che la coda pulsante ed allarmata della title track dell’ultimo album, Violence (una delle cose migliori di un disco invero poco più che mediocre), viene annegata drammaticamente nella plumbea stasi di No Harm, in una transizione roboante e davvero cinematografica (anche nei cromatismi delle luci di palco). E che, nel lungo encore di cinque pezzi, il classicone Munich si chiude in sparute note di piano, che si trasformano poi con studiata casualità nel motivo trainante di Papillon, prima dell’esplosione dei synthoni e del solito bordello che il pezzo diventa in contesti live.

Sono sempre un gran bel vedere, gli Editors. Alla terza occasione è probabilmente quella in cui mi convincono di più: probabilmente perché Ocean of Night è veramente il miglior pezzo che possano portare sopra un palco. Probabilmente perché No Sound But The Wind in religiosa mise-en-place acustica è il brano perfetto per farti sentire un povero fallito coglione per essere lì a presenziare senza donna al fianco. Probabilmente perché, imperfezioni e scivoloni in studio a parte, gli Editors sono una grandissima live band, e basta.

Chiudo il mio resoconto di due terzi di TOdays soddisfatto e determinatissimo a ripetermi l’anno prossimo, con la curiosità di sapere come questo festival possa ancora crescere. Lascio però un plauso, doveroso, ai veri fenomeni dell’edizione: chi ha stampato gli striscioni di 20 metri a bordo palco scrivendo 24-25-26 agosto 2017, provando poi una disperata correzione in extremis con il nastro adesivo di carta. Avrei davvero voluto essere spettatore, anche pagante, del momento in cui se ne sono accorti. Non sarebbero bastate sicuramente 3000 parole di livereport.

Cosa è successo nel Day 1

Cosa è successo nel Day 2

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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