Dischi Che Escono – 02/07/2018

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Musica da ascoltare mentre si gufa la Francia (25/06/2018 – 01/07/2018)


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Gorillaz
The Now Now

Pop, Parlophone

L’highlight
Magic City

Per chi apprezza
Il desolato snobismo

C’è della contraddittorietà nel recente rush creativo di Damon Albarn, arrivato al quarto album in cinque anni e al secondo in quattordici mesi con i redivivi Gorillaz. All’iperattività comunicativa si affianca appunto il sound più stripped down, più desolato che la band virtuale abbia mai avuto: c’è il doppio ospite nerissimo come sempre, per dire (e qua si tira in ballo addirittura quell’inveterato pappone di Snoop Dogg) ma su “Hollywood” ciò che fa da padrone è il biascichio esausto, quasi sconfitto del leader. È un album che si toglie di dosso quella patina colorata quanto ambiziosa che aveva visto il suo apice in Plastic Beach, volgendosi verso un sound ancora molto sintetico ma decisamente vintage, che si potrebbe quasi dire in scia a recenti divagazioni psych di Tame Impala o simili. Una interpretazione del pop sempre strana, sempre autocompiaciuta, ma probabilmente -in questa nuovissima assenza di fronzoli- più immediatamente accessibile e gradevole. Keep up, Damon. – Riccardo Coppola


Guns N’Roses
Move To The City – 1988 Acoustic Version (Singolo)

Hard Rock, Geffen

L’highlight
Vederla brillare nelle playlist spotify

Per chi apprezza
I glory days. E i chili in meno.

Axl e soci rendono disponibile per l’ascolto l’unreleased track acustichella Move To The City, tratta dalle caxxutissime sessioni di GN’R Lies. E immediatamente ti rendi conto (ti ricordi, più che altro) di quanto diavolo erano immensi gli anni ’80, specie in quegli eterni mesi di seconda metà, quando la ciurma in questione non era ancora carne né pesce, non abbastanza colorata e con rossetto per essere glam quanto gli amici/rivali Poison e Cinderella né troppo direttamente bad boys e biker per seguire a stretto contatto Tracii Guns o Nikki Sixx nella fase definitiva. Eppure quella lucida sfrontatezza luciferina a là Mike Monroe e Aerosmith, ancor più percepibile in acustico, che soltanto loro ormai avevano a livelli così puri, avrebbe fatto la differenza. Ora che la riascolto, a dir la verità la fa ancora oggi. Alzate il volume, Dio Santo. Alzatelo. – Giulio Beneventi


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Alice In Chains
So Far Under (singolo)

Alternative metal, BMG Rights Management

L’highlight
Gli intrecci tra vocals

Per chi apprezza
Un po’ di old school fatto come si deve

Al solo sentire “Alice In Chains” le orecchie dei più appassionati non potranno che essere felici… o nostalgiche. Insomma, sensazioni diverse ma pur sempre positive. Dal canto mio, posso dire che alla notizia di un nuovo album firmato AIC ero estasiato.
So Far Under non ha deluso le mie aspettative, è un ritratto quasi perfetto della band americana, ha sapore di anni ’90 a tutti gli effetti. Ci sono tutte le caratteristiche che hanno reso gli Alice In Chains dei colossi del rock: riff cazzutissimo, le vocals che danno un senso di “minaccia incombente”… pure un bel solo di chitarra.
Nonostante tutto, la precedente “The One You Know” mi era piaciuta leggermente di più. Sarà stato l’effetto sorpresa? Chi può dirlo. L’unica cosa certa è che non vedo l’ora di avere il disco bello e fatto tra le mani. – Jacopo Morosini


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Drake
Scorpion

Rap – Hip Hop, Young Money Entertainment

L’highlight
God’s Plan

Per chi apprezza
Le cose lunghe

Se c’è una cosa che mi fa sorridere, quella cosa è vedere le infinite cover degli album rap con sopra il faccione del cantante di turno. La foto scelta da Drake per la copertina di questo suo ultimo album Scorpion è la tipica immagine che si può trovare su una qualunque tomba del Verano di Roma: lo sguardo di un volto inespressivo rivolto verso il vuoto. Scorpion nelle sue venticinque tracce, distribuite su due dischi, sembra contenere alcuni riferimenti alla presunta paternità di Drake: ‘I wasn’t hiding my kid from the world / i was hiding the world from my kid’. Una manna dal cielo per gli amanti del gossip musicale. Se poi vi ritrovate Michael Jackson tra i credits dell’album, potete star tranquilli che non si tratta né di un errore né del Messia; il brano Don’t Matter to Me contiene infatti la voce del compianto Re del Pop, in un fantasmagorico chorus molto acuto. Approfitto di questo spazio per prendermi la libertà di manifestare il mio dissenso nei confronti di album così lunghi, che finiscono per contenere tante (troppe) tracce: un’inevitabile alternanza di alti e bassi. Ma se Scorpion è stato riprodotto ben 130 milioni di volte nella sola giornata di venerdì, allora sembra che non tutti siano della mia stessa idea. – Francesco Benvenuto


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Sean Paul
Mad Love – The Prequel

Hip Hop, SPJ Production

L’highlight
Naked Truth

Per chi apprezza
Il lato tamarro di ognuno di noi

Sean Paul è il nostro re. Sì, anche il tuo, o metallaro intransigente. Perché ognuno di noi ha un lato tamarro che scalpita, ognuno di noi ha un lato tamarro da nascondere. Ma come ogni segreto, da qualche parte dovrà pur sfogarsi. No, non è una perifrasi per dire che questo disco è una cagata, perché onestamente Mad Love – The Prequel è un gran bel disco con un gran bel groove. Elegante come una Ford Mustang con sospensioni idrauliche, delicato come una sculacciata di Rocco Siffredi su Valentina Nappi, Perfetto per una serata di gala a Buckingham Palace organizzata da Harry quando Betti the Queen non è in casa. C’è un Sean Paul in ognuno di noi, l’importante è accettare questa scottante e sacrosanta verità. Yo yo yo e naso tappato compresi. – Andrea Mariano


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Bullet for My Valentine
Gravity

Metalcore, Spinefarm

L’highlight
NIENTE

Per chi apprezza
Piastrarsi i capelli e tingerli di tonalità violacee

L’altro giorno guardando AOTY mi sono reso conto di una cosa che mai avrei ritenuto possibile, nel 2018: i Bullet For My Valentine esistono ancora. Davvero, i Bullet For My Valentine. E hanno anche un freschissimo nuovo album, dal titolo – Gravity – che sembra strategicamente scelto per ricordare qual è la forza fisica che fa sì che lavori di questo calibro, una volta rilasciati, facciano “plop” incontrando l’acqua. Oppure, in alternativa, per indicare la serietà delle condizioni cerebrali di chi continua ancora oggi a far ondeggiare ciuffi laccati sullo screamo più radio-friendly. C’è qualche hook vagamente accattivante sui primi due-tre pezzi, se mi forzo a essere onesto. Ma in seguito, mentre i riff – anzi, IL riff – continuavano a suonare sempre uguali, e gli UO UO che fanno da backtrack ai ritornelli mi facevano rimpiangere il coro dell’Antoniano, ho dovuto desistere, non ce l’ho più fatta. Abbiamo debellato la peste, il vaiolo, le scarpe Superga, Enrico Papi sulla televisione pubblica, le pubblicità delle suonerie per il telefonino. Uniamoci, facciamo qualcosa per il metalcore. – Riccardo Coppola


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Pendulum
The Reworks

Caos, Earstorm

L’highlight
Propane Nightmares

Per chi apprezza
Fare brutto con La Tarantula

Prima di cominciare a prendermi un po’ più serio musicalmente parlando avevo adorato alla follia Immersion, ultimo album che i Pendulum diedero alle stampe prima di sciogliersi. C’era qualcosa di maestoso nei Pendulum, capace di ipnotizzare anche gente del mondo della musica sicuramente più celebre di me: dagli ospitoni dei live, tipo Tom Morello, ai variegati feat. sui dischi, da Steven Wilson agli In Flames. The Reworks è un assolutamente non necessario ritorno a quell’accozzaglia di suoni che era trademark degli australiani, estremizzata dal passaggio per le mani di superstar prese a caso. Alcuni, tipo Skrillex (qui in veste Hawaiian raggae), An21, DJ Seinfield, sembrano addirittura odiarli i Pendulum, tirando fuori delle robe NSFW per quanto scandalosamente orrende. Altri (ma giusto un paio, in realtà) riescono ad aggiungere un epsilon di piacevolezza a pezzi già in origine ottimi: Grabbitz che tira fuori una versione mezza acustica mezza rock della ballatona Propane Nightmares, Devin Townsend che prende Crush e ci mette un po’ di scream vocals e il doppio pedale metallone. La media qualitativa, nonostante un paio di punti di massimo, rimane comunque tristemente bassa. – Riccardo Coppola


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The Blank Tapes
Candy

Indie Rock, Records DK

L’highlight
Let Yourself Get Down

Per chi apprezza
L’eterea atmosfera anni ’80, comunemente detta naftalina

Basta, basta con questi refrain a la The Smiths, con queste atmosfere da The Cure se avessero scoperto la bellezza della luce solare. Basta con gli anni ’80 che scimmiottano gli anni ’70. Siamo negli anni 2018, quasi 2020. Però la placidità è sempre bella, con questi The Beach Boys non The Beach Boys. Bah. Per nostalgici irriducibili, per coloro che aspettano il ritorno di Reagan. L’odore del napalm in lontananza e il barbecue mentre la tua donna ti porge una birra ghiacciata. E guai se non è ghiacciata. – Andrea Mariano


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Let’s Eat Grandma
I’m All Ears

Art-pop, Transgressive Records

L’highlight
Donnie Darko

Per chi apprezza
I pranzi dalla nonna

Le Let’s Eat Grandma sono Rosa Walton e Jelly Hollingworth, un duo musicale atipico composto da quelle che sono due amiche d’infanzia. Probabilmente i pomeriggi di giochi di queste due giovani ragazze inglesi erano trascorsi all’interno di chissà quale camerata, smanettando su qualche mixer od un più banale garage band. Un art-pop sperimentale fatto da tastiere, synth, voci corali ed echi crea un’atmosfera calda e afosa, quasi come quella che sta caratterizzando questi giorni estivi. Tante parole per dire essenzialmente poco, ne sono consapevole, ma è lo stile evanescente delle due a creare questo tutto e niente. Bella la citazione del classicone cinematografico Donnie Darko, film che riprende le stesse tonalità cupe dell’album I’m All Ears. Le Let’s Eat Grandma hanno fatto centro, proprio come il motore dell’areo sulla casa di Gyllenhaal. – Francesco Benvenuto


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Converge
Beautiful Ruin

Sperimentale, 4AD

L’highlight
Beautiful Ruin

Per chi apprezza
Ottimo materiale, l’ennesimo della sempre innovativa band

Ben quattro pezzi a sorpresa dal quartetto di Salem, un EP composto da brani non inclusi nell’ultimo monolite grigio “The dusk in us”. I brani di “Beautiful Ruin” riprendono lo stile dell’acclamato nuovo full length, nella struttura e nel sound. Una dialettica tra chitarre acide ed un corpo massiccio dato dalla compattezza di basso e batteria. Il truce Jacob Bannon sempre preparato nel recitare versi al vetriolo, scaturiti dalle follie personali, le stesse che lo portano a creare quei magnifici artwork che tanto arricchiscono in qualità una band come i Converge. Che sia un proseguo (bonus) di “The Dusk in us” o semplicemente quattro brani dal piglio classico della band: ottimo compendio, grazie. – Matteo Galdi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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