Dischi Che Escono – 04/06/2018

Otto dischi e due singoli non eletti dal popolo (28/05/2018 – 03/06/2018)


Takagi & Ketra feat. Giusy Ferreri & Sean Kingston
Amore e Capoeira (Singolo)

Pop, Sony

L’highlight
L’ultimo meh sospirato

Per chi apprezza
La fantasia dietro agli orrori

Me lo immagino Takagi che chiede a Siri, Google o al poster di Tommaso Paradiso una parola che faccia rima con “stasera”, scuotendo triste la testa davanti ai risultati poco originali. E Ketra, principe libero degli anni ’90, che gli suggerisce in un lampo di genio “Capoeira” mentre preme a caso i tasti dell’emulatore di Tekken 3, assaporando di nuovo a pieni polmoni i tempi delle poesie di Mary che camminava per i sentieri più oscuri. Da lì, l’apoteosi. Joypad all’aria, è una maratona smodata verso l’imbarazzante successo, in cui fare i soldi e fare schifo corrono di nuovo stretti in un rapporto di proporzionalità diretta. “Svelto, svelto, dove ho messo il numero di Elisa e Arisa?”, “No no, bro, a sto giro ce ne vuole una veramente bona!”, “Chiamiamo la Ferreri! Che ha anche una voce che ispira il bondage”; “Ma non si deve sposare con Fedez? Vabbè, ma come lo facciamo, reggaeton?”, “Ma sì, metti il ritmo brasileiro, che tutti gli italiani questa estate o tifano Firmino e Neymar davanti alla tv o impegnano il tempo andando a neg*e.” “Oh, calmo, non si può dire neg*e!”. “Come no, da ieri c’è Salvini al governo! Togli quell’asterisco”, “C’hai anche ragione! Daje, daje! Ce ne mettiamo pure uno dentro, per un featuring coi controcazzi e ciaone. Fratè, l’estate è nostra”.
Ps: grazie Salvini e Namco. – Giulio Beneventi


Kanye West
Ye

Hip Pop, Getting Out Our Dreams II

L’highlight
Ghost Towns

Per chi apprezza
L’improponibile e incontenibile ego di Kanye West

Il pagliaccio è tornato. Con un disco la cui copertina è l’emblema del “Minimo sforzo, massima resa, font da Word 97”. I gargarismi all’inizio di I Thought About Killing You sono qualcosa di terribilmente irritante, ma il disco in sé ha un qualche fascino subdolo, anche con quel dannato autotune buttato ovunque perché, si sa, Kanye West ha un ego enorme, imponente, incommensurabile tanto quanto la sua incapacità di azzeccare una nota. Anche qui, nel suo fascino subdolo, il disco offre massima resa col minimo sforzo: non irrita, non sorprende; non fa bestemmiare, non fa impazzire. In media res stat virtus. Vedete? Ora avete anche imparato un po’ di latino. – Andrea Mariano


Ben Howard
Noonday Dream

Folk Rock, Islands

L’highlight
Someone in the Doorway

Per chi apprezza
Rivitalizzarsi, ma piano piano

Mi sono dimenticato dove eravamo rimasti, caro Ben. Ah già, a quel disco nero, nerissimo, in cui ti eri messo a nudo, nudissimo (scusatemi). Quel disco che raccontava della terribile concretezza di una storia finita in pezzi, e che si divertiva a sua volta a fare a pezzi ogni residuo alito di ottimismo in chi ascoltava, forse pure in chi l’aveva composto. Noonday Dream sembra emergere, adesso, da quella coltre di assoluta amarezza, per abbandonarsi ancora a una volta al sogno, ma a un sogno di rinascita. Lo fa aprendosi con una voce estremamente carezzevole -sebbene talvolta leggermente metallizzata- sparsa sulla ripetitiva sicurezza di delicatissimi arpeggi, in un crescendo cinematico da abissi impenetrabili a nuove leggerezze. Certo, la mancanza dell’urgenza e della visceralità del predecessore si fa sentire, e il terzo album del cantautore britannico paga inevitabilmente alla distanza, privo com’è di significativi sobbalzi. – Riccardo Coppola


Father John Misty
God’s Favorite Customer

Folk Rock, Bella Union

L’highlight
I falsetti di Hangout at the Gallows

Per chi apprezza
Le ballate

Nella storia di Joshua Tillman, attivissimo sia col suo vero nome che con lo pseudonimo Father John Misty, c’è un progressivo quanto inesorabile ritorno a decadi dimenticate: quello che era un indie folk moderno, elettrico, si è trasformato nella celebrazione consapevole della perduta essenza godereccia del rock’n’roll da sala. Sul quarto studio album da ecclesiastico Tillman appone una copertina alla Bowie e infonde un gusto pianistico da Elton John, sfoderando una collezione di ballate che fanno venir voglia di mettersi la cera sul ciuffo, aprire col flex la propria utilitaria di merda per renderla decappottabile e portare la propria donna da qualche parte a ballare un liscio. A bocce ferme e a danni fatti, si può oziosamente riflettere su dettagli tipo: 1) la ricercatezza strumentale di praticamente tutti i brani dell’album, tipo quelle linee di basso magistrali che si divertono spesso ad emergere dal background; 2) l’estrema intimità e fragilità dei testi (menzione particolare per “The Songwriter”) che colpisce specialmente se raffrontata all’impegno profuso per impersonare un crooner degli anni ’60; 3) il fatto di avere a che fare con quello che a fine 2018 meriterà di essere tra i papabili album dell’anno. – Riccardo Coppola


Ghost
Prequelle

Heavy Metal, Loma Vista

L’highlight
Miasma, Life eternal

Per chi apprezza
la band-fenomeno di massa dei prossimi 20 anni…

Un disco che non smette di girare sul piatto, a ripetizione. Un disco fresco, divertente, piacevole. Che ormai i Ghost siano una creatura di Tobias Forge lo sa pure mia nonna, quindi al diavolo l’esoterismo e l’alone di mistero celato dietro al debutto “Opus eponymus”. Quella band sconosciuta e sponsorizzata da James Hetfield è diventata – anno dopo anno – matura ed autonoma. I Ghost di “Prequelle” sono grandi: certo è un disco catchy e non metal, più una rock opera. Una grande rock opera. Se “Rats” potrebbe far alzare e ballare Lazzaro, è inimmaginabile pensare all’epicità di brani come “Pro memoria” in sede live, il tour di “Prequelle” sarà uno dei live più epici del decennio. E i Ghost salveranno il culo al metal negli anni a venire. Ormai è sicuro il prossimo headliner ai vari festival, scritto nei manifesti a caratteri cubitali. Ai detrattori che accusano gli svedesi di essere un prodotto commerciale andrebbe fatto notare che due brani su otto sono strumentali. E sono due brani meravigliosi: il passaggio acustico della folcloristica “Helvetesfonster” fa respirare atmosfere scandinave a pieni polmoni, atmosfere che solo le più grandi metal band a loro conterranee hanno saputo creare (è superfluo nominarle). Mentre la successiva “Life eternal” in chiusura ha un refrain che fa gelare il sangue, meravigliosa e da brividi. “Prequelle” non verrà capito o apprezzato da tutti. Sarà odiato ed amato in egual modo ma da tante, tantissime persone. Sarà messo in discussione dalle masse, ma proprio perchè sarà sulla bocca di tutti. Perché i Ghost sono grandi. – Matteo Galdi


Roger Daltrey
As Long As I Have You

Rock, Universal

L’highlight
As Long As I Have You

Per chi apprezza
Gli anchorman dal passato rock

Già la cover, minimale e così anni Ottanta, così leggermente migliore di quella di Tony Iommi feat. Black Sabbath e leggermente peggiore di “Di Rose e Di Spine” di Al Bano, fa presagire che qualcosa non quadra. E neppure rettangola. Ma è solo un problema nella nostra testa, perché la voce dei The Who impacchetta un album sì anacronistico, ma di indubbia classe. Se negli anni Sessanta fossero esistiti studi di registrazione digitale, probabilmente molti dischi di allora suonerebbero così. Non aspettatevi rock sontuoso, ma sontuosa melodia rivestita da leggiadra eleganza, dove tutto è al servizio della voce. Melenso diventa d’amore, ruffiano diventa magistrale. Roger Daltrey fa ciò che vuole. Lui può, anche se non vuole saperne di convincersi che i tempi sono cambiati. – Andrea Mariano


The Brian Jonestown Massacre
Something Else

Indie Rock, ‘a’ Records

L’highlight
My Poor Heart

Per chi apprezza
Dire di essersi ripuliti e farlo credere a tutti

Anton Alfred Newcombe non è mai stato il migliore amico che avresti voluto al tuo fianco. Probabilmente non è mai stato neppure il migliore amico di se stesso. Fatto sta che forse, e ribadiamo forse, le cose si sono aggiustate, almeno un po’, almeno per il quieto vivere. Fatto sta che i The Brian Jonestown Massacre sono qui con un nuovo album, “Something Else”, e sono inciampati in atmosfere 70’es, sono tornati a mescolare quell’indie Anni ’90, solo con meno droga in circolo (forse). Tutto molto rarefatto, con echi di un luogo lontano, Berlino Est edition insomma. Non è l’album della vita, ma già il solo fatto che nel 2018 possiamo parlare di disco NON postumo della band di Newcombe è una sorta di miracolo. Pensiamo positivo (perché è vivo, finché è vivo). – Andrea Mariano


Pete Yorn & Scarlett Johansson
Apart (EP)

Pop, Boyletown

L’highlight
Bad Dreams

Per chi apprezza
I sogni proibiti, in tutti i sensi

Ehi, cos’è questo strano formicolio? Pazzesco, non mi capitava di essere così barzotto dai tempi di Charlotte Gainsbourg, mesi fa. Ma come può essere? Possibile che un capellone del New Jersey mi faccia questo effetto? Ah, ma vuoi vedere che c’è nuovamente con lui la Vedova Nera del cinema? Ebbene sì, altro che coming out. Tutto si spiega. La divina Scarlett torna a dedicarsi alla musica dopo quasi dieci anni di silenzio (con il dolce canto su Her io in ogni caso ero a posto anche per i prossimi vent’anni) e produce a quattro mani un fresco e sentito Ep, a dir poco sensuale, delicato e di buon gusto. Lui è la versione indie del man in black per eccellenza con delle scivolate più morbide e meno maschie, lei è una June Carter che catalizza la bellezza in musica (esemplare il suo apporto esclusivo nei chorus della toccante “Movies”). C’è spazio nella breve scaletta per splendidi momenti, tra cui le due perle in entrata (“Iguana Bird”, “Bad Dreams”) e un up tempo di buona fattura marcato quasi John Mayer (“Cigarillo”). Che dire, avrei tagliato probabilmente soltanto il remix finale, troppo commerciale e fin troppo distante dalla linea semi-notturna delle altre tracce, ma non si può avere tutto dalla vita. O almeno così diceva Mick Jagger. Diciamo che ci accontentiamo. Eccome, se lo possiamo dire. – Giulio Beneventi


Owl City
Cinematic

Pop, Owl City

L’highlight
I momenti di stasi quando salta la connessione sul treno

Per chi apprezza
Le copertine dimmerda

“Giulio, Riccardo, tra poco sarò in treno di ritorno da Napoli, ho tempo per recensire un altro album. Mi dite cosa è rimasto?” “Cinematic di Owl City. Divertiti”. Questo ragazzo ha realizzato così tanti progetti musicali che in confronto i featuring di Sean Paul sembrano pochi. Tutti progetti nati e morti nel giro di un disco o di una collaborazione, ma fa curriculum, soprattutto in tempi recenti. Non ho idea del perché abbia chiamato questo album Cinematic, dato che non ho trovato neppure un riferimento a film o serie tv o pubblicità di detersivi. Sono dunque giunto alla conclusione che sia la colonna sonora del suo film mentale. Che Dio abbia in gloria i miei canali auricolari. Non sono degno di proferire parole adatte per descrivere quest’album. Lascio dunque che sia il più sintetico ed efficace utente di albumoftheyear.com zachthesnack il giudizio di questo accrocco di emmepitrè: drinks bleach. – Andrea Mariano


Shade
Amore a prima Insta (Singolo)

Rap Pop, Atlantic

L’highlight
Ciò che è venuto prima

Per chi apprezza
L’autunno

So riconoscere una lingua più tagliente della mia. Indiepercui, evito di distruggere a parole questo nuovo scherzo di cattivo gusto che Spotify mi butta in pasto in bella vista, prima che il giovine titolare legga le mie righe e mi spari degli insulti elaborati ad una velocità che non mi permetta neanche di capire a che cristo si riferisca, ma solo di incassare. Chiamatela codardia, io preferisco spirito di sopravvivenza. E poi, ragionandoci ora in maniera più seria, Shade -che è un mio concittadino e, dunque, merita più rispetto a priori, al pari del fatto che ha doppiato South Park- ha prodotto in passato delle composizioni dall’indubbio valore. Mi piace pensare che le vacanze costano per tutti e che il carrozzone d’oro delle cafonate estive era troppo invitante per non salirci. Che dire, spero che si ravveda. E che butti quel completino, che se indossato da Jim Carrey fa figo, da altri solo pena. [Sono stato abbastanza educato? Fa rileggere. Mi pare, sì. Grazie Ambrogio, butta online.] – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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